Il futuro nella dissidenza sessuale

Written by Nicla Vassallo Friday, 20 May 2011 12:46 Print
Il futuro nella dissidenza sessuale Foto: Darkroom productions

Mentre ce ne stiamo mollemente accovacciati sui nostri divani, di fronte alle nostre televisioni, a imbeverci di qualche ennesimo tabù sugli “stranieri”, concentrati su e al contempo distratti da un Mediterraneo che non unisce, bensì divide, ci accontentiamo di quanto viene raccontato, dimenticandoci, a tratti, di qualche altro luogo...


L’urgenza di trasformazione e progettualità, di una speranza che getti luce sul futuro, allontanando anni bui, proviene dall’esigenza di una libertà garante di ogni strumento per scelte coscienti. Un bisogno che abbatte il muro innalzato dopo l’11 settembre: i progressisti da una parte del Mediterraneo, tutti integralisti dall’altra, contraddicendoci però nel tributare onori a qualche dittatore di “laggiù”. Un’esigenza che impone al nostro occhio di non deformare realtà in via di transizione e consolidamento, lento o rapido. Senza che il nostro intervento pretenda di strumentalizzarle, allo scopo di intrappolarle.

“Nostro”: di chi? Dipende. Occidentale, maschilista, gerontocratico. Un nostro in ogni caso intriso di preclusioni, nonché privo delle necessarie conoscenze per osservare fatti e giudicare valori di chi non appartiene alla nostra ristretta cerchia. Magari i sogni ci sono stati derubati da organi d’informazione maggiormente dediti alla manipolazioni, piuttosto che a trasferirci analisi, notizie, saperi; magari “navighiamo a vista” tra barzellette, ignoranze, insulti, menzogne, opportunismi, tradimenti. Ciò però non comporta l’incapacità di tracciare differenze, né la negazione ad altri della possibilità di sognare e conoscere. Difatti, a dispetto delle ingiustizie, rimane chi sogna, chi ambisce a sapere.

Così, mentre ce ne stiamo mollemente accovacciati sui nostri divani, di fronte alle nostre televisioni, a imbeverci di qualche ennesimo tabù sugli “stranieri”, senza il minimo sentore di quanto si riesca a diventare stranieri a se stessi, concentrati su e al contempo distratti da un Mediterraneo che, per nostra stessa scelta, non unisce, bensì divide, ci accontentiamo di quanto viene raccontato, dimenticandoci, a tratti, di qualche altro luogo. Di Gaza, ad esempio, di quei ragazzi e di quelle ragazze, che al pari dei nostri, possiedono una laurea e che parlano l’inglese meglio di quanto la scuola garantisca in media ai nostri, che inseguono con audacia un futuro migliore. Compito per nulla facile: da una parte i missili israeliani continuano incessanti a colpire quella striscia seviziata, dall’altra Hamas reprime con durezza ogni ribellione dei giovani e delle giovani palestinesi.

Sebbene, volente o nolente, la crisi economica ci abbia pesantemente colpito, posti in relazione alle popolazioni mediterranee non europee, viviamo nella prosperità. Eppure, «la prosperità economica non garantisce libertà [di stampa]: Freedom House assegna alla Germania il ventesimo posto (non per il vecchio madornale errore di “Stern” sui falsi diari di Adolf Hitler), mentre la Giamaica è sedicesima, l’Estonia diciannovesima, con gli Stati Uniti al venticinquesimo posto, preceduti da Repubblica Ceca (ventiquattresima) e Portogallo (diciottesimo). Di più, malgrado decine e decine di giornali, riviste, TV, altri media, di ogni orientamento e tendenza, capaci di restituirci, in teoria e nella loro totalità, un quadro attendibile delle cose, proprio col suo settantacinquesimo posto, l’Italia attesta che la democrazia (sempre che di democrazia si tratti) non garantisce la libertà d’espressione».[1] Così, i nostri occhi finiscono con l’essere puntati dove i media vogliono che li puntiamo. Del resto, cosa pretendiamo? Che la comunicazione riguardi conoscenze e testimonianze con un buon grado di affidabilità, rispetto a quanto effettivamente accade su larga scala?

Tuttavia, da qualche tempo, percepiamo in modo diverso quelle terre, nel loro ribellarsi a troppi regimi postcoloniali, terre da secoli intrecciate con noi per civiltà, cultura, storia, religioni, tradizioni – alla faccia dei negazionisti in proposito. Le percepiamo, sfiorando, quasi con mano, le manifestazioni di piazza, mentre prima ci limitavamo a recarci là in vacanza con la spensieratezza del turismo e la superficialità dell’ignoranza, senza coglierne inquietudini e drammi. A scuoterci dal nostro torpore sono giunti gesti disperati: Mohamed Bouazizi, classe 1984, laureato, venditore ambulante, si dà fuoco per reazione al sequestro ingiustificato della propria merce da parte delle autorità. Tra ubbidienza e disubbidienza, il giovane tunisino ha mostrato la seconda, fino alle conseguenze più estreme, in un atto emblematico contro la sopraffazione.

A chi toccheranno i reali onori della disubbidienza? Ai giovani e alle donne che l’hanno promossa, con resistenza e tenacia, oppure riusciranno, ancora una volta, i soliti poteri a prendere il sopravvento, e chi ha più lottato rimarrà preda di una divorante corruzione e disoccupazione, destinato a un fosco futuro, costretto su un barcone alla volta dell’altra sponda del Mediterraneo, sponda ove s’infrangono i sogni dei migranti? Una domanda che riguarda l’intero Nord Africa e il Medio Oriente, benché non solo, dopo che i fatti tunisini hanno acceso la miccia di altre ribellioni e rivoluzioni. Una domanda che accomuna tutti quei ragazzi e quelle ragazze con diplomi e lauree che non valgono nulla, o quasi. Sì, ragazze, e più in generale donne e associazioni femministe, che hanno giocato e continuano a giocare un ruolo fondamentale, con la rivendicazione di diritti umani, civili, culturali, economici, sociali. Chi viene costretto ai margini trova in sé la forza per tentare di ribaltare le proprie sorti e quelle altrui, e, inconsapevolmente, le nostre ossessioni sulle donne dell’altra sponda del Mediterraneo, donne irrimediabilmente velate nel nostro conveniente immaginario. Un immaginario costruito sui pregiudizi. «Pregiudizi relativi al velo, che ne semplificano significati e pratiche, che lo interpretano come se non vantasse una lunga storia, con alti e bassi, non solo musulmana, che banalizzano le diverse valenze con cui e per cui le donne lo indossano, che lo rendono vessillo incontrastato della sottomissione delle donne. Pregiudizi attraverso cui i media (non sempre occidentali) raffigurano troppo spesso la donna musulmana stereotipata, nei modi che assecondano il momento, nascondendoci che nella realtà esistono tante donne, concrete, originali, particolari, rare, uniche, l’una rispetto all’altra».[2]

Sebbene presenti in alcune piazze e assenti in altre, le donne pretendono equità ed eguaglianza, e, tra le loro tante voci significative, ricordiamo volentieri Tawakkol Karman, col suo invito convinto “guardate all’Egitto, vinceremo”, nonché Amina Abdullah che, nel suo blog “A Gay Girl in Damascus”, dichiara che in Siria è più facile la dissidenza sessuale che quella politica: verrebbe da domandarle se la dissidenza rispetto all’orientamento sessuale coercitivo non rappresenti una precondizione per la dissidenza rispetto al regime politico imposto “dall’alto”, e se la prima dissidenza non favorisca il passaggio da una politica del disgusto per l’altro da sé a una politica dell’umanità.[3] Questo anche in virtù del fatto che «la rivalutazione del femminile (e del maschile) tradizionale, a cui stiamo [purtroppo] assistendo in molti luoghi del mondo, procede di pari passo con la rivalutazione di schemi sessisti ed eterosessisti che le donne, come alcuni uomini, hanno a lungo subito. Cosa ci dicono [per esempio] quei corpi muti, discinti, “senza veli” delle nostre donne telegeniche e televisive, se non che il diritto di ogni singola donna può venire sistematicamente calpestato, se non che le prostituzioni si continuano ad arricchire di nuove imprevedibili sfaccettature, non sempre percettibili? Sofferenze dell’animo e sofferenze del corpo. Le due si trovano spesso intrecciate, nonostante ci sia il corpo in vetrina: abusato, disonorato, martoriato. Oltre ai veli e ai “senza veli”, a ossessionare rimane una certa sessualità che non si esita ad aggiogare con metodi spietati».[4]

Associazionismo, blog, internet, piazze, social network: i tramiti di consapevolezze che non sappiamo se otterranno il meritato riconoscimento, se godranno di un futuro luminoso, se verranno invece immolate sull’altare di calcoli opportunistici, calcoli di un manipolo di potenti, nostri e loro. Al contempo, si profila un altro pericolo, per quanto di entità apparentemente minore: lo spegnersi delle luci su queste terre, su questi ragazzi e ragazze, su queste donne, in quella nostra società dell’informazione globalizzata e globalizzante, che riesce a donarci a tratti conoscenze, democrazie, libertà, ma pure a farci precipitare nello scenario angosciante e orwelliano del “Grande Fratello”.[5] In qualche modo, queste luci hanno iniziato ad affievolirsi nel preciso istante in cui le motivazioni dell’intervento in Libia non si sono attestate meramente umanitarie, per impregnarsi dell’impellenza del controllo delle risorse petrolifere, e non solo: dalla rivolta libica si è passati a una vera e propria guerra; tornerà mai la pace, e di quale pace si tratterà? Una pace imbrigliata, oppure una pace nuova dai volti nuovi?

D’altro canto, sulla nostra sponda del Mediterraneo, preferiamo la rimozione alla conoscenza. Tradiamo i nostri vicini e trasformiamo i nostri amici in nemici, pur di soddisfare ogni nostra frivolezza, pur di salvaguardare le nostre incoscienze. I migranti che giungono sulle nostre coste non ci piacciamo granché: dove si è consumata la nostra natura di esseri umani che consta nel riconoscere un altro essere umano in quanto tale? Dov’è finita la nostra capacità di pensarci nei loro panni, o anche solo la nostra compassione di fronte alle sofferenze altrui? Questa compassione ricompare, d’improvviso, quando veniamo a sapere delle donne incinte che, sui barconi, sperano di trovare una terra, la nostra, in cui dare un futuro ai loro figli, o dei naufragi in cui con i loro figli perdono la vita. Se sono le sorti delle donne a colpirci, è anche perché su queste donne – si diceva – nutriamo insensati pregiudizi. Come se la storia non ci avesse insegnato che le donne sono state parte attiva (benché non sempre) nella liberazione dal colonialismo, in connessione con l’esigenza di una risoluta emancipazione femminile. Eppure chi non ricorda “La battaglia di Algeri”, il capolavoro di Gillo Potencorvo, vincitore del Leone d’Oro alla trentunesima Mostra del Cinema di Venezia, proibito in Francia fino al 1971, opera testimonianza, in cui è evidente il ruolo giocato dalle donne?

Con profondo rammarico, occorre, tuttavia, non trascurare la probabile eventualità che, al termine delle lotte e delle rivoluzioni, si verifichi una sorta di restaurazione di alcuni poteri, a discapito del futuro in cui donne e giovani hanno confidato. Qualche vecchio ceto politico finisce spesso con tornare in auge, imponendo la rivalutazione di schemi tradizionalisti, che guardano al passato, che mirano al controllo dei corpi e delle menti, che ledono la dignità. Da noi, del resto, si stanno indebolendo l’impeto e la forza delle nostre recenti mobilitazioni “Se non ora, quando?” e “Il nostro tempo è adesso”, con donne e uomini (uomini spesso giovani) quali protagonisti che, in nome del rispetto e della serietà, hanno sottolineato il fatto stando a cui egoismo, inerzia, qualunquismo giocano a favore di involuzioni e stasi, comunque di degenerazioni.

Che fare? Una via consiste nel credere e nel praticare la dissidenza sessuale, cui si è accennato, elaborandone ogni complessità concettuale. Perché, «nonostante le tante differenze che corrono tra loro, le donne rimangono accomunate dal fatto di vivere in civiltà e società androcentriche; sebbene le diverse donne abbiano esperienze dissimili e difformi…, è innegabile che ogni singola donna sperimenti su di sé varie forme di assoggettamento. In effetti, ritengo che l’unica definizione di donna che possa aspirare a una certa validità sia la seguente: essere umano sistematicamente assoggettato sotto un qualche profilo economico, legale, politico, professionale, psichico, religioso, sessuale, sociale, e via dicendo. L’assoggettamento primario e prevalente è di frequente quello sessuale: in modo diretto o indiretto, in misura maggiore o minore, ogni donna subisce commerci, devianze, etiche, leggi, identità, molestie, pratiche, politiche, violenze sessuali, oltre a doveri erotici, procreativi e riproduttivi, così come subisce schemi rappresentazionali, dettati da interessi sessuali».[6] Quindi, la dissidenza sessuale non può che trasformarsi in dissidenza politica rispetto a uno status quo, radicato nell’immoralità del rifiuto di un futuro dignitoso a troppi individui – donne e uomini.



[1] N. Vassallo, Per sentito dire. Conoscenza e testimonianza, Feltrinelli, Milano 2011, p. 81.

[2] C. De Gregorio e N. Vassallo, La velata, in M. Lazreg, Sul velo. Lettere aperte alle donne musulmane, il Saggiatore, Milano 2011, p. 37.

[3] V. Lingiardi e N. Vassallo, Classificazioni sospette, in M. C. Nussbaum, Disgusto e umanità. L’orientamento sessuale di fronte alla legge, il Saggiatore, Milano 2011.

[4] C. De Gregorio e N. Vassallo, La velata, cit., p. 28.

[5] G. Orwell, Nineteen Eighty-Four. A novel, Secker & Warburg, London 1949; N. Vassallo, Per sentito dire. Conoscenza e testimonianza, Feltrinelli, Milano 2011.

[6] N. Vassallo, Donna m’apparve, Codice Edizioni, Torino 2009, pp. 144-45.

 

 


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