L’Italia nella Grande Transizione: Europa, lavoro, equità

Written by Italianieuropei Friday, 22 June 2012 12:47 Print

Il Dipartimento Economia e Lavoro del PD in collaborazione con la Fondazione Italianieuropei ha redatto un documento che costituisce il tentativo di offrire un contributo di analisi e qualche circoscritta indicazione di policy al Programma Nazionale di Riforma predisposto dal governo Monti.[1]


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Introduzione


copertina_pnr_2012Secondo le prescrizioni del “Semestre europeo”, l’Italia, così come tutti i paesi membri dell’Unione europea e dell’area euro, è tenuta a presentare in aprile alla Commissione e al Consiglio dell’Unione una versione aggiornata del Programma di Stabilità e del Programma Nazionale di Riforma (PNR). L’importanza di tali documenti è stata accresciuta dalla sempre più stringente necessità di coordinare le politiche economiche nell’eurozona, non soltanto coerentemente con le decisioni assunte nei mesi scorsi – sia quelle entrate in vigore (six-pack), sia quelle in via di ratifica (fiscal compact) –, ma soprattutto in risposta a una fase di tensioni economiche, sociali e finanziarie in aumento.

Il presente documento, a differenza di quello proposto lo scorso anno dal PD e dalla Fondazione Italianieuropei, non è un PNR, ma costituisce il tentativo di offrire un contributo di analisi e qualche circoscritta indicazione di policy al PNR predisposto dal governo Monti. La struttura prevede una prima parte dedicata all’area euro e una seconda dedicata all’Italia, cui seguono quattro focus concernenti la distribuzione del reddito, i divari territoriali italiani, il mercato del lavoro e le politiche industriali. I focus sono stati scelti per dare visibilità a variabili economiche importanti, anzi decisive, ma trascurate ai fini dello sviluppo sostenibile (la distribuzione del reddito e le politiche industriali) oppure considerate secondo una lettura poco fondata sul piano empirico (il mercato del lavoro e i divari territoriali). Vogliamo insistere sull’analisi delle criticità dell’eurozona e dell’Italia perché continua a prevalere nel dibattito e nelle iniziative di policy europea e nazionale una lettura infondata dei problemi. E senza un’analisi corretta dei problemi le risposte potrebbero risultare sbagliate o comunque inadeguate. Nell’Unione europea e nell’area euro la catena di recessione-stagnazione-recessione, aumento della disoccupazione, indomabilità dei debiti pubblici e instabilità finanziaria non è casuale. Deriva da una politica economica inadeguata, a sua volta frutto di un’analisi infondata. Le promesse di crescita dei governi nazionali europei rischiano di rivelarsi vane senza un riorientamento radicale della politica economica dell’area euro.

L’insistenza ossessiva sugli squilibri di finanza pubblica come causa delle difficoltà dell’euro è fuorviante. Le speranze riposte nelle riforme strutturali, interventi pur utili quando ben disegnati, sono illusorie nell’attuale situazione europea, data la carenza di domanda aggregata e l’enorme capacità produttiva inutilizzata. Centrali nella comprensione dei problemi dell’eurozona sono invece gli squilibri manifestatisi nei saldi delle bilance dei pagamenti, le cui radici risiedono nei differenziali di competitività, nelle scelte miopi di politica economica attuate a livello nazionale (innanzitutto nei cosiddetti “paesi periferici”, ma anche in quelli “virtuosi”) e, in misura rilevante, nell’inadeguatezza degli strumenti di governance economica a livello comunitario.

Guardando all’Italia e alla debolezza della crescita della sua economia, va respinta un’interpretazione riduttiva del problema della competitività secondo la quale occorrerebbe agire solo sul costo del lavoro, sia operando una deflazione salariale sia introducendo ulteriore flessibilità. A tale interpretazione va contrapposta una linea di intervento che migliori la produttività del lavoro tramite investimenti in capitale fisico e umano, nonché con azioni e politiche a largo raggio mirate ad aumentare la produttività totale dei fattori. Un’attenzione prioritaria, considerata la vocazione manifatturiera del nostro paese, deve essere rivolta alla riattivazione della politica industriale.

I focus sull’Italia comprendono anche alcune proposte. Le priorità indicate vanno intese in sinergia con le posizioni programmatiche definite dal PD nel corso degli ultimi due anni. Ad esempio, il focus dedicato alla distribuzione del reddito va letto nel quadro delle proposte per la riforma fiscale (“Fisco 20, 20, 20”) e delle proposte per la riforma delle politiche sociali e del welfare, mentre quello dedicato alle politiche industriali va letto nel quadro degli interventi definiti dal PD per la scuola, l’università, la ricerca, l’innovazione, la green economy, le politiche per le infrastrutture e la logistica. Insomma, i focus contengono aspetti specifici e parziali di una strategia per lo sviluppo sostenibile che va interpretata come un insieme coordinato di interventi plurisettoriali.

È questa la strategia di sviluppo, sostenibile sul piano economico, sociale e ambientale, articolata nel documento “Europa, Italia. Un progetto alternativo per la crescita” proposto dal PD e dalla Fondazione Italianieuropei nel marzo 2011 in alternativa al PNR del governo Berlusconi. Una strategia che individuava due obiettivi sistemici e complementari, driver e bussola di tutte le riforme di settore: l’innalzamento del tasso di occupazione femminile fino a raggiungere nel 2020 il 60% (ossia circa tre milioni di donne occupate in più rispetto a oggi); l’innalzamento della specializzazione produttiva dell’Italia.

Tali obiettivi dovrebbero guidare gli investimenti in conoscenza, gli interventi di politica industriale e fiscale, le riforme strutturali (in particolare il completamento delle liberalizzazioni, la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni e la riqualificazione della spesa pubblica, la regolazione della democrazia nei luoghi di lavoro) e gli investimenti per la logistica.

L’obiettivo di occupazione femminile, che richiede la presenza di servizi sociali di qualità e un’adeguata dotazione finanziaria, è strettamente correlato all’obiettivo di occupazione giovanile e, conseguentemente, all’obiettivo di occupazione nel Mezzogiorno. L’innalzamento della specializzazione produttiva è connesso al miglioramento della produttività, che a sua volta può derivare soltanto dalla realizzazione di adeguati investimenti, soprattutto nel settore manifatturiero.

Come nel nostro PNR dello scorso anno, sottolineiamo che gli obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) sono realizzabili sul piano economico e sostenibili sul piano sociale soltanto all’interno di una strategia orientata allo sviluppo nell’eurozona e in Italia. In caso contrario, diventerebbe di gran lunga più probabile lo scenario “pessimista” presentato qui nel secondo capitolo, che incorpora gli effetti di finanza pubblica conseguenti alle manovre degli ultimi anni e ai vincoli imposti dal fiscal compact. Tale strategia richiede di imboccare la strada indicata da ultimo nella dichiarazione proposta a Parigi (“Renaissance for Europe”) dalla Foundation for European Progressive Studies e dalla Fondazione Italianieuropei (Italia), dalla Friedrich Ebert Stiftung (Germania) e dalla Fondation Jean-Jaurès (Francia) e condivisa da PD, PS e SPD. Si tratta di una strada alternativa agli indirizzi di politica economica oggi in atto nell’eurozona, dettati dal governo conservatore di Berlino e dalla precedente amministrazione francese, ed è la strada già indicata nel citato documento del marzo 2011:

1. consentire all’ESM di finanziarsi direttamente sul mercato attraverso l’emissione di obbligazioni europee garantite solidalmente da tutti i paesi;
2. permettere alla Banca centrale europea (BCE) di operare come prestatore di ultima istanza;
3. trasformare in stability bonds la parte corrispondente all’incremento del debito provocato dalla crisi o – viceversa – quella che eccede il 60% del PIL di ciascun paese (ad esempio secondo lo schema del “redempion pact” messo a punto dal Consiglio degli esperti economici del governo tedesco);
4. introdurre uno standard retributivo europeo per promuovere un tasso di crescita delle retribuzioni reali almeno pari al tasso di crescita della produttività del lavoro, con l’obiettivo di favorire il riequilibrio fra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero;
5. aggiornare e attuare la proposta di Jacques Delors per un Piano di sviluppo europeo centrato su investimenti pubblici e produzione e consumo di beni comuni, necessari non soltanto a generare uno sviluppo sostenibile su scala continentale, ma anche a riequilibrare la crescita nelle diverse aree dell’Unione (da finanziare con project bonds e/o specifici strumenti fiscali a livello europeo, fra i quali la financial transaction tax e il rafforzamento della tassazione ambientale);
6. promuovere una più equilibrata distribuzione del reddito sia primaria (conseguita sul mercato del lavoro, specialmente nei paesi con maggiore competitività) che secondaria (sostenuta da interventi fiscali e di welfare), capace di restituire potere d’acquisto e sicurezza alle famiglie.

In sintesi, proponiamo una strada realistica, orientata alla valorizzazione del lavoro, per uno sviluppo sostenibile sul piano macroeconomico, sociale e ambientale in Europa e in Italia.


Stefano Fassina

Responsabile Economia e Lavoro Partito Democratico

 


[1] Questo documento è frutto di un lavoro collettivo promosso e coordinato dal Dipartimento Economia e Lavoro del Partito Democratico con la collaborazione della Fondazione Italianieuropei. Il gruppo di lavoro si è avvalso, per la redazione finale del testo, di contributi di esperti e di parlamentari nazionali ed europei del PD. Si ringraziano tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo alla sua redazione, in particolare: Luca Bianchi, Paolo Bonaretti, Fedele De Novellis, Carlo De Villanova, Emanuele Felice, Ronny Mazzocchi, Vito Peragine, Michele Raitano. Un ringraziamento speciale va a Massimo D’Antoni per il coordinamento del lavoro.

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