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Pasquale Saraceno. L’industria del Nord e la spesa pubblica nel Mezzogiorno

Written by Carlo Borgomeo Tuesday, 10 January 2012 18:16 Print

Il testo di Pasquale Saraceno del 1952 che qui riproponiamo offre una testimonianza della lucida consapevolezza acquisita dall’autore circa l’unicità del percorso di sviluppo del nostro paese e del ruolo strategico, sottolineato ancora oggi da molti, che la crescita del Mezzogiorno avrebbe potuto giocare al fine di rilanciare l’intera economia italiana.


Commentare una proposta di politica di sviluppo formulata sessanta anni fa è un esercizio sostanzialmente astratto e, per certi versi, arbitrario. Ma lo scritto di Pasquale Saraceno suscita in ogni caso riflessioni e reazioni molto nette. La scelta ineludibile per consentire un duraturo ed equilibrato sviluppo del paese è – per Saraceno – quella di realizzare per diretta iniziativa dello Stato l’insediamento di una consistente industria meccanica (compresa la siderurgia) capace di sostenere una diffusa industrializzazione e di determinare incremento del reddito e dell’occupazione.

Vi sono dei punti di forza molto convincenti e anche delle vere e proprie previsioni sulle conseguenze negative che la mancanza della industria meccanica avrebbe determinato. L’aspetto più interessante è costituito dalla lucidità con cui si descrive l’unicità del percorso di sviluppo del nostro paese. Tema ancora oggi drammaticamente attuale, a giudicare dall’enfasi con cui i meridionalisti sottolineano che il Mezzogiorno è una opportunità per l’intero paese. Anche se oggi, a posteriori, ci si potrebbe chiedere se tale obiettivo non sia stato mancato anche per l’eccessiva “separatezza” delle politiche indotta dalla “potenza” e dalla autoreferenzialità dell’intervento straordinario. Come pure non può non essere sottolineata la circostanza che nel nostro sviluppo ha avuto e ha un grande ruolo (anche nella attuale crisi) l’industria manifatturiera e quella meccanica in particolare, anche se non è da condividere la eccessiva sottovalutazione degli altri comparti industriali che traspare nello scritto di Saraceno.

Ma l’impostazione dalla quale mi sento più distante, e forse non solo per i sessanta anni trascorsi, è quella relativa alla natura dell’intervento dello Stato. Non si tratta di contrapporre una visione astrattamente liberista ad una statalista; non è la disputa tra chi crede nelle capacità propulsive e auto regolatrici del mercato e chi invece pensa che in un sistema duale lo Stato debba assumere un ruolo centrale. La questione è relativa alla modalità con cui si concretizza una politica di sostegno. Saraceno delinea una politica perentoria a tale riguardo: «l’iniziativa privata non può che avere una funzione complementare rispetto alla iniziativa pubblica».

Ma anche in altri passaggi si percepisce che lo sviluppo possibile è in mano allo Stato, ai suoi interventi diretti: quando invoca la necessità di costituire industrie meccaniche dice che altrimenti lo Stato si ridurrebbe a finanziarie infrastrutture e bonifiche, con ciò dando l’impressione che lo sviluppo possibile nasca e muoia dentro le scelte dello Stato.

Non si ragiona con i se, ma viene da chiedersi se non fosse stato opportuno tentare di declinare in modo più complesso e articolato il sostegno pubblico allo sviluppo: per esempio non sottovalutando o del tutto ignorando le scarse, ma tuttavia presenti, energie e tradizioni imprenditoriali locali; oppure assumendo come prioritari interventi capaci di far crescere le responsabilità, individuali, collettive e istituzionali, locali.

Nella stessa linea il richiamo alla motivazione di fondo per la costituzione della Cassa: la mancanza del fattore organizzativo e della capacità di spesa della pubblica amministrazione locale nel Mezzogiorno.

Lo Stato puramente e semplicemente si sostituisce a questo sistema concentrando su di sé il ruolo di programmazione e di esecuzione degli interventi: scelta giustificabile in una logica di emergenza, ma certamente controproducente nel medio-lungo periodo.

Certo si potrà obiettare che l’intervento pubblico, così come descritto da Saraceno, non è stato compiutamente sperimentato, o meglio è stato contaminato da un eccesso di politica, spesso assistenziale, quando non esplicitamente clientelare. Ma è una obiezione debole, perché la degenerazione politica era un pericolo evidente in un disegno di intervento “potente”, quantitativo, centralistico.

Sta di fatto che il disegno, così come si è concretamente realizzato, ha determinato indubbi risultati nella crescita del reddito e dei consumi (meno nelle condizioni generali di vita), ma non ha indotto processi di diffusione di cultura e prassi imprenditoriale, vera leva sulla quale è possibile costruire percorsi di sviluppo duraturo, né ha consentito il rafforzamento delle autonomie locali.

Senza contare gli effetti di dipendenza indotti nelle classi dirigenti meridionali, orientate a cercare – e a rivendicare – altrove le responsabilità dello sviluppo.

 


L’industria del Nord e la spesa pubblica nel Mezzogiorno


In un paese sovrapopolato, nel quale la popolazione non occupata prende coscienza del suo stato di minorità rispetto alla popolazione restante, l’iniziativa privata non può avere che una funzione complementare rispetto all’iniziativa pub­blica: se questa è viva ed è consapevole dei propri compiti, anche l’iniziativa privata si sviluppa; altrimenti essa decade. Non vi è opposizione tra le due, ma la seconda è condizio­nata dalla prima; quanto meno, questo è il quadro che più conviene alla maggioranza della popolazione che non appar­tiene al gruppo privilegiato degli imprenditori esistenti.

D’altra parte, a torto questi imprenditori sono accusati di politiche restrizionistiche o di insufficiente slancio imprendi­toriale; nessuno meglio di loro sa valutare le possibilità di sbocco consentite dall’esistente situazione e dai suoi possi­bili sviluppi; è quindi giustificato il loro timore che nuovi investimenti non collegati con una fase di sviluppo del mer­cato — fase di sviluppo che essi non hanno la forza di atti­vare — si risolvano in disperdimenti di capitali.

Giova infine ripetere che l’odierno problema italiano non nasce da un arresto di sviluppo economico; a sei anni dalla fine della guerra e riferendoci al 1938 possiamo, infatti, re­gistrare un incremento del reddito nazionale nettamente su­periore a quello della popolazione (+ 13-14% il reddito, +10% la popolazione) e in particolare un livello della produ­zione industriale del 36% superiore all’anteguerra; nello stesso tempo, però, dobbiamo constatare un rilevante sviluppo della disoccupazione, portatasi a livelli di poco inferiori a tre volte quelli dell’immediato anteguerra (da 700 mila a circa 2 mi­lioni di unità). Questi indici confermano che la natura e la gravità dei nostri problemi sono determinati dallo sfasamento esistente tra l’aumento dell’occupazione e del reddito nazio­nale da un lato (aumento che in altri paesi potrebbe essere considerato soddisfacente) e l’aumento della domanda di la­voro e di maggior reddito dall’altro, domanda espressa da ceti e da regioni che erano rimasti, per così dire, ai margini dell’attività economica del paese. E in conseguenza anche i nostri futuri problemi saranno condizionati non soltanto dallo sviluppo che potranno avere reddito ed occupazione, ma dal fatto che diminuisca oppure aumenti detto sfasamento tra aumento di occupazione e nuova domanda di lavoro.

È fenomeno notorio che uno stato di depressione, mentre causa flessioni nella domanda di beni di consumo, riduce gra­vemente, e talvolta annulla, la domanda di beni strumentali che l’industria meccanica è chiamata a fornire ai produttori di beni di consumo; durante una fase di depressione cade infatti non solo la convenienza ad aumentare gli impianti, ma anche quella a rinnovarli. E nello stesso campo dei beni di consumo, quelli forniti dall’industria meccanica (ad es. au­tomobili, apparecchi domestici) sono richiesti in misura più ridotta quando il tenore di vita è basso; non così per i beni delle altre industrie (tessili ad esempio che presentano in genere una domanda più rigida e che vediamo largamente ri­chiesti anche da popolazioni a tenore di vita molto depresso). È quindi agevole spiegarsi, nella situazione italiana quale si è sopra descritta, una localizzazione della crisi nel settore meccanico.

Alla crisi di sbocchi si sovrappone oggi nell’industria meccanica italiana una crisi tecnica senza dubbio non meno grave; essa è determinata dalla rapida evoluzione subita dai processi applicati dall’industria meccanica dei paesi tecni­camente più progrediti, evoluzione avvenuta sotto la spinta dei problemi posti dalla preparazione e dalla condotta della guerra, dalla riparazione delle sue conseguenze, ed oggi dal riarmo.

Scarsa disponibilità di mano d’opera e affannosa domanda di prodotti meccanici, prolungate per lunghi periodi di tempo, hanno dato luogo a una straordinaria accelerazione del pro­gresso tecnico nel campo meccanico; la produttività degli im­pianti che possono essere predisposti con le macchine, i ma­teriali e i metodi organizzativi oggi noti è enormemente au­mentata in pochi anni: i minimi di dimensione di cui deb­bono essere dotate le unità produttive per poter competere sul piano internazionale sono in conseguenza rapidamente aumentati.

Ora, una simile evoluzione tecnica rende conveniente ed anzi impone in molti rami della nostra industria meccanica un intenso processo di concentrazione e di specializzazione.

Questa concentrazione, in quanto diminuisce costi e prezzi, consentirà di allargare sia il mercato interno che gli sbocchi esteri e darà perciò luogo a un aumento di reddito nazionale e di occupazione.

Ma detto aumento si produrrà nell’insieme dell’economia nazionale e come risultato finale di un processo di razionaliz­zazione che, per intanto, non può non incidere su talune delle aziende esistenti e, quindi, sulla occupazione che oggi esse consentono; squilibri di rilievo sono inevitabili, dato che la maggior occupazione generata dalla razionalizzazione dell’industria meccanica non solo potrà aversi in luoghi diversi da quelli dove si trovano gli impianti sacrificati dalla concen­trazione, ma addirittura si manifesterà in parte fuori dell’industria meccanica; si pensi, ad esempio, alla attività commerciale e bancaria richiesta dalla maggior produzione collo­cabile dalle aziende risanate oppure alla produzione di altre industrie — chimica, tessile, ecc. — chiamate a fornire i ma­teriali e i semilavorati occorrenti alle lavorazioni meccaniche.

Ora, la realizzazione di simili direttive richiede: a) ingenti capitali disposti ad assumere gravissimi rischi; b) una auto­rità capace di imporsi a interessi contrastanti e dotata dei poteri occorrenti per risolvere i problemi sociali conseguenti alle concentrazioni e alle altre trasformazioni. Non deve quindi sorprendere che in questa situazione gli investimenti privati, nell’industria meccanica non siano rilevanti; il capitale pri­vato non può non preferire le produzioni industriali non meccaniche, che presentano il duplice vantaggio di essere più facili e di avere un mercato interno garantito, e non può non esitare ad avventurarsi nella molto più difficile produzione meccanica, che occorre poi andare a collocare in lontani mercati d’oltremare, in concorrenza con paesi tecnicamente più, avanzati.

Finché il vendere con guadagno, sul mercato interno pro­tetto, zucchero ed altri prodotti essenziali sarà giudicato come manifestazione di alte capacità imprenditoriali, non si vede perché l’iniziativa privata debba arrischiare capitale e reputazione nella produzione, ad es., di trattori per l’espor­tazione.

In conseguenza, l’afflusso di nuovo capitale privato nel­l’industria meccanica italiana non può non rimanere relati­vamente modesto rispetto alle possibilità di espansione che tale industria obbiettivamente presenta in un paese come il nostro, dotato di larghe capacità di lavoro, ricche di buone specificazioni tecniche.

Ora, il fatto che il problema economico italiano risulti dalla combinazione di un ristagno industriale nel Nord e di uno stato di sovrapopolazione agricola nel Sud addita, di per

sé, una linea direttiva per la soluzione dei nostri problemi: una politica di larghi investimenti al Sud crea infatti quella più larga base di mercato interno che si richiede per una piena utilizzazione dell’apparato industriale del Nord e per una sua estensione al Sud; la classica immagine delle due de­bolezze contrapposte che possono creare la solida forza di un arco ben equilibrato può essere utilmente richiamata a questo riguardo.

Una politica di spese a favore del Mezzogiorno rappre­senta una forma di intervento a favore dell’industria, e in particolare di quella meccanica, tra le più efficaci. […        ]

Se noi immaginiamo che il fattore più scarso tra quelli occorrenti per intensificare il processo di sviluppo economico del Mezzogiorno sia costituito dai mezzi di pagamento sul­l’estero, giungiamo alla conclusione che, posta una disponibi­lità di mezzi di pagamento sull’estero =100, è possibile dar corso a un investimento nel Sud pari a 250 in quanto esista nel paese una industria siderurgico-meccanica; investimento che si ridurrebbe a 198 se, non esistendo tale industria, si dovesse far luogo alla importazione dei relativi prodotti. A parità di mezzi di pagamento sull’estero, gli investimenti nel Mezzogiorno possono dunque essere aumentati di un buon 25%, per il fatto che il paese dispone di una industria siderur­gico-meccanica,

Vediamo d’altra parte quale contributo può dare lo svi­luppo economico del Mezzogiorno al riequilibramento dell’in­dustria meccanica nazionale: […] una spesa addizionale di L. 100 miliardi disposta a favore del Mezzogiorno dovrebbe attivare una produzione siderurgico-meccanica dell’ordine di L. 32 miliardi. Una simile produzione corrisponde all’attività di 25/30.000 addetti e darà luogo a un aumento di produtti­vità o un aumento di occupazione a seconda che le unità pro­duttive chiamate a fornire la produzione richiesta abbiano, o no, eccedenze di mano d’opera.

È anche da tener conto che la spesa pubblica addizionale determinerebbe un peggioramento della bilancia commerciale dell’ordine di L. 46 miliardi. Supposto che detto squilibrio sia in parte coperto da prestiti e in parte apra invece nuove possibilità alle nostre esportazioni, fra cui anche a quelle mec­caniche, l’effetto prodotto sulle vendite dell’industria siderurgico -meccanica dalla spesa pubblica del Mezzogiorno può valutarsi nel 40% della spesa stessa.

Un simile incremento di produzione non è certo molto rilevante rispetto alle possibilità attuali dell’industria mecca­nica italiana, la quale ha fornito nel 1951 una produzione valutata in L. 800 miliardi di cui L. 18o miliardi destinati all’esportazione.

Vi è però da osservare che il programma di sviluppo del Mezzogiorno si trova ora solo in una fase di avviamento ini­ziale; la spesa pubblica attualmente destinata allo sviluppo delle regioni meridionali costituisce un massimo rispetto alla struttura amministrativa esistente e alla sua capacità attuale di condurre avanti la complessa attività di programmazione, di progettazione, di finanziamento richiesta dall’attuazione di un processo di sviluppo; il fattore più scarso, in questa fase iniziale, non è tanto la disponibilità di mezzi di pagamento sull’estero, quanto quel fattore organizzativo che è espresso dalla capacità di spesa della pubblica amministrazione. L’isti­tuzione della Cassa per il Mezzogiorno non è che il riconoscimento di tale ostacolo pregiudiziale e quindi il passo preli­minare all’avvio di ogni programma. Spesa pubblica e rela­tivi effetti non potranno quindi che aumentare di mano in mano che lo Stato andrà attrezzandosi per lo svolgimento dei nuovi compiti.

E riguardo a questo accrescimento è da ricordare che au­mento del tenore di vita del Mezzogiorno significa maggiori fabbisogni di derrate alimentari e di materie prime; ora gli investimenti in programma non possono avere che limitati riflessi sulla disponibilità interna di tali materie, dato il qua­dro di risorse naturali offerto dal territorio italiano.

Aumenterà quindi il fabbisogno di importazioni di tali generi e dovranno in conseguenza aumentare, in contropartita, le nostre esportazioni. E veramente non si vede come tale sviluppo di esportazioni possa essere ottenuto da un paese la cui industria meccanica sia in crisi; ciò tanto più che ma­terie prime e derrate alimentari possono esserci fornite es­senzialmente da paesi extraeuropei che non chiedono i tipici prodotti agricoli di qualità — come ad esempio i prodotti or­tofrutticoli — che oggi occupano largo posto nelle nostre espor­tazioni.

E lo sviluppo industriale del Sud dovrà appunto ricercarsi oltre che nelle produzioni richieste da un mercato locale meno stremato, anche nel più difficile e impegnativo campo delle industrie di esportazione.

Sviluppo del Mezzogiorno e riordinamento dell’industria siderurgico-meccanica costituiscono dunque due elementi di un unico programma e non due alternative tra cui ripartire le stremate risorse a disposizione, immagine quest’ultima pur­troppo consueta nei dibattiti che si svolgono in materia. E l’intervento nei riguardi dell’industria meccanica si prospetta di lunga lena e non meno arduo dell’intervento iniziato a favore del Mezzogiorno. Ciò, non solo e non tanto per le ca­ratteristiche dell’azione da svolgere, quanto perché — come già al tempo del riordinamento bancario — l’azione dello Stato, il quale si è già largamente impegnato nel campo mec­canico, deve continuare a svolgersi senza il conforto di un pensiero economico che abbia elaborato i termini del problema e delle sue possibili soluzioni. Ma il peso della posta in gioco farà trovare anche questa volta la soluzione adatta; la rei­terata, astratta riaffermazione dei pregi dell’iniziativa privata non favorì, ma in sostanza neanche ostacolò la realizzazione di un sano ordine bancario tra il 1930 e il 1936; probabilmente lo stesso accadrà per quanto riguarda il riordinamento dell’industria meccanica.

La rovinosa pratica dei salvataggi bancari del primo dopo­guerra[1] cui si pose termine con la costituzione dell’IRI – ­ha, del resto, molti punti in comune con la crisi meccanica di questo dopoguerra. Allora, in nome della libertà d’inizia­tiva, si rinunciò per anni a svolgere un’azione di guida e di riforma del sistema bancario e si aprì così la strada al più sterile e al più immorale degli interventi statali: il salvatag­gio a spese del contribuente. Oggi, secondo la stessa mito­logia, si vorrebbe che il mercato determinasse la sorte ultima dell’industria meccanica, anziché chiedersi se l’iniziativa mossa dal mercato non debba essere integrata da un’azione più potente, di più lungo respiro, di cui solo lo Stato può darsi carico. E come nel caso delle banche non si evitarono costosi interventi a posteriori dello Stato, così oggi lo Stato sarebbe ugualmente chiamato a sanare perdite e a sovvenire disoccupati se esso si astenesse da un’azione di guida e di riorganizzazione che obbiettivamente si palesa come una fun­zione pubblica. Ed evidentemente le sanatorie di perdite e le azioni di sostegno isolate, come già i salvataggi bancari, non sono una manifestazione di un intervento economico dello Stato, ma la conseguenza politica del mancato intervento.

Allora lo Stato, come conseguenza del suo disinteresse, si trovò a un tratto a dover scegliere tra il fallimento delle grandi banche e i salvataggi e non poté non scegliere il salvataggio; nel caso dell’industria meccanica, in caso di un analogo di­sinteresse, la scelta si porrebbe tra la decadenza di larghi set­tori dell’industria meccanica e dei centri ove questi settori si sono affermati e un’opera di sostegno contingente delle unità in crisi; saviamente non si potrebbe scegliere che la seconda strada. Ma né il salvataggio bancario, né il sostegno delle unità in crisi costituiscono elementi di una politica di sviluppo economico, così come le provvidenze prese dopo un’alluvione, pur se necessarie e anche convenienti, non realizzano una politica di lavori pubblici diretta a preservare e a sviluppare le risorse naturali di un paese, ma sono la manifestazione delle deficienze di una simile politica. […]

La mancanza di un’industria meccanica renderebbe irre­solubile il problema del Mezzogiorno: il fabbisogno di ca­pitali esteri comportato da un programma di investimenti nel Mezzogiorno sarebbe infatti enormemente accresciuto per il combinato concorso di due circostanze:

a)   il fabbisogno di importazione generato dal pro­gramma di sviluppo concernerebbe costosi prodotti finiti an­ziché materie prime di basso valore;

b)  le maggiori importazioni di derrate alimentari e di materie prime (occorrenti per produrre le quantità addizionali di beni di consumo richiesti in conseguenza dell’aumentato benessere delle zone in sviluppo) non potrebbero essere in buona parte coperte con le esportazioni meccaniche fin d’ora attivabili dai centri di produzione meccanica esistenti.

In conclusione nella fase attuale dello sviluppo economico italiano non solo non vi è opposizione di interessi tra Nord e Sud ma, dato che la politica di sviluppo economico del Mezzogiorno comporta direttamente e indirettamente una maggior richiesta di prodotti industriali, deve riconoscersi che, addirittura, può l’un problema trovare soluzione per effetto dei provvedimenti presi nei riguardi dell’altro. Oc­corre però subito aggiungere che un simile risultato non può ottenersi senza un’azione di guida e di controllo che regoli gli effetti dell’azione intrapresa, li localizzi in parte adeguata nel Sud e, soprattutto, regoli l’impiego dei fattori scarsi evi­tando che la situazione di inflazione repressa, tipica dei paesi in grande sviluppo economico e civile, degeneri in inflazione aperta.

Ove mancasse tale azione — che tra l’altro implica un rigoroso controllo dei nuovi impianti industriali e il perma­nere e forse l’accentuarsi della regolazione creditizia — l’opera svolta a favore del Mezzogiorno si esaurirebbe in una tempo­ranea fioritura di spacci per le maestranze mobilitate nell’ese­cuzione delle opere pubbliche in programma; lo sviluppo in­dustriale conseguente a un programma anche di vaste pro­porzioni si localizzerebbe ancora una volta al Nord presso i centri industriali esistenti, così come è avvenuto per le pro­duzioni suscitate dalla prima e dalla seconda guerra mon­diale, dalla prima e dalla seconda ricostruzione post-bellica, dall’autarchia e dalle altre politiche di spesa svolte tra le due guerre.

Non dovrebbero occorrere complicate valutazioni degli effetti moltiplicativi di una politica di investimenti per rendersi conto di quali sarebbero gli effetti di un’azione a fa­vore del Mezzogiorno limitata allo sviluppo delle opere pubbliche e delle bonifiche. Si immagini anzi che tale indirizzo sia perseguito con una visione molto larga delle necessità del Sud, al punto di concentrare in tale regione la massima parte della spesa pubblica, trascurando invece le altre regioni.

Dopo un certo numero di anni di una simile politica si farebbe luogo a questa paradossale situazione: da una parte (al Sud) un gruppo di regioni meravigliosamente dotate di strade, acquedotti, ospedali, scuole, case, stazioni, alberghi e in questo straordinario apparato una popolazione disperata le cui possibilità di vita sarebbero legate soltanto alla ulte­riore esecuzione di altre opere pubbliche; nell’altro gruppo di regioni si avrebbe invece, accanto a un complesso di opere pub­bliche deteriorate e invecchiate, una straordinaria fioritura di attività economiche, suscitata tra l’altro dal mercato creato dalla rilevante spesa pubblica effettuata nell’area depressa.

Di un simile indirizzo soffrirebbe del resto anche l’appa­rato industriale del Nord, il quale non potrà mai uscire dallo stato di ristagno in cui si trova fintantoché lo sviluppo eco­nomico del Sud — che implica anche l’impianto di industrie e non solo l’elargizione di opere pubbliche — non avrà dato al mercato interno quella larga base che oggi si richiede per un economico esercizio delle unità di grandi dimensioni im­poste dalle moderne tecnologie.

Rilevante è quindi l’impegno che lo Stato sta assumendo con la duplice azione intrapresa nei riguardi del Mezzogiorno e dell’industria meccanica; impegno tanto più grande in quanto, si ripete, detta azione da un lato è ostacolata dal fatto che il processo di concentrazione può aggravare talune situazioni di disoccupazione, e dall’altro è contrastata dalle correnti tradizionali di pensiero economico che in sostanza negano allo Stato ogni capacità di intraprendere un’azione del tipo sopra delineato e additano la cosiddetta “povertà di capitali” del nostro paese come un ostacolo insuperabile all’attuazione di uno sforzo a favore del Mezzogiorno ade­guato alla gravità del problema. Ora, quanto tale concetto di “povertà di capitali” sia inconsistente, almeno nei ter­mini in cui è di solito proposto, lo si può rilevare dal diffe­rente modo con cui si configura il problema dello sviluppo di un paese sovrapopolato a seconda che esso abbia o no un’industria siderurgico-meccanica e a seconda che dietro a questa industria vi sia o no una volontà dello Stato di far luogo alla sua espansione.

Questi elementi, che assumono un valore preponderante per valutare lo sforzo che è possibile esplicare, non sono offerti dai dati sul risparmio nazionale o sul bilancio statale o sul reddito nazionale, sui quali di solito si fondano i giudizi in argomento; come pure non si tiene adeguato conto che l’iniziativa privata, lasciata a se stessa, può risolvere solo una modesta parte dei nostri problemi anche se riuscirà a stabilire rapporti tecnicamente soddisfacenti tra reddito, risparmio, bilancio statale e bilancia dei pagamenti.

Ma soprattutto va ricordato che la capacità di produzione meccanica di cui dispone il nostro paese ne costituisce uno degli elementi più vitali ed aumenta in maniera decisiva quella capacità di lavoro il cui utilizzo può consentirci di ri­solvere i nostri problemi; non quindi ramo secco, secondo una sciagurata terminologia abbastanza diffusa, non indu­stria parassitaria, ma fattore che diventa sempre più l’ele­mento distintivo dei paesi liberi e progrediti.

Dato il ritmo attuale del progresso tecnico e il conseguente aumento del contributo dato dalla macchina alla produzione industriale moderna, non è eccessivo dire che tra 15-20 anni solo i paesi dotati di industria meccanica potranno essere definiti industrializzati; tali non potranno certo dirsi quegli altri paesi i quali, incapaci di produrre gli strumenti del lavoro moderno, si ridurranno a gestire un gruppo modesto, di industrie non meccaniche utilizzando le macchine che i paesi industrializzati vorranno loro fornire; ed è superfluo rilevare che ben scarsa sarà l’occupazione consentita da un simile apparato produttivo e molto basso il livello del red­dito nazionale.

Ora, se l’Italia resterà nel novero del primo gruppo di paesi e non passerà nel secondo, se potrà industrializzarsi ulteriormente e non dovrà invece addirittura subire, con il decadere dell’industria meccanica, un processo di disindustrializzazione, lo si dovrà in buona parte all’esito della battaglia che lo Stato sta conducendo in questo campo tra difficoltà e incomprensioni di ogni genere: incomprensioni che, in gran parte, derivano dalla ancor diffusa opinione che la spesa pubblica è una quota definita di un tutto ben determi­nato che è il reddito nazionale, quando invece la spesa pub­blica è, nella sua misura e nella sua composizione, il fattore che più di ogni altro vale a determinare l’entità, la struttura e la distribuzione del reddito della nazione.[2]



[1] [Seguendo una prassi già iniziata nei primi anni del secolo, le grandi banche italiane immobilizzarono ingenti capitali nell’industria durante la prima guerra mondiale acquistando praticamente il controllo e l’effettiva direzione dei maggiori complessi. Al sorgere delle difficoltà create dall’esigenza di convertire l’industria bellica e dalla stessa impostazione speculativa data spesso alla gestione di quei complessi, le banche si trovarono nell’impossibilità di far fronte ai loro impegni nei confronti dei creditori, i cui depositi erano stati immobilizzati. Lo stato intervenne allora fornendo alle banche a più riprese i mezzi finanziari per superare la crisi. Di tali aiuti beneficiarono specialmente la Banca commerciale, il Credito italiano, il Banco di Roma e la Banca di sconto: quest’ultima, malgrado le sovvenzioni, cadde definitivamente nel 1921. L’onere complessivo, addossato ai contribuenti, de salvataggi compiuti dal 1921 al 1933, è stato valutato in oltre 11 miliardi di lire dell’epoca: E. Rossi, I padroni del vapore, Bari, 1957, pp. 120-145.]

[2] [Da P. Saraceno, Lo sviluppo economico dei paesi sovrappopolati, Roma, 1952, pp. 137-143; 145-154.]