Una nuova alleanza tra uomini e donne

Written by Elisabetta Ambrosi Thursday, 10 February 2011 11:45 Print
Una nuova alleanza tra uomini e donne Illustrazione: Anna Godeassi

La lettera pubblica di suor Rita Giaretta contiene parole che forse meglio di altre si prestano a rappresentare uno slogan potente del movimento di indignazione della società civile seguito alle sconcertanti vicende sul giro di escort e ricatti in cui è coinvolto Silvio Berlusconi. Un movimento che si ritroverà domenica prossima nelle piazze d’Italia. | di Elisabetta Ambrosi

 

«Non ti è lecito! Non ti è lecito offendere e umiliare la bellezza della donna; non ti è lecito trasformare le relazioni in merce di scambio, guidate da interessi e denaro; e soprattutto oggi non ti è lecito soffocare il cammino dei giovani nei loro desideri di autenticità, di bellezza, di trasparenza, di onestà. Tutto questo è il tradimento del Vangelo, della vita e della speranza!».

La lettera pubblica di suor Rita Giaretta, orsolina impegnata nel difficile territorio del casertano contro la tratta delle prostitute, contiene parole che forse meglio di altre si prestano a rappresentare uno slogan potente del movimento di indignazione della società civile seguito alle sconcertanti vicende sul giro di escort e ricatti in cui è coinvolto Silvio Berlusconi. Un movimento che si ritroverà domenica prossima nelle piazze d’Italia.

Nella lettera, suor Rita Giaretta si dice inquieta di fronte allo spettacolo «di fiumi di denaro e di promesse che intrecciano corpi trasformati in oggetti di godimento». E aggiunge: «Di fronte a tale e tanto spettacolo l’indignazione è grande!». Il suo appello, però, non è rivolto solo al presidente del Consiglio ma a tutti gli uomini di potere che in maniera più o meno palese mettono in atto comportamenti simili. E insieme a loro al mondo maschile – «poche sono le loro voci, anche dei credenti, che si alzano chiare e forti» – dove «le relazioni e i rapporti sono spesso esercitati nel senso del potere». E dove c’è, conclude, «grande bisogno di liberazione».

È soprattutto questo mondo che dovrebbe essere protagonista il 13 febbraio, oltre alle donne che sembrano finalmente aver riacquistato voce e forza contro una degradazione sempre manifesta, ma che oggi ha certamente toccato il suo apice. Nonostante molte voci maschili si siano indignate pubblicamente, chiedendo le dimissioni del premier, gli uomini non sembrano egualmente protagonisti in questa protesta, come in quelle che l’hanno preceduta.

Una mancanza di simmetria che ha molte ragioni. Complicità, omertà, persino invidia, avanza suor Rita Giarretta. Ma ci sono forse anche colpe femminili. Ad esempio non ha aiutato e non aiuta un certo femminismo separazionista, quello che rivendica la differenza femminile quasi ponendola al di là di un muro invalicabile. E al tempo stesso, talvolta persino esplicitamente, teorizza la superiorità del femminile, la sua peculiarità speciale. Che mentre da un lato sembra esaltare le donne, dall’altro finisce per assegnare loro un posto separato nella società: quanto, d’altro canto, fanno quelli che sminuiscono le competenze e il valore femminili.

Non è un caso – ci si riflette forse troppo poco – che «maschilismo» corrisponda alla stessa dicitura di «femminismo», ma declinata al maschile. Mentre il primo viene visto negativamente, però, il secondo viene considerato un valore. Così, in Italia abbiamo avuto pochi drappelli di femministe e un paese davvero retrogrado, dove tuttora la donna occupa posizioni così misere e sottopagate da renderci ultimi in Europa. Dove il maschilismo impera trasversalmente, duole dirlo anche a sinistra.

È un maschilismo nascosto, quasi impercettibile. Eppure si nota quando i panel dei convegni ma anche delle trasmissioni TV di informazione – penso, solo per fare due esempi, ad Ominibus di La Sette ma anche ad un Fabio Fazio che fino a poco tempo fa ospitava praticamente solo uomini – vengono pensati quasi interamente al maschile. O quando si vede un parlamento di deputati in giacca e cravatta, attorniati da segretarie, sempre e solo donne, magari laureate, mentre i loro capi non lo sono.

Certo, “là fuori”, nella società reale è peggio. Solo di pochi giorni fa l’ennesima notizia di cronaca di una donna uccisa, insieme al figlioletto di due anni, dall’ex disperato per la separazione, un copione ripetutosi in questi ultimi mesi decine e decine di volte; una terribile strage. Ma altrettanto inaccettabile è la desolazione di milioni di donne, magari giovani, che hanno smesso di cercare lavoro, e che stanno a casa, con o senza figli. Oppure hanno un lavoro “cattivo” e ripetitivo, mentre i coetanei maschi, a parità di studi, se la passano, se non bene, un po’ meglio. Le escort del caso Berlusconi sono compagne di queste donne, pure nella triste immagine di sé che hanno dato. Certamente una società meritocratica, in cui le strade per raggiungere felicemente una professione fossero tanto semplici quanto manifeste, scoraggerebbe questi comportamenti.

Ciò di cui abbiamo bisogno allora, e che speriamo venga invocato nelle imminenti manifestazioni, non è un nuovo femminismo, ma di una vera parità. Quella che è divenuta realtà da decenni in altri paesi europei, dove ci sono donne in tutti i luoghi di potere, spesso a capo di team di uomini. Dove il welfare per la famiglia è concreto e tangibile. Dove puoi incontrare donne brutte e non più giovani con uomini belli, una cosa impensabile nel nostro paese, nel quale in una coppia la donna deve essere forzatamente più giovane e più carina.

In molti di questi paesi, le quote rosa sono state applicate certo con un margine di artificio, ma alla fine con successo. Mentre nel nostro dibattito tutti si affannano ad accusarle, a destra come a sinistra, di essere uno strumento dannoso e illiberale. Persino il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna, che sembra non vedere quanto illiberale sia una situazione di minorità e degrado femminili che non ha quasi eguali in Europa.

Insieme alla parità, abbiamo bisogno anche di una nuova cultura dell’amore, un’arte difficile da costruire insieme ma che, come sottolineava Gad Lerner in un recente articolo su  “la Repubblica”, rappresenta uno degli obiettivi per il quale vale la pena vivere. Uomini e donne, uniti in una nuova alleanza – nata dal basso, dalla società civile, non dalle fragili opposizioni politiche – che forse gli eventi di questi giorni hanno creato. E che ora è quanto mai  importante rinsaldare.

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Illustrazione: Anna Godeassi

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