Corpo di donna e corpo politico

Written by Marco Balzano Tuesday, 01 February 2011 15:23 Print
Corpo di donna e corpo politico Illustrazione: Anna Godeassi per IoDonna

A me non spaventa, né crea riprovazione morale chi usa con disinvoltura il proprio corpo, chi lo adopera come strumento per raggiungere obiettivi personali, quali che siano, o chi lo vende nella convinzione che un abuso degradante della propria persona non intacchi le parti più nobili dell’individuo: il cervello o, per i più metafisici, l’anima. | di Marco Balzano

 

A me non spaventa, né crea riprovazione morale chi usa con disinvoltura il proprio corpo, chi lo adopera come strumento per raggiungere obiettivi personali, quali che siano, o chi lo vende nella convinzione che un abuso degradante della propria persona non intacchi le parti più nobili dell’individuo: il cervello o, per i più metafisici, l’anima.

Così come, pur non avendoli vissuti, mi hanno sempre fatto sorridere quegli inviti alla “liberazione del corpo” stile freak che circolavano a cavallo degli anni Sessanta e Settanta (una scena del film I cento passi descrive benissimo questo goffo tentativo di catarsi sociale che agli occhi del protagonista, non a caso, appare cosa da poco).

Ognuno del proprio corpo fa quel che vuole, ci mancherebbe. La libertà è prima di tutto una conquista fisica. La prostituzione poi, lo sappiamo, è il mestiere più antico del mondo. E se prostituirsi vuol dire svendersi e farsi comprare, tutti dobbiamo stare attenti. E tutti, una volta o l’altra, rischiamo di metterci in saldo per vantaggi anche molto miseri o effimeri.

La politica, poi, è l’ambiente per eccellenza dove tutto ciò può capitare o innescare spirali di prostituzione, ideologica (per quello che di ideologico è rimasto nella politica italiana) o niente affatto metaforica. Che però i vantaggi di chi si vende debbano ricadere direttamente su altri, questo no. Non è ammissibile. La prostituzione è un affare privato tra chi compra e chi si (s)vende, tertium non datur.

Il corto circuito in atto tra donna e politica a cui si assiste con virulenza in questo periodo è allora tanto più raccapricciante perché è trasformato in faccenda pubblica in quanto ricade sull’individuo estraneo al rapporto di mercificazione. Io, ad esempio, abito a Milano e non vedo perché debba essere rappresentato e governato da chi ha fatto carriera col proprio corpo senza avere alle spalle – che pure sono una parte del corpo – una qualunque qualità riconosciuta. Il prezzo pagato da chi compra e il vantaggio acquisito da chi si dà perché devono trasformarsi, come in una magia nera, in governo e amministrazione del mio posto, del mio paesaggio, dei miei servizi?

Il vantaggio, se rimane in ambito personale, non mi interessa. Ma se si fa pubblico è distruttivo della mia libertà. Della libertà del mio corpo. E lede specialmente la libertà di chi non ha strumenti per comprendere e sviscerare tutte le balle che provano a imbellettare questa inedita prassi di reclutamento. Su quelle persone dopate di televisione commerciale o su quelle che non leggono libri e giornali perché assorbite da una quotidianità dura e opprimente, dove si fatica a sbrigare le incombenze di ogni giorno, dove è uno sforzo spremere lo stesso limone perché non ci si può permettere di sprecare. Insomma, dove mancano gli strumenti e il tempo, insieme a tante altre cose forse ancora più importanti.

Oggi tutto questo, incredibilmente, è solo la situazione di partenza del degrado politico, e non, come ci si potrebbe aspettare, il torbido traguardo raggiunto.

Che si giustifichi, infatti, l’occupazione di posti politici privilegiati con la motivazione “è giovane e laureata”, peggiora notevolmente le cose. Sì, perché, oltre a essere una scemenza, è l’offesa più grande al mondo del precariato, di cui un politico dovrebbe prendersi cura e non dileggiarlo.

Giovani laureate ce ne sono a vagoni, capillarmente distribuite lungo tutto lo Stivale: laureate, specializzate, con curricula pieni di master, dottorati e soggiorni all’estero. Quelle stesse giovani laureate però che, se non sono scappate in Europa o in America, in troppi casi, alla voce “Esperienze lavorative” registrano il solito call center – magari quello che fa indagini per sapere che cosa la gente ne pensa di questa classe politica o del precariato – o i tre anni di praticantato non retribuito presso l’Azzeccagarbugli di turno.

Dunque, deduco: essere laureate non vuol dire niente per la donna che non si svende ed è motivo di vanto e di giustificazione di carriera politica per chi lo fa?

Il crescendo rossiniano a cui è sottoposto chi in queste lunghe settimane si informa per le vie più comuni parla, qua e là, anche di pietà e commiserazione nei confronti di quelle giovani che si svendono, seppure in ambienti altolocati. Povere loro che non sanno quel che fanno. Spesso lo si sente dire anche da fior di progressisti, da spiriti libertini e sgargianti o lo si legge sui giornali più venduti. Ma anche qui bisogna fare attenzione. La pietà è un sentimento nobile, dantesco come però dantesco è lo sdegno. Bisogna metterla in atto con criterio proprio perché non deve nemmeno questo sentimento ledere la libertà individuale.

A me fa pietà la sfilza di ragazze, tantissime sono minorenni, che si vedono lungo le strade statali, nelle periferie, all’imbocco delle tangenziali. Le africane lungo i viali soggiogate dagli aguzzini del corpo e venute su portando “il germe della storia antica”, della miseria ciclica che spinge a partire verso nord, come scriveva Pasolini. Ma non chi consapevolmente decide di vendersi o chi lo fa con l’ambizione di trovare posto in una politica vista con gli occhi dell’ignoranza come privilegio, arricchimento e potere. Il proprio corpo è e rimane un fatto privato. La politica invece, anche etimologicamente, è pubblica appartenenza, quindi coinvolge sempre chi è estraneo al rapporto privato della mercificazione. Dunque se questa mercificazione del corpo femminile ha ricadute pubbliche la libertà di tutti è calpestata. E questo non è ammissibile.

Manifestare, in questo momento, significa per una donna rileggere il sentimento della pietà, rivestirlo del suo significato più originale, quello dantesco che implica la presenza al dolore umano e non quello taroccato che compiange l’arrivismo più becero. E significa soprattutto rivendicare la propria libertà, che non è solo quella di svendersi, ma che rimane principalmente quella di non volersi svendere. E di dire no.

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Illustrazione: Anna Godeassi per IoDonna

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