Rendere visibile l’invisibile

Written by Maria Serena Sapegno Monday, 07 February 2011 12:50 Print
Rendere visibile l’invisibile Illustrazione: Anna Godeassi per Psychologies

La mobilitazione del 13 febbraio che chiama nelle piazze di almeno sessanta città di tutta Italia le donne di ogni età e provenienza, di diverse convinzioni politiche e collocazione sociale, e invita anche gli uomini che ne capiscano il senso e la complessità, non ha “mandanti” o burattinai e soprattutto ha come scopo fondamentale quello di imporre il rispetto per le donne. | di Maria Serena Sapegno

 

La mobilitazione del 13 febbraio che chiama nelle piazze di almeno sessanta città di tutta Italia le donne di ogni età e provenienza, di diverse convinzioni politiche e collocazione sociale, e invita anche gli uomini che ne capiscano il senso e la complessità, è organizzata da un gruppo di donne anch’esse molto diverse tra loro. Non ha “mandanti” o burattinai, come alcune/i temono, e soprattutto ha come scopo fondamentale quello di imporre il rispetto per le donne. PER TUTTE LE DONNE.

Si tratta di una manifestazione profondamente politica, quindi, che non cerca la mediazione di partiti o gruppi politici, ma si rivolge direttamente a tutte le donne, dal momento che gli uomini non sembrano avere la lucidità politica di sentirsi chiamati direttamente in causa dall’immagine sgangherata e violenta di un potere fallocratico tanto più fragile quanto più arrogante. Un potere fondato su un dominio antico, quello di un sesso sull’altro, rinnovato ora solo superficialmente.

Ciò che abbiamo letto nelle settimane passate non è solo il rivelarsi di una scena privata dalle tinte patetiche e grottesche, come è stato rilevato da più parti. È prima di tutto l’emergere con lampante chiarezza di un sistema di corruzione premoderno, secondo il quale per chi può accedere alla corte del generoso feudatario e fornirgli ciò che il capriccio del momento detterà, sono in serbo non solo doni ingenti e imprecisati, dai gioielli, a rilevanti somme di danaro, a proprietà immobiliari, a carriere fulminanti in televisione, ma perfino la possibilità di accesso a cariche pubbliche ed istituzionali. È inoltre rilevante che a tale corte siano invitate quasi esclusivamente donne giovani (perfino minorenni) e molto belle, in gruppi numerosi, rappresentazioni viventi delle proiezioni del desiderio maschile che hanno la funzione di confermare, rassicurandolo. Esattamente in diretta continuità con quello che accade da parecchi anni sugli schermi della nostra televisione dove non c’è donna che non sia immagine di quel desiderio compulsivo che va blandito, nella rassicurazione che tali bellissime donne mute non desiderano che provocarlo e poi compiacerlo, non vivono che per questo.

C’è un rapporto diretto tra tale ripetitiva rappresentazione e le scandalose cifre sulla assenza delle donne dai ruoli decisionali, pubblici e privati, sulla disoccupazione femminile, sulla denatalità, sulla mancanza di servizi all’infanzia e agli anziani, che collocano l’Italia ai posti più bassi delle classifiche internazionali. Eppure le donne italiane hanno fatto un lungo cammino, sono molto più forti e consapevoli, sono diffuse in tutta la società con i loro talenti.

Il fatto è che lo sguardo e la voce delle donne su di sé e sul mondo, conquista epocale del femminismo, non conosce quasi spazio pubblico, quello spazio occupato pressoché integralmente dallo scandaloso monologo e dal solo sguardo degli uomini. Per questo è uno spettacolo umiliante e lo è in modo particolare per gli sguardi di giovani e giovanissimi e che non hanno mai visto altro e lo considerano perciò naturale. Ma al di là del suo essere umiliante, stiamo parlando di una rappresentazione del rapporto tra i sessi e di modelli di genere che hanno una forte valenza politica: parlano di dominio e sottomissione, di cancellazione della differenza, di misoginia e omofobia, di violenza e disprezzo.

È necessario certo denunciare la tacita complicità degli uomini, il loro liquidare tali questioni come poco importanti, materia da barzellette, a meno che non ci sia un reato, l’assoluta incapacità di vederne la rilevanza politica, anzi l’insofferenza e il fastidio per chi lo faccia, che manifestano in realtà le implicazioni profonde. Ma anche notare quante siano le donne stesse che ostentano indifferenza e la convinzione che altri siano i veri problemi.

Per questo abbiamo deciso che si era ormai toccato il fondo e non si poteva più rimandare: Se non ora quando? Era necessario compiere un gesto forte che avesse la capacità di produrre estraniamento, di rendere cioè di nuovo “visibile” quello che non vediamo più perché siamo assuefatti a considerare normale, qualcosa che non ci riguarda e tocca solo gli altri. Perché invece ci riguarda tutte e tutti e incide molto profondamente, perfino al di là della nostra consapevolezza, sulla nostra convivenza civile.

C’era bisogno di questo? E a cosa può servire?

Siamo convinte che il gesto simbolico di invitare le donne a scendere in piazza insieme, al di là di ogni schieramento e comprendendo le tante differenze che ci caratterizzano, abbia innanzitutto il senso ancora una volta di un reciproco riconoscimento, e possa rappresentare la grande forza delle donne come dato politico da imporre all’opinione pubblica e come capitale di cui l’Italia ha grande bisogno.

Certo non basta. Perché non è la prima volta, e perché le manifestazioni sono solo un momento che deve pesare in un processo ben più ampio. Non basterà per noi e non può e non deve bastare per i tanti uomini della politica che in questi giorni accettano il nostro invito pubblicamente: va bene sentirsi civili ed evoluti per un pomeriggio, anche se con grave ritardo, ma saranno chiamati a dare prova concreta della loro “amicizia” in politica, salvo perdere il voto delle donne. E non entro qui nel vero tema di fondo dell’identità sessuale maschile, della disponibilità o indisponibilità a prendere atto della sua crisi profonda senza pericolose nostalgie, ciò di cui argomenta da anni e anche in questi giorni, apparentemente inascoltato, il gruppo Maschileplurale: è problema degli uomini e della loro credibilità. Parlo invece di rapporti di forza, di spazio alle donne, e in particolare alle giovani donne, in tutte le sedi, parlo di leggi, di cambiamento dell’organizzazione del lavoro e della società, per permettere concretamente alle donne la pratica di una piena cittadinanza.

Quanto a noi donne che, come è stato ricordato, non siamo mai state zitte, si tratta di trovare collettivamente modi nuovi e più efficaci di far sentire la nostra voce anche nello spazio pubblico. L’associazione DiNuovo, che ha dato il via iniziale alla mobilitazione, che poi sta crescendo anche da sola per l’incrociarsi e il sovrapporsi di tanti motivi, ma soprattutto per il grande desiderio di tante donne di esprimere la propria rabbia e la voglia di cambiamento, desiderio della cui vastità nessuno si era reso conto, nasce proprio su questo tema. Far pesare la forza delle donne nello spazio pubblico. Esprimere tale forza trasversale e autonoma collegando le tante realtà di donne attive e coscienti di questo paese, aprire a tutte le donne che siano interessate, coinvolgere le giovani donne che avevano creduto alla promessa di parità e pagano più di altri la caduta delle illusioni.

Vedremo chi vorrà impegnarsi, cercheremo insieme le forme più idonee e rispettose delle grandi diversità e proveremo a mettere insieme il patrimonio di esperienze e di capacità, la straordinaria ricchezza che caratterizza la variegata realtà delle donne, al fine di accrescerne il peso e l’impatto, perché è in questa direzione, piuttosto che nello sforzo infinito a sorreggere il gioco degli altri, che deve andare il vero contributo delle donne alla crescita di questo paese.

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Illustrazione: Anna Godeassi

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