Roma è oggi priva di un progetto organico per la valorizzazione del suo immenso patrimonio storico-archeologico. Ci sarebbe invece bisogno di una ricomposizione di questa inestimabile ricchezza, periodo per periodo, e di una concertazione tra luoghi normali, siti archeologici, tessuto urbano e musei, città e campagna. Bisognerebbe insomma dar vita a un pensiero al contempo analitico e sintetico, scientifico e comunicativo, capace di investire l’insieme di Roma, secondo un’idea umanistica rinnovata, all’altezza dei tempi. Ciò la renderebbe nuovamente universale, in grado di spiegarsi, raccontarsi, confrontarsi con altri passati e presenti, per un futuro che sappia riconoscere e valorizzare le diversità nel destino comune del globo.
Esiste uno spread che non riguarda la finanza, bensì lo stato culturale dei giovani italiani. Cresciuti in una società consumistica che ha scelto di non investire sull’istruzione, hanno perso il senso dell’utilità di un bagaglio culturale personale, costretti in una scuola minata dalle continue ristrutturazioni interne. Se lo smarrimento della scuola è sintomo dello smarrimento del paese, combattere l’impoverimento intellettuale non può essere questione esclusiva degli addetti ai lavori, ma deve interessare tutti.
Di fronte all’impatto della crisi attuale, le generazioni future saranno chiamate a un compito di radicale correzione del modello di sviluppo seguito negli ultimi decenni. Una scuola davvero autorevole, pertanto, dovrebbe partecipare alla formazione di una nuova dimensione morale e fornire alle giovani generazioni gli strumenti per confrontarsi con le difficoltà e la complessità del presente.
Quali sono le ragioni delle proteste giovanili, e specialmente di quelle della forza lavoro scolarizzata e precarizzata? Esse affondano le radici nella crisi cognitiva che è la chiave per comprendere la sindrome del declino italiano ed europeo. Difficile farsi ascoltare e trovare ascolto in una situazione bloccata tra bassa crescita e alto debito pubblico.
Lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione ha avuto effetti anche dal punto di vista sociologico, grazie alla creazione di un modo di comunicare e di un concetto di informazione totalmente inediti. Il risultato è stata la nascita di una nuova cultura di massa dai contorni ancora indefiniti ma ricca di interessanti spunti di analisi e riflessione.
Il patrimonio culturale che l’Italia possiede va ben oltre l’immenso tesoro di opere d’arte presenti sul nostro territorio. Di esso fanno parte anche tutti i prodotti della capacità di tanti professionisti e artigiani di fare le cose belle che piacciono al mondo e di cui nessun nuovo ciclo tecnologico può cancellare la riconoscibile qualità italiana. Dalla tutela e valorizzazione di questo patrimonio culturale inteso nel suo senso più ampio possono venire non solo un considerevole contributo alla crescita economica del paese, ma anche un vero e proprio nuovo Rinascimento italiano.
Â
«Con la cultura non si mangia» pare abbia affermato il ministro Tremonti qualche tempo fa per giustificare gli ulteriori tagli apportati alla voce di spesa per il settore, tradendo così l’idea, evidentemente condivisa da molti suoi colleghi di governo, che le somme spese nella promozione della cultura non producano effetti benefici materiali ma rappresentino solo una voce di costi.
L’imminente appuntamento elettorale apre una pagina nuova della storia d’Italia. Chi si troverà a governare nei prossimi cinque anni avrà di fronte a sé il compito immane di ricostruire dalle fondamenta la vita politica di questo paese e riannodare i fili del suo tessuto economico e sociale.
Le risorse destinate dall’Unione europea agli interventi culturali nel Mezzogiorno non sono scarse, ma vengono gestite male e sperperate. Eppure, l’industria culturale e creativa offre un’opportunità straordinaria per lo sviluppo, anche economico, del nostro paese. Per poter cogliere questa irripetibile occasione occorre però definire con precisione cosa si intende per industria culturale e creativa, quindi individuare i ministeri competenti e i progetti da sostenere e garantire sbocchi professionali adeguati ai giovani che si formano nel settore, in modo da sfruttare appieno le loro competenze.
Il modo in cui la questione del differente sviluppo delle aree del Nord e del Sud del paese è stata declinata negli ultimi anni è frutto di
un radicale mutamento culturale nell’approccio al problema, che si è alimentato di argomentazioni fallaci e parziali: il Sud è una voragine che assorbe spesa pubblica e sottrae risorse al Nord; il Nord, da solo, è l’unica speranza di ripresa per l’Italia intera; il Mezzogiorno è responsabile della propria debolezza. Sulle premesse di questo mutamento di paradigma è necessario interrogarsi.