Europa, Italia. Un progetto alternativo per la crescita

Written by Italianieuropei Tuesday, 28 June 2011 11:53 Print
Il Dipartimento Economia e Lavoro del PD in collaborazione con la Fondazione Italianieuropei ha redatto un Programma Nazionale di Riforme dell’Italia. Il documento propone una strada percorribile orientata alla valorizzazione del lavoro per uno sviluppo sostenibile sul piano macroeconomico, sociale ed ambientale in Europa ed in Italia. | Scarica il documento

 

Come tutti i paesi membri dell’Unione europea e dell’area euro, l’Italia è tenuta a presentare in aprile alla Commissione e al Consiglio dell’Unione una versione aggiornata del Programma di Stabilità e del Programma Nazionale di Riforma (National Reform Program, NRP). L’importanza di tali documenti è stata accresciuta dalla recente decisione di istituire un “Semestre europeo”, volto a migliorare il coordinamento ex ante delle politiche economiche nazionali. Il NRP si sviluppa e si inserisce nel quadro di stringenti vincoli sovranazionali. Coerentemente, il presente documento delinea concrete proposte di intervento nel rispetto di tali vincoli.[1] Tuttavia, prima di indicare le linee guida delle riforme per l’Italia, riteniamo necessario forzare i confini codificati dei due documenti programmatici richiamati e premettere al NRP una valutazione critica delle scelte di politica economica europea e qualche indicazione alternativa.

L’Unione è segnata da profondi cambiamenti nella governance: dal semestre europeo ai meccanismi emergenziali per affrontare le difficoltà dei debiti sovrani, al salto di qualità nella regolazione e nella vigilanza dei mercati finanziari. Sono cambiamenti positivi, di grandi potenzialità, nel segno del rafforzamento della politica economica comune, nonostante le contraddizioni, in particolare la dominanza della dimensione intergovernativa e le linee generali di policy scelte da un’Unione europea trainata da governi di centrodestra.

Le scelte di policy tentano di rispondere alla grande recessione del 2008-09, ai conseguenti squilibri nella finanza pubblica, all’accentuazione delle asimmetrie di competitività tra i paesi dell’Unione e, soprattutto, della moneta unica, e alle acute diseguaglianze sociali presenti all’interno di ciascun paese. In realtà, a nostro parere, le scelte fatte o in fieri aggravano i problemi e mettono a rischio i connotati sociali distintivi faticosamente tracciati nel corso della seconda metà del Novecento. In particolare, le politiche economiche restrittive adottate o proposte negli ultimi mesi (ad esempio, le misure sulle retribuzioni e le condizioni di lavoro contenute anche nella bozza del “Patto per la competitività” preparata dalla presidenza del Consiglio europeo e dalla presidenza della Commissione) sono orientate ad un impossibile e deflattivo mercantilismo. Oltre che profondamente disgregative della coesione sociale, rendono ancor più incerto lo scenario macroeconomico europeo e, anziché attenuare le tensioni sui mercati finanziari, contribuiscono ad alimentarle.

Per salvaguardare il processo di unificazione e rigenerare l’economia sociale di mercato nell’Unione europea si rende necessaria una profonda revisione delle politiche economiche definite dai governi di centrodestra. È urgente un radicale riorientamento, un cambio di paradigma, nella sua cultura economica prima ancora delle singole policy per costituire saldi legami tra sviluppo economico, equità sociale e riequilibrio territoriale e, per questa via, creare adeguate condizioni generali di benessere materiale, di progresso civile, di democrazia effettiva.

Il cambio di paradigma deve, innanzitutto, presiedere all’interpretazione dei movimenti in corso. È diventato troppo stretto il campo semantico del sostantivo “crisi” per cogliere il passaggio di fase. Ci sembra si debba ricondurre quanto avviene al terreno aperto, in larga misura inesplorato, di una “grande transizione” geopolitica, economica, demografica. Inoltre, riteniamo che, sia nell’analisi prevalente sia nell’individuazione delle exit strategies, siano del tutto sottovalutati i problemi legati alla domanda aggregata mondiale e alle cause di fondo della sua debolezza. A nostro avviso, uno dei fattori che più incide sulle condizioni della domanda e che, quindi, frena la crescita è l’aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, in particolare da lavoro, e della ricchezza. Un fenomeno che ha caratterizzato quasi tutti i paesi dell’OCSE, gli Stati Uniti in particolare, e che ha progressivamente compresso il potere d’acquisto delle famiglie, non soltanto le working families ma larghissime fasce delle classi medie. Insieme alle prospettive dell’economia, sono in gioco i pilastri delle democrazie delle classi medie costruiti attraverso i sistemi di welfare dopo la seconda guerra mondiale.

Negli anni precedenti la crisi, una risposta all’erosione del reddito disponibile dei lavoratori è stata data, soprattutto nei paesi anglosassoni, dall’espansione del credito al consumo. Il boom dei valori della ricchezza finanziaria e immobiliare ha contribuito a garantire il livello di consumi delle famiglie e ha permesso di coprire gli effetti di una tendenza pluridecennale di aumento della diseguaglianza che ha penalizzato i redditi bassi e medi. Ad una sorta di welfare finance è stato assegnato il compito impossibile di rimpiazzare i malconci e malconciati welfare State. È così che il riequilibrio forzoso della finanza dopo il collasso di Lehman Brothers ha lasciato anemiche le economie sviluppate le quali, in molti casi, hanno dovuto soccorrere con risorse pubbliche a debito il crollo di colossi della finanza privata.

La rilevanza della distribuzione del reddito ai fini della domanda interna delle economie mature e della crescita endogena è spesso ridimensionata in riferimento al rapido sviluppo nei paesi emergenti. Tuttavia, a noi pare che, nonostante le straordinarie potenzialità, tali aree, caratterizzate almeno nel medio periodo da livelli di consumo contenuti, non possano compensare la stagnazione dei consumi nelle economie sviluppate. Neppure possiamo realisticamente affidare ancora una volta il traino agli Stati Uniti, alle prese con acuti squilibri finanziari, economici e sociali e comunque “obbligati” a ridurre il loro deficit commerciale.

Per questa ragione pensiamo che l’Europa debba dotarsi di un “motore” autonomo di domanda e abbandonare un’impostazione di politica economica restrittiva, dannosa sia per sé sia per gli equilibri mondiali. È chiaro che il motore autonomo non può essere alimentato da un ulteriore aumento dell’indebitamento pubblico e privato dei paesi dell’Unione. Per molti di essi questa strada è preclusa dalla presenza di stock di debito pubblico già molto elevati e aggravati dalla recente crisi.

Per uscire dalle prospettive di stagnazione ed elevata disoccupazione strutturale, in particolare giovanile e femminile, di fronte all’Europa ed evitare rischi seri per la moneta unica e, inevitabilmente, per l’assetto istituzionale, indichiamo quattro linee di policy, in larga misura condivise dai partiti progressisti europei: 


  1. un’agenzia europea per il debito per acquistare i titoli dei paesi aderenti ed emettere titoli di debito europei (eurobond) garantiti in modo collettivo;
  2. un piano europeo di investimenti per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione alimentato dalle risorse raccolte attraverso l’emissione di eurobond, l’introduzione di specifici strumenti fiscali a livello europeo, tra i quali la Financial Transaction Tax e il rafforzamento della tassazione ambientale, oltre agli interventi della Banca Europea degli Investimenti e del fondo infrastrutturale “Marguerite”. Le linee di intervento dovrebbero seguire le indicazioni del Patto europeo per il lavoro e il progresso sociale, approvato dal Consiglio del PSE tenutosi il 2-3 dicembre 2010 a Varsavia. Insomma, un piano per innalzare e riequilibrare la crescita delle diverse aree della moneta unica. Un piano complementare all’avanzamento del mercato interno come raccomandato dal “Rapporto Monti”. Un piano in controtendenza rispetto alla logica di “non interferenza” seguita negli ultimi anni dalle istituzioni comunitarie di fronte ai rischi di desertificazione industriale di intere regioni;
  3. uno “standard retributivo” europeo per coinvolgere i paesi in surplus nel processo di aggiustamento delle bilance commerciali. Lo standard retributivo implica una crescita delle retribuzioni reali in linea con la dinamica della produttività. In altri termini, i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico e da dinamiche retributive al di sotto dello “standard” dovrebbero accelerare la crescita delle retribuzioni oltre la variazione della produttività per contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. Viceversa, i paesi in deficit con l’estero dovrebbero allineare l’aumento delle retribuzioni alla produttività e, soprattutto, attuare politiche per accrescerla;
  4. una più equilibrata distribuzione del reddito da lavoro, sia primaria (conseguita sul mercato del lavoro) che secondaria (sostenuta da interventi di welfare e fiscali) capace di restituire potere d’acquisto e sicurezza alle famiglie.


In tale contesto, inseriamo il Programma Nazionale di Riforme dell’Italia. Qui, proponiamo un’analisi in cui, insieme a dati noti, sottolineiamo aspetti trascurati e letture in controtendenza. Ad esempio, misuriamo le performance del nostro paese e delle regioni italiane non soltanto in termini di indicatori economici standard (PIL pro capite, produzione industriale ecc.) ma anche in riferimento ad alcuni indicatori di “sviluppo umano”. Non è un vezzo analitico o una rincorsa delle mode del tempo. È condizione per capire meglio i nodi da affrontare e scegliere correttamente le priorità, la sequenza delle riforme in un contesto di risorse estremamente limitate. Inoltre, rigettiamo il paradigma duale assunto dal governo Berlusconi per leggere i ritardi italiani: il Nord che funziona e ha bisogno solo di aggiustamenti; il Sud, completamente da ridefinire. Non è così. L’interruzione del processo di convergenza tra Sud e Nord del paese è intrecciata ad una perdita ancor più significativa di competitività dell’intero sistema economico nazionale e delle sue aree più forti rispetto alla media dei paesi dell’Unione europea. Ad esempio, nel 1998, il PIL per abitante del Nord-Est era pari al 137% della media dell’Unione europea a 27, mentre nel Meridione tale indicatore si fermava al 74%. Nel 2007, il Nord-Est scivolava al 125% della media UE, mentre il Meridione era al 70%. A nostro parere, l’esperienza degli ultimi trent’anni dimostra che il Sud e il Nord o crescono insieme oppure insieme declinano.

Le proposte di riforma delineate nel “nostro” NRP sono frutto dell’intenso lavoro programmatico definito nelle Assemblee Nazionali del PD (Roma, Maggio 2010; Varese, Ottobre 2010; Roma, Febbraio 2011). La strategia di crescita sostenibile sul piano economico, sociale ed ambientale per l’Italia ha due obiettivi-guida, due driver sistemici e complementari, sollecitatori e bussola di tutte le riforme di settore:


  1. l’innalzamento del tasso di occupazione femminile fino a raggiungere in un decennio il 60% (ossia circa 3 milioni di donne occupate in più rispetto ad oggi);
  2. l’innalzamento della specializzazione produttiva dell’Italia.


Tali obiettivi guidano gli investimenti sulla conoscenza, gli interventi di politica industriale e fiscale, le riforme strutturali (in particolare, le liberalizzazioni, la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni e la riqualificazione e la riduzione della spesa pubblica), gli investimenti per la logistica.

La strategia di riforme per l’Italia è molto ambiziosa. È tale non soltanto per i vincoli di carattere culturale, economico e sociale al cambiamento progressivo. È ambiziosa in quanto deve fare i conti con un impegnativo percorso di riduzione del debito pubblico. L’esito del dibattito sui criteri di convergenza del debito pubblico è estremamente rilevante per il nostro paese. L’Italia si trova infatti ad essere contemporaneamente uno dei paesi maggiormente indebitati e con le prospettive di crescita più lenta di tutta l’UE.

Gli obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 marzo scorso sono possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita. Per raggiungerli, proponiamo, quindi, una strada alternativa agli indirizzi di politica economica prevalenti in Italia e tra i governi dell’Unione europea, senza misure di finanza straordinaria (patrimoniali o altri interventi one-off sulle imposte), ma centrata sulle riforme per l’innalzamento del potenziale della nostra economia nel quadro di una politica economica europea per il sostegno della domanda interna. Sono due le condizioni necessarie. In Italia, l’aumento del tasso di occupazione femminile e l’innalzamento della specializzazione produttiva proposte nel “nostro” NRP possono generare, rispetto allo “scenario tendenziale”, un aumento medio annuo del PIL pari allo 0,5-0,6% con effetti positivi sia sulla velocità di convergenza che sugli sforzi necessari alla riduzione del debito.

La strategia riformista qui tracciata consente, entro il 2020, una riduzione dello stock di debito in linea con gli obiettivi indicati dal recente Ecofin. Tuttavia, lo sforzo misurato in termini di avanzo primario risulta decisamente inferiore (circa un punto di PIL in meno). Inoltre, gli effetti di uno stabile innalzamento del PIL potenziale accelerano la velocità di abbattimento del debito nel lungo periodo rispetto allo “scenario europeo”: secondo la strategia riformista, il percorso di convergenza del debito pubblico verso il limite del 60% si può compiere in un orizzonte di circa 25 anni, mentre lo scenario europeo a tale data lascerebbe il rapporto sopra il 75%. Un’ulteriore, seppure realisticamente limitata, accelerazione della convergenza verso gli obiettivi di debito potrebbe essere ottenuta dall’alienazione di porzioni del patrimonio demaniale sia dello Stato che degli enti territoriali effettivamente alienabili.

In sintesi, proponiamo una strada percorribile orientata alla valorizzazione del lavoro per uno sviluppo sostenibile sul piano macroeconomico, sociale ed ambientale in Europa ed in Italia.

Stefano Fassina



[1] Il presente documento si basa su un lavoro di analisi svolto dal Dipartimento Economia e Lavoro del PD in collaborazione con la Fondazione Italianieuropei. Si ringraziano per le osservazioni e i contributi forniti, a titolo personale e senza coinvolgere le istituzioni di appartenenza: Gianpaolo Arachi, Luca Bianchi, Paolo Bonaretti, Emiliano Brancaccio, Fedele De Novellis, Carlo De Villanova, Stefano Fantacone, Ronny Mazzocchi, Salvatore Monni, Antonio Nicita, Giorgia Proietti-Rossi, Francesco Saraceno e Alberto Zanardi. Un ringraziamento particolare va a Massimo D’Antoni che ha svolto un ruolo di coordinamento scientifico.

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