USA-CUBA: Washington sigilla il suo ritorno in America Latina

Written by Gianandrea Rossi Thursday, 23 July 2015 12:01 Print
USA-CUBA: Washington sigilla il suo ritorno in America Latina Foto di: Presidencia de la República del Ecuador

La riapertura delle rispettive ambasciate rappresenta un passo importante non solo nel disgelo fra Cuba e gli Stati Uniti – che segna la fine dell’ultimo capitolo aperto della guerra fredda – ma nelle relazioni di Washington con l’intera regione latinoamericana, caratterizzate spesso da tensioni che l’Amministrazione Obama sembra decisa ad allentare.

 

 

Una svolta decisiva nelle relazioni fra gli Stati Uniti e Cuba ha avuto luogo lo scorso 20 luglio quando sono state riaperte le due ambasciate, chiuse dal 1962. Lo aveva annunciato una lettera del presidente statunitense Barack Obama al suo omologo Raul Castro. La missiva ha fatto seguito alle quattro ronde negoziali condotte da Roberta Jacobson per il dipartimento di Stato e Josefina Vidal per il MinRex (il ministero degli Esteri cubano). «Gli Stati Uniti si vedono incoraggiati nella decisione reciproca di avviare relazioni rispettose e collaborative tra i nostri popoli e governi, congruenti con i propositi e i principi definiti dalla Carta delle Nazioni Unite, con riferimento alla parità e alla sovranità degli Stati, alla soluzione delle controversie internazionali per vie pacifiche, al rispetto della integrità territoriale e dell’indipendenza politica degli Stati, al rispetto dell’uguaglianza dei diritti, della libera determinazione dei popoli, alla non ingerenza negli affari interni degli Stati, alla promozione e allo stimolo del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali».

 

Contestualmente all’invio di questa lettera alle autorità cubane, Obama ha chiesto al Congresso di mettere in atto le misure opportune per la normalizzazione dei rapporti con l’isola caraibica, la cancellazione dell’embargo e la chiusura di Guantanamo. «Chiedo al Congresso che faccia i passi necessari per eliminare l’embargo che impedisce agli americani di viaggiare e fare affari a Cuba». In tal senso sono già stati presentati alcuni progetti di legge che vanno in questa direzione. Nelle ultime settimane due senatori americani, il repubblicano Jerry Moran e l’indipendente Angus King, hanno presentato una proposta di legge per eliminare l’embargo commerciale.

 

La legge sul commercio con Cuba potrebbe infatti costituire un utile strumento per aggirare parzialmente l’embargo e consentire agli imprenditori di poter realizzare affari con l’isola, consentendo l’esportazione di beni, a patto di non intaccare gli interessi dei contribuenti americani, tutelati dall’embargo, ma autorizzando contestualmente le istituzioni finanziarie statunitensi a dare credito a Cuba. In direzione contraria vanno invece altri progetti di legge, come quello presentato da Marco Rubio, la “Ley Cubana de Liquidación y de Reclamaciones de EEUU”, che obbligherebbe Cuba a far fronte alle domande e ai debiti pendenti, calcolati in circa 8 miliardi di dollari.

 

Ci sono voluti sette mesi di intenso lavoro diplomatico e la svolta principale, dopo l’annuncio del 17 dicembre 2014, si è avuta lo scorso 29 maggio, quando il segretario di Stato John Kerry ha potuto firmare il procedimento che rendeva operativa, dopo 45 giorni dalla richiesta di Obama, la decisione di eliminare Cuba dalla lista dei paesi “che sostengono il terrorismo internazionale”. Da parte cubana è stato definito come un “semplice gesto di giustizia” nei confronti dell’isola. Il provvedimento costituiva una precondizione nel dialogo tra i due paesi, come più volte indicato da Raúl Castro, e oggi consentirà a Cuba di poter accedere a un mercato finanziario internazionale da cui era rimasta esclusa dal 1982. Tra le novità più importanti la possibilità di accedere ai piani di finanziamento di vari organismi finanziari multilaterali, primo fra tutti la Banca mondiale.

 

Dal punto di vista politico, la principale tappa di questo percorso è stata rappresentata dall’incontro, avvenuto lo scorso aprile a Panama, a margine de La Cumbre de Las Américas. È stato durante questo passaggio politico fondamentale che il governo americano ha colto l’occasione per compiere importanti passi di riavvicinamento al continente latinoamericano, con l’obiettivo di recuperare il terreno perso, per vari motivi, in paesi cruciali, come Venezuela e Brasile, oltre che a Cuba. Si è trattato di un vertice che ha segnato un passaggio storico nelle relazioni continentali, superando lo stallo del quinto Vertice di Trinidad e Tobago, tenutosi nel 2009, quando, a pochi mesi dall’insediamento di Obama, i rapporti interamericani erano molto rigidi e distanti.

 

Gli auspici dell’ex presidente Lula, che all’epoca concluse il suo intervento dicendosi fiducioso che Obama avrebbe cambiato il tono delle relazioni fra i paesi americani ponendo fine alla contrapposizione con Cuba, hanno trovato una conferma nei giorni scorsi. In effetti, dall’appuntamento del 2009 molta strada è stata fatta. La riprova delle tensioni che caratterizzavano i rapporti regionali in quegli anni arrivò con la decisione di non celebrare la sesta Cumbre nel 2011, posticipandola al 2013 in Colombia. In quell’occasione il presidente Santos, recependo un certo mutamento d’orientamento nei rapporti fra i paesi latinoamericani, determinato anche dalla sua ascesa al potere in Colombia, aveva dichiarato che quella di Cartagena de Indias sarebbe stata l’ultima Cumbre de Las Americas senza Cuba. La concretezza di quell’annuncio sarebbe stata poi confermata dall’avvio dei negoziati di pace con le FARC a L’Avana, come segnale di un imminente cambiamento nei rapporti regionali.

 

Alla settima Cumbre il lungo intervento di Raúl Castro è stato largamente dedicato a ricostruire la legittimità storica della “via cubana” e alla lunga contrapposizione con Washington. Nel suo discorso, Castro ha evitato ogni accento polemico contro il presidente Obama, considerato “uomo onesto e umile” e, soprattutto, non “responsabile” di quanto fatto dai suoi dieci predecessori.

 

Il presidente Obama, intervenuto subito dopo, ha invece ricordato gli provvedimenti pubblici che hanno accompagnato il disgelo, rimarcando l’obiettivo di «guardare al futuro ristabilendo, il prima possibile, relazioni diplomatiche tra i due paesi». «Non sarò un prigioniero del passato», ha dichiarato riferendosi sia ai rapporti con Cuba che a quelli con l’intera regione, mostrandosi convinto che in questo modo si avranno progressi nonostante le differenze. Ha inoltre ricordato che la settima Cumbre di Panama «ha rappresentato un momento storico, in cui l’avvicinamento con Cuba, segna un punto di cambiamento per tutta la regione. La guerra fredda è ormai finita e io non sono francamente interessato a dispute che iniziarono prima che io nascessi».

 

E proprio il tema del dialogo con l’intera regione latinoamericana ad avere permeato tutto il suo intervento, il cui asse si può riassumere nell’affermazione della volontà di Washington di costruire un dialogo “da paesi soci”, recuperando quell’espressione che nel 2009 segnò la sua prima presenza a una Cumbre de Las Americas e che, nelle scorse settimane, ha trovato conferma nella richiesta di Obama al Congresso di oltre 2 miliardi di dollari di finanziamenti nel bilancio 2016, per l’agenda latinoamericana. Si tratta di una strategia ben precisa, che punta a una maggiore presenza nell’area centroamericana e caraibica, a cui è destinato il 50% dei fondi richiesti, dopo lunghi anni di distrazione, e che vede nella riapertura del dialogo con Cuba, un nodo portante del nuovo asse emisferico.

 

La riapertura delle due ambasciate si inquadra dunque in uno scenario in forte trasformazione, caratterizzandosi come motore propulsore del riavvicinamento di Washington con la regione. Non è un caso che nei mesi scorsi, Dilma Rousseff abbia compiuto una storica visita a Washington, dopo le tensioni che negli ultimi anni avevano allontanato il Brasile dagli Stati Uniti (soprattutto a causa delle azioni di spionaggio americane). E non è un caso che, nonostante i toni di alto confronto politico e ideologico con Caracas, da mesi, un fine diplomatico americano, Thomas Shannon, ex segretario di Stato aggiunto per l’America latina e oggi consigliere di John Kerry, abbia costruito le condizioni per il saluto di Obama a Maduro a Panama e per una ripresa del dialogo. E non è un caso che il governo di Washington, da tempo, stia seguendo con un osservatore speciale, il difficile dialogo di pace tra il governo di Bogotà e le FARC. E non è un caso, infine, che il governo di Washington abbia programmato per il 2016 circa un miliardo di dollari di finanziamenti per il “Piano per la prosperità” dedicato all’America Centrale, martoriata dalla violenza e dalla tragedia dei minori migranti.

 

Così, la riapertura delle due ambasciate segna, simbolicamente, la chiusura della prima fase del riavvicinamento tra i due paesi inaugurato lo scorso 17 dicembre. Si apre ora la fase più complessa, come ha ricordato Raúl a pochi giorni dalla riapertura davanti al Parlamento, reiterando che sarà necessario risolvere ancora molti problemi e che «il popolo cubano non cederà mai la sovranità sulle trasformazioni in atto». Si apre però un ponte più ampio che, riavvicinando gli USA all’America latina attraverso Cuba, con una rinnovata volontà di comprendersi e incontrarsi, di fatto avvicinerà irreversibilmente i due antichi nemici della guerra fredda.

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