Il Nord Africa fra aspirazioni democratiche e interessi dell’Occidente

Written by Gian Paolo Calchi Novati Tuesday, 29 March 2011 12:42 Print
Il Nord Africa fra aspirazioni democratiche e interessi dell’Occidente UN Photo/OCHA/David Ohana
I recenti fatti che hanno ridisegnato l’assetto politico del Nord Africa e del Medio Oriente hanno portato alla luce le ambiguità e le contraddizioni dell’Occidente rispetto a una regione nella quale da decenni si intrecciano aspirazioni democratiche, interessi economici e mire egemoniche.

 

L’approccio con cui è stato studiato e trattato politicamente il mondo arabo-musulmano, messo sotto accusa come “orientalismo” da Edward Said in un libro famoso che non cessa per questo di suscitare polemiche,[1] si è rivelato la classica profezia che si autorealizza. Allo stesso modo, le vicende recenti e non ancora concluse in Nord Africa sono arrivate inattese e sono risultate difficili da leggere e catalogare. Nella realtà, il mondo arabo non langue in una rassegnata arretratezza fuori dalle normali dinamiche storiche. E lo ha dimostrato in tutti questi anni. Anche nei paesi arabi, a dispetto dei molti preconcetti e delle false rappresentazioni, gli accadimenti del potere e della società non dipendono da fattori più o meno statici che avrebbero le loro radici solo nella tradizione, nella religione o nella cultura. L’immobilismo istituzionale – la tante volte evocata “incompatibilità” dell’Islam con la democrazia di tipo occidentale – non poteva durare a fronte di sviluppi demografici, economici e sociali rapidi e tumultuosi, anche per effetto di ciò che è successo e succede nel mondo globalizzato. Il Centro del sistema – sullo sfondo di una concorrenza a livello mondiale per le risorse che vede il Sud come teatro – sollecita la Periferia o Semi-Periferia, di cui la regione Medio Oriente-Nord Africa (MENA) fa parte, a riformarsi e internazionalizzarsi e la Periferia risponde come può.

Le “albe” e le “primavere” che in modo più o meno contrastato si sono succedute in Tunisia, Egitto e Libia, con barbagli di contagio anche nella penisola arabica e nel Golfo Persico, sono state giustamente viste come un risveglio anzitutto di dignità e poi di partecipazione dei popoli. La supervisione interessata di cui i vari sviluppi sono stati oggetto da parte delle potenze esterne dimostra però che i processi interni non sono così liberi e innocenti. L’Occidente patrocina il rule of law e la libertà d’impresa per coerenza con i propri principi ma anche per garantirsi la disponibilità dei territori e delle grandi vie di comunicazione. L’integrazione nel mercato mondiale dei paesi in via di sviluppo, anche quelli a uno stadio più avanzato come i paesi colpiti direttamente dalla crisi di questi mesi (lo stesso si può dire dell’Algeria ai tempi dello scontro fra lo Stato dei militari e l’islamismo radicale), è di per sé causa di instabilità per le trasformazioni a cui sono sollecitati i regimi del capitalismo dipendente. L’allarme suscitato in particolare dalla tappa libica di quella progressione dipinta, forse troppo euforicamente, come una marcia verso la libertà è direttamente proporzionale alle poste economiche e strategiche in gioco e, dall’altra parte, alla debolezza dell’apparato statale della Libia rispetto a quello dell’Egitto e della Tunisia, per non parlare di quello del Marocco. L’Occidente vede minacciato un “ordine” che non disdegnava l’autoritarismo in Periferia e per certi aspetti lo coltivava, trovandolo funzionale a un rapporto Nord-Sud che, pur in un’era dichiaratamente postcoloniale, conserva asimmetrie neocoloniali o tardocoloniali a cui il Nord non è disposto a rinunciare finché le disparità sono a suo favore.

La domanda «Chi ha perduto l’Iran?» ha ossessionato per anni la politica negli Stati Uniti così come negli anni Cinquanta avvenne per la “perdita” della Cina. L’Iran di Reza Pahlavi è stato l’architrave della politica americana in Medio Oriente fino al collasso del regime dello scià. Negli anni Ottanta l’Iraq è stato utilizzato per arginare la minaccia fondamentalista con la lunga guerra Iraq-Iran, durata per quasi dieci anni. Alla prima mossa sbagliata di Saddam, l’invasione del Kuwait nel 1990, l’operazione “Desert Storm” liquidò per sempre l’ambizione di Baghdad di gestire in proprio le sue chance di potenza regionale. Il “doppio contenimento” (di Iraq e Iran) è continuato massacrando l’Iraq e ghettizzando la Repubblica degli ayatollah con gli argomenti del dispotismo e del vero o presunto armamento atomico. Si può discutere se per l’“esportazione” della democrazia in Medio Oriente abbia contato di più la guerra di Bush figlio in Iraq nel 2003 con a fianco il fido Blair – contro un regime identificato come un ostacolo per l’affermazione dell’egemonia americana in un’area cruciale – o il discorso che Barack Obama rivolse ai popoli arabi e musulmani nel giugno del 2009 dal Cairo, garantendo di fatto una maggiore considerazione non solo per i loro diritti, a cominciare dall’autodeterminazione, ma anche per le loro accresciute responsabilità nel mondo globalizzato. Invece di quello bellicoso, il primo presidente nero, fresco di Casa Bianca, offriva l’aspetto benigno del “destino manifesto” di cui è imbevuta la politica mondiale degli Stati Uniti.

Il padrone di casa in Egitto allora era Hosni Mubarak. La scelta di Obama voleva sottolineare i compiti dell’Egitto, che proprio Mubarak aveva trascurato fino a dar via libera nel Medio Oriente a due Stati non arabi come l’Iran e la Turchia. Il successore di Sadat (e più indietro nel tempo di Nasser) si era dimostrato impotente, se non complice, davanti alle scorribande di Israele nella striscia di Gaza, proprio ai suoi confini, aprendo un “buco che poteva rivelarsi pericoloso. Mubarak uscì in qualche modo legittimato dalla “vicinanza” della nuova star del firmamento internazionale: l’Egitto era ora l’alleato principale dell’America nell’area MENA. Più di Israele? Più dell’Arabia Saudita? Il contagio delle parole d’ordine dal bel suono democratico è stato più facile nel Nord Africa rispetto al Medio Oriente vero e proprio, perché il Maghreb e l’Egitto sono malgrado tutto più lontani dai punti dolenti di Israele e dell’Arabia Saudita. Il problema per la politica americana in Medio Oriente sta nel non-detto e nel non-dicibile a proposito della realtà, da una parte, dello Stato ebraico e, dall’altra, della compagine feudale-assolutista-teocratica che ha in mano le sorti del petrolio. Certo è che dopo le prime difficoltà opposte da Netanyahu, che non desiste dall’ampliamento degli insediamenti nei territori occupati, Obama e Hillary Clinton non hanno esitato a stralciare la causa della Palestina come se quest’ultima non fosse stata in filigrana una delle ragioni principali del neoattivismo degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Poco più di un anno e mezzo dopo il suo appello all’Islam e agli arabi da un’università del Cairo, con una giravolta che si possono permettere impunemente solo le grandi potenze, Obama non esiterà a “dimissionare” Mubarak, divenuto scomodo. La piazza del Cairo era in agitazione; i militari non intendevano più difendere il vecchio presidente e tanto meno accettare la successione del figlio Gamal. Non era l’Iraq il bersaglio giusto per innescare il “circuito virtuoso” che avevano in mente prima i Bush e poi lo stesso Obama. La “rinascenza” del mondo arabo partirà dall’Egitto o non partirà affatto. È in Egitto, e non in Iraq o in Algeria, che si deciderà il contributo che l’Islam politico – non il fondamentalismo, che, passata la grande ondata degli anni Ottanta, non fa breccia nei sentimenti e nelle aspettative dei ceti medi in ascesa e delle nuove generazioni istruite – potrà dare al rilancio in tutto il mondo arabo-musulmano di una politica all’altezza delle sfide di una globalizzazione non solo subita ma partecipata alla pari. Il mondo arabo deve ritrovare un raccordo fra il passato e il futuro. La Fratellanza musulmana è nata in Egitto nel 1928, ha contestato pressoché tutti i poteri costituiti ed è radicata nella società egiziana con un’organizzazione che le ha permesso di entrare nel campo politico anche durante il “regno” di Mubarak, mandando propri deputati in Parlamento (formalmente indipendenti perché come partito la Fratellanza era fuori legge).

In Tunisia ed Egitto, con le loro masse di disoccupati ma anche con le loro élite impazienti di affermare in politica i meriti acquisiti nella società, è stata una coalizione di fatto composta dai giovani e dall’esercito a decretare la fine dei regimi autocratici in carica. Sarebbe improprio dire che Ben Ali e Mubarak usufruivano dell’appoggio di Francia o Stati Uniti benché a capo di regimi autoritari. Essi erano la prima scelta dell’Occidente in attesa che si presentasse una soluzione migliore. L’autoritarismo era parte integrante del “patto di stabilità”. Mubarak andava bene anche a Israele, quantunque il successore di Sadat sia stato meno caloroso del cofirmatario della pace di Camp David nelle relazioni con lo Stato ebraico, evitando per quanto possibile di frequentarlo. La caduta dei due regimi a Tunisi e al Cairo è stata provocata dalle proteste di una società sufficientemente matura (anche perché così giovane) per avere anzitutto voglia di più libertà e per pretendere un dinamismo che i militari non erano più in grado di garantire. In paesi omogenei le manifestazioni di Tunisi e del Cairo avevano di per sé un’udienza valida per tutti. La “spinta propulsiva” delle forze armate, che a cominciare dagli anni Cinquanta hanno agito un po’ ovunque in Medio Oriente in prima persona per sovvertire l’ancien régime rappresentato da dinastie, notabili e latifondisti incapaci di assumersi il compito della modernizzazione, si è esaurita, ma i militari restano una forza indispensabile anche per la transizione alla “democrazia”. Per il “dopo” tuttavia ci sono più incognite che certezze. Una volta finito il momento magico dell’innamoramento, Facebook passerà in secondo piano e inizierà una competizione fra i diversi centri di potere o aspiranti tali, interni ed esterni. Nessuno dovrebbe poter asserire razionalmente che i popoli arabi sono incapaci di autogovernarsi.

Fino a un certo punto, gli eventi in Libia hanno ricalcato il modello tunisino, ma lì il meccanismo retto sull’alleanza imperfetta fra giovani e militari si è inceppato. La rivolta contro il regime di Gheddafi è iniziata a Tobruk e Bengasi e non nella capitale prendendo inevitabilmente il carattere di una “rivolta della Cirenaica”, invisa in quanto tale a tante tribù e agli apparati del potere a Tripoli. La mobilitazione contro il regime non si è estesa ovunque con la stessa intensità per le caratteristiche della società libica prima ancora che per la reazione ostinata di Gheddafi e della sua famiglia. L’esercito, reclutato in parte con criteri di tipo clanico e privo in Libia di una vera tradizione statale-nazionale, si è diviso fra lealisti e ribelli. La condanna senza remissione di Gheddafi in sede ONU voluta dagli Stati Uniti e dall’Europa ha tolto ogni parvenza di neutralità all’azione della cosiddetta “comunità internazionale”, che rimedia sempre più spesso ai suoi fallimenti con dichiarazioni di guerra. Delle interferenze c’erano state già in Tunisia ed Egitto, accelerando una conclusione della crisi dopo i primi scontri. Nel caso della Libia le interferenze hanno superato i limiti. I sentimenti umanitari per le troppe vittime fra i civili confinano pericolosamente con la corsa al petrolio e al controllo di un territorio che gode o soffre della sua centralità strategica nel Mediterraneo.

Nel 2008 l’Italia ha firmato con la Libia un accordo di amicizia e cooperazione a chiusura di un lungo contenzioso coloniale. Il trattato ha suscitato molte controversie soprattutto in occasione degli avvenimenti recenti. Visto dalla parte della Libia e di Gheddafi, il riavvicinamento all’Italia, al di là dei contenuti dei vari accordi, aveva come fine essenziale di riscattarsi da quella vergogna involontaria che è stata l’esperienza coloniale. Nessuno se non l’Italia poteva assolvere questo debito con la Libia. Una volta che la violenza della repressione contro gli insorti ha squarciato il velo sui metodi brutali del regime, la destra e la sinistra italiane hanno fatto a gara nell’esprimere condanne sempre più dure nei confronti del “dittatore”. La memoria della politica può essere corta. In effetti, una convergenza simile ma contraria si è verificata anche durante il corteggiamento di Gheddafi dopo che la guida della rivoluzione libica aveva abbandonato, almeno formalmente, le impennate antisistema adeguandosi alle regole della legalità. Nemmeno i detrattori più accaniti di Gheddafi, della prima o dell’ultimissima ora, dicono di voler interrompere i rapporti con la Libia. Ci si chiede se comprare petrolio e lucrare sui profitti dell’ENI e delle imprese di costruzione, o cooperare per contrastare gli sbarchi dei clandestini, ignorando il colonnello come un paria, non sarebbe stato offensivo non tanto per Gheddafi, abituato a ripagare gli sgarbi con la stessa moneta, quanto per la Libia come nazione, ridotta a semplice spazio da cui attingere beni per la nostra economia e la nostra sicurezza. Le cadute di stile rinfacciate a Berlusconi riguardano il contorno e sono comunque la conseguenza della nostra debolezza e non la causa. Tutti gli italiani, e non solo Berlusconi, erano consapevoli dei vantaggi che l’Italia ricava da quel rapporto e nessuno può far finta di non aver saputo in quali condizioni sarebbero avvenuti i respingimenti dai porti della Sicilia o in mare e le condizioni del trattamento dei profughi sull’altra sponda, nei campi di raccolta o di prigionia nel deserto.


[1] E. Said, Orientalismo, Feltrinelli, Milano 1999.

 

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