Venezuela: il primo anno senza Chavez arriva in piazza

Written by Gianandrea Rossi Tuesday, 11 March 2014 17:13 Print
Venezuela: il primo anno senza Chavez arriva in piazza Foto: Julio César Mesa

Il primo anno di governo di Maduro si sta per chiudere all’insegna delle violente dimostrazioni di piazza, e della violenta repressione, che da settimane dilaniano un paese già fortemente diviso fra quanti sostengono l’operato del presidente chavista e quanti ne dichiarano il fallimento. Sullo sfondo la drammatica crisi economica che attanaglia il paese, e che è resa più grave dai pesanti episodi di corruzione.


A un anno dalla scomparsa di Chavez, avvenuta il 5 marzo del 2013, il Venezuela è attraversato da una forte ondata di manifestazioni, che hanno riportato al centro dell’attenzione le molte contraddizioni, non sanate, di una società fortemente spaccata dopo l’esperienza chavista. Dallo scorso 12 febbraio si sono succedute, in varie città del paese, imponenti manifestazioni di giovani, soprattutto studenti, scesi in piazza dapprima per rivendicare il diritto allo studio e, successivamente, con una piattaforma di protesta più ampia di opposizione all’esecutivo, imperniata sull’idea del fallimento della gestione di Maduro, di cui sono state chieste le dimissioni.

Anche a sostegno dell’operato di Maduro hanno avuto luogo un gran numero di manifestazioni per rispondere all’invito del presidente a protestare contro un presunto golpe, orchestrato «dall’opposizione fascista e dagli Stati Uniti». Fra queste, molto partecipata è stata, in particolare, la manifestazione delle “donne chaviste”.

Nei giorni successivi, vi è stata un’escalation di violenza, in cui hanno perso la vita diverse persone (ad oggi, i morti sarebbero diciotto), ne sono state ferite centinaia, e arrestate oltre un migliaio (alcune delle quali hanno denunciato episodi di tortura). Dopo questi gravissimi episodi, il governo ha disposto l’arresto di Leopoldo López, leader del partito Voluntad Popular (componente della MUD, Mesa de la Unidad Democrática), già pluricondannato dalla giustizia venezuelana, accusato di «terrorismo e responsabile degli episodi di violenza» (queste accuse sono successivamente cadute) avvenuti durante le manifestazioni dei giorni scorsi. Con un atto mediatico dalla forte visibilità, López si è consegnato volontariamente alle forze di polizia, denunciando la falsità delle accuse che lo riguardano, e presentandosi come «martire del totalitarismo chavista».

La MUD ha convocato diverse manifestazioni cui hanno preso parte migliaia di persone, per chiedere la liberazione dei detenuti e degli studenti sottoposti a processo, la libertà di Leopoldo López, e il disarmo delle “squadre paramilitari filogovernative”. La MUD ha anche chiesto la formazione di una Commissione parlamentare mista che, «insieme alla Procura e ai tribunali, indaghi sulle vicende degli ultimi giorni».

Contemporaneamente, il presidente Maduro ha guidato una manifestazione in suo appoggio, chiedendo a sua volta la fine delle violenze e criticando il tentativo dell’opposizione di «delegittimare il suo governo per farlo cadere». Maduro ha chiesto alla MUD che si affranchi dai gruppi violenti, «che smobiliti questi gruppi fascisti» come egli stesso ha fatto, con l’arresto di due militanti di un gruppo filogovernativo, coinvolti con evidenza in alcuni episodi di violenza dei giorni precedenti.

Con l’avvicinarsi del Carnevale, il governo ha decretato un prolungamento forzato dei giorni festivi, con l’obiettivo di allentare la tensione nel paese. Ma alla vigilia del primo anniversario dalla morte di Chavez, ancora un’enorme manifestazione di studenti ed esponenti di tutte le forze dell’opposizione ha attraversato Caracas. A questa iniziativa ha fatto da contraltare una sfilata di sostenitori del governo. «Volevo solo manifestare la mia allegria e decretare la vittoria del Carnevale e della pace. Credevate che vi avremmo fatto rubare la felicità dei bambini a Carnevale? Mai!», ha dichiarato Maduro in un raduno in un mercato popolare, in cui la televisione di Stato lo ha mostrato vicino ad alcuni bambini mascherati.

La comunità latinoamericana, con un comunicato della CELAC, ha condannato la violenza delle manifestazioni, invitando le parti a rispettare i diritti umani. Gli Stati Uniti si sono spinti fino a chiedere al governo il rispetto delle richieste dei manifestanti. Anche l’Unione europea ha condannato le violenze in corso, così come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), per mezzo del suo Segretario Generale, José Miguel Insulza.

Dopo le forti accuse di “ingerenza” rivolte agli Stati Uniti per il presunto “coinvolgimento” nelle manifestazioni dell’opposizione, e dopo l’espulsione di tre funzionari dell’ambasciata americana a Caracas, Maduro è tornato a riproporre l’idea di un possibile “nuovo dialogo” con Washington, soprattutto all’indomani delle dichiarazioni del portavoce del segretario di Stato aggiunto per l’emisfero, Roberta Jacobson, in cui smentisce che gli USA abbiano minacciato il governo in caso di arresto di Henrique Capriles.[1] Il presidente Maduro ha poi invitato (o forse sfidato) Obama ad «aprire un dialogo con il Venezuela» e riattivare le relazioni, ripristinando i rispettivi ambasciatori (da parte venezuelana è stato proposto il nome di Maximilien Arvelaiz, già ambasciatore a Brasilia); la proposta è stata però ritenuta prematura da Roberta Jacobson. Il rapporto con gli USA rimane dunque controverso. Maduro ha, infatti, in più occasioni, duramente criticato il comunicato del segretario di Stato John Kerry, in cui si invita il governo venezuelano a «non reprimere con la forza le manifestazioni e a rispettare i diritti umani».

Per quanto riguarda il rapporto con le Nazioni Unite, accodatesi al coro di preoccupazioni per la situazione interna, il ministro degli Esteri Elías Jaua ha programmato una missione a Ginevra, presso il Consiglio per i diritti umani dell’ONU dove, oltre a vedere l’ alto commissario Navi Pillay, incontrerà il segretario generale, Ban Ki-Moon.

Sulle pagine dei giornali di tutto il mondo, il Venezuela è apparso, dunque, come un paese fortemente diviso, in cui la forte contrapposizione politica, sfociata anche in gravi episodi di violenza, rivela un contrasto netto non solo tra governo e opposizione, ma anche tra due blocchi simmetrici della società. Si tratta, di una conferma dello spaccato uscito dal paese alle scorse elezioni amministrative dell’8 dicembre, quando Nicolas Maduro ottenne una debolissima maggioranza sulla MUD. In questo scenario di forte polarizzazione, queste mobilitazioni rivelano inoltre la geografia interna dei due blocchi, governo e opposizione, ben lungi dall’essere compatti e unitari.

Per quanto riguarda l’opposizione segnaliamo il rafforzarsi della distanza tra Henrique Capriles e altri settori della MUD, come quello rappresentato da Leopoldo López, dal sindaco di Caracas Antonio Ledezma, e dalla parlamentare di Voluntad Popular Cristina Machado, protagonisti delle ultime manifestazioni di piazza. Il governatore dello Stato di Miranda si è andato distanziando da alcuni eccessi di queste manifestazioni, rimarcando la natura pacifica della sua opposizione e tentando di recuperare il suo ruolo da protagonista: «Non credo nelle soluzioni violente, siamo pacifisti e crediamo che questo paese debba costruire forze politiche grandi e coinvolgenti», aveva dichiarato alla vigilia degli scontri di febbraio. In seguito al susseguirsi di nuovi atti di violenza perpetrati dalle forze di sicurezza, Capriles è tornato su posizioni più rigide, anche rispetto all’ultima proposta, avanzata dal vicepresidente Jorge Arreaza, di lanciare una conferenza di pace, Stato per Stato. Intanto Leopoldo López, acclamato dai molti militanti che quotidianamente si recano a manifestare fuori dal carcere in cui è detenuto alla periferia di Caracas, rivendicando la sua liberazione e quella di molte altre decine di reclusi, è tornato a sottolineare «l’importanza di manifestare», affermando che solo “dalla piazza” potrà arrivare il rinnovamento del paese.

Per quanto riguarda la compagine governativa e il Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), attorno alle manifestazioni si sono delineate varie anime interne. Mentre da un lato si scivola verso l’utilizzo della forza per reprimere la protesta (secondo uno schema che trarrebbe ispirazione dalla forte influenza cubana), e verso il tentativo di alcuni settori militaristi del governo di provocare scontri al fine di indebolire l’autorevolezza del presidente in carica; dall’altro, si alternano manifestazioni di maggiore distensione, come il tentativo dell’esecutivo di rilanciare i rapporti con gli USA (scelta che potrebbe assumere una connotazione “anticubana”) o il maldestro tentativo di indire una conferenza nazionale di pace, a cui si faceva cenno sopra.

A un anno dalla morte di Chavez, comunque, sullo sfondo di questo scenario di forti tensioni, rimane l’emergenza economica e finanziaria che rende, giorno dopo giorno, la vita dei venezuelani sempre più difficile. Come ha rilevato un esponente chavista, oggi più che mai si rivela nella sua tragicità la contraddizione di un paese che, pur essendo ricchissimo, “non produce nulla” e che nel 2013 è stato strozzato da una morsa inflazionistica calcolata al 56%. Che la priorità continui a essere dettata dall’emergenza economica, nonostante le manifestazioni, è apparso dal recente provvedimento – introdotto per decreto, grazie alla cosiddetta Ley Habilitante) – di riforma del mercato cambiario, da sempre fortemente controllato dallo Stato, con l’obiettivo di aumentare la disponibilità valutaria per le imprese presenti nel paese.

Il governo ha anche ammesso i gravi problemi che colpiscono la stabilità valutaria del paese e le sottrazioni indebite (per mano di funzionari corrotti) di valuta rese possibili dal sistema di vendita di dollari controllato dallo Stato: degli oltre 20 miliardi di dollari autorizzati dal governo alle imprese, circa un terzo sono stati «sviati verso imprese fantasma», secondo quanto dichiarato da fonti governative, generando un grave problema di approvvigionamento di dollari per tutti gli investitori e le imprese del paese. Il nuovo provvedimento, di fatto, amplia i margini ufficiali per la compravendita valutaria (sostanzialmente sospesa dal 2003) in un paese in cui, da circa dieci anni, le transazioni venivano realizzate solo previa autorizzazione dello Stato (con gravi inefficienze e illeciti). Anche se ancora non sono noti i dettagli del nuovo meccanismo di compravendita valutaria, molte sono le aspettative in termini di contrasto al mercato parallelo del dollaro (mercato arrivato alle stelle – un dollaro è cambiato per 87 bolivar – e considerato come una delle cause principali della crisi finanziaria del paese) e di aumento della disponibilità valutaria per privati e investitori (oggi più che mai assetati di dollari per comprare all’estero tutto ciò che manca in Venezuela). Ma non solo: il provvedimento, diminuendo il controllo dello Stato sulle aste di dollari, punta a ridurre il margine di potere degli apparati corrotti, responsabili delle sottrazioni di dollari indebite con la fuoriuscita di miliardi di dollari dalle casse dello Stato verso imprese-fantasma, e non lontani da alcuni ambienti militari ostili a Maduro.



[1] Governatore dello Stato di Miranda e già candidato della Mesa de Unidad Democrática alle elezioni presidenziali dello scorso anno.

 

 


Foto: Julio César Mesa

 

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