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Alcide De Gasperi. A difesa del Piano Schuman

Written by Emanuele Bernardi Tuesday, 20 December 2011 13:42 Print
Alcide De Gasperi. A difesa del Piano Schuman Foto: degasperi.net

Italianieuropei ha voluto ripercorrere i 150 dell’Unità d’Italia attraverso le voci dei suoi protagonisti, proponendo un’antologia di scritti e discorsi di uomini politici e di intellettuali di alto profilo che hanno contribuito in misura determinante a impostare i problemi principali della nazione italiana dal momento della sua unificazione agli anni Sessanta del secolo passato. I testi, che sono stati pubblicati lungo l’arco del 2011, sono presentati e commentati da studiosi della storia dell'Italia contemporanea.


Le dichiarazioni rese al Senato della Repubblica il 15 marzo 1952 a conclusione del dibattito sull’approvazione della CECA, che qui riproponiamo, offrono una testimonianza dello spirito che animò l’europeismo degasperiano, sia in quanto componente di una più generale revisione della politica del centrismo in senso riformatore, sia come espressione del tentativo di andare al di là delle logiche dicotomiche della guerra fredda.


La “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” (CECA), lanciata da Robert Schuman il 9 maggio del 1950, rappresentò il primo caso di integrazione funzionale a carattere sovranazionale tra economie europee e fu realizzata secondo un’impostazione apertamente dirigista. Schuman – dirigente del partito di ispirazione cattolica, il MRP (Mouvement Républicain Populaire), primo ministro nel 1947-48, poi ministro degli Affari esteri francese – propose di «ricondurre l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto l’egida di una Alta autorità comune, nel quadro di un’organizzazione aperta alla partecipazione di altri paesi europei». Di fronte alla proposta di Schuman, la posizione del presidente del Consiglio italiano, il democristiano Alcide De Gasperi, fu nettamente favorevole, nonostante le diffuse perplessità degli ambienti confindustriali e di una parte della diplomazia. Il capo della delegazione italiana alla Conferenza di Parigi, Paolo Emilio Taviani, fu a sua volta una delle figure più disponibili a ragionare su soluzioni innovatrici di carattere sovranazionale e fu attivamente impegnato nel facilitare il raggiungimento dell’accordo.

L’europeismo degasperiano, manifestatosi nell’estate del 1950, costituì la componente di una più generale revisione della politica del centrismo in senso riformatore e il tentativo di andare al di là delle logiche dicotomiche della guerra fredda. Col VI governo De Gasperi formatosi nel gennaio del 1950, con l’esclusione dei liberali, la Democrazia Cristiana, infatti, avviava la riforma agraria, dava vita alla Cassa per il Mezzogiorno e s’impegnava nell’uso produttivistico dei fondi del Piano Marshall, procedendo poi anche sulla via della liberalizzazione degli scambi economici e della modernizzazione tecnologica degli impianti produttivi. Oltre alla DC, contribuivano al disegno europeista forze del Partito Repubblicano Italiano, del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani e indipendenti: figure come Ugo La Malfa, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, animarono un ricco dibattito culturale, non sempre coincidente con le posizioni della DC, ma convergente nell’indicare l’Europa come la dimensione necessaria per la stabilizzazione politica internazionale e per realizzare le riforme economiche e sociali. Le forze di sinistra, dal PCI al PSI, fortemente critiche verso i governi De Gasperi, considerarono invece quelle iniziative europeistiche – come già per il Piano Marshall lanciato nel 1947 – manifestazioni degli interessi di grandi oligopoli finanziari e industriali transazionali, oltre che manovre internazionali per marginalizzare l’influenza sovietica in Europa. Secondo le sinistre, i nuovi trattati non avrebbero che rafforzato il capitalismo conservatore americano, nonché gettato le premesse per la ripresa militare della Germania, col rischio, nel lungo periodo, di una nuova guerra europea o mondiale.

L’Europa costituiva dunque per De Gasperi, alla luce dei valori della cooperazione e della solidarietà, uno spazio privilegiato di pace e di scambi economici tra paesi prima nemici nonché, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Corea (1950-53), di difesa militare dai rischi di un’eventuale aggressione sovietica. Il disegno europeistico prese così forma lungo i due binari della CECA e della CED (Comunità europea di difesa) – un patto militare difensivo che poggiava sulla creazione di un esercito europeo, mai approvato – che dovevano essere conciliati con la politica atlantista a guida americana segnata dalla partecipazione alla NATO.

Il 18 aprile 1951, dopo intensi negoziati – che affrontarono, fra l’altro, le due importanti questioni dell’approvvigionamento delle materie prime e della mobilità della mano d’opera –, il Belgio, la Francia, la Repubblica Federale Tedesca, l’Italia, l’Olanda e il Lussemburgo firmavano il trattato istitutivo della CECA. Il trattato prevedeva fra l’altro un’Alta autorità composta da personalità designate dai governi, ma indipendenti nelle loro funzioni, un’Assemblea – i cui membri sarebbero stati designati dai Parlamenti nazionali –, un Consiglio dei Ministri, con un rappresentante per ogni governo nazionale. Una Corte di Giustizia, chiamata ad assicurare il rispetto del trattato, completava il sistema istituzionale. Il trattato istitutivo della CECA venne ratificato dal Senato italiano il 15 marzo 1952 con 147 voti favorevoli e 97 contrari; il 16 giugno successivo dalla Camera dei deputati, con 265 voti favorevoli e 98 contrari; entrò in vigore il 25 luglio 1952.

L’adesione dell’Italia alla CECA, consentì, da un punto di vista generale, di dare vita ad un organismo sovranazionale e, nello stesso tempo, alle nazioni partecipanti, di salvaguardare alcune prerogative degli Stati nazionali, dando il via allo sviluppo di una “economia mista” fondata sull’intreccio tra Stato e mercato. L’Italia seppe ottenere importanti concessioni per la propria industria dell’acciaio e riuscì grazie agli accordi CECA a potenziare la siderurgia pubblica a “ciclo integrale”, che avrebbe svolto un ruolo centrale nel successivo “miracolo economico”.


A difesa del Piano Schuman [1]

La vigorosa e sostanziale replica del mio diretto collaboratore (cioè quella dell’on. Taviani), per la quale non ho che parole di riconoscimento e ringraziamento, dimostra soprattutto che non è vero che la questione sia stata risolta rapidamente con una «adesione politica» ad un progetto, ad un «complotto» organizzato da altri fuori di noi, né che si tratti di un atto di «servilismo» come tanti altri. Non è vero. Questa relazione, la quale non può essere stata fatta che da chi ha approfondito l’argomento e lo ha accompagnato nella esperienza di parecchi mesi, durante discordanze che sono state poi lentamente superate, lascia capire come ci sia stato contrasto nella discussione e come poi si sia arrivati alla conclusione con uno sforzo reciproco.

Se tutto questo lo accompagnate con la considerazione del lavoro fatto al Parlamento, in tre Commissioni, tre relazioni e in modo particolare nella risposta odierna del sen. Jacini, se sommate tutto questo ai discorsi – alcuni dei quali veramente approfonditi, che hanno affrontato il problema qui al Senato – dovrete concludere (a parte che un nuovo esame dovrà essere ripetuto dinanzi all’altra Camera) che si fa ogni sforzo per arrivare alle conclusioni a ragion veduta.


Accusa infondata

Io debbo respingere l’accusa che ci si fa aver deciso in questa materia semplicemente da un punto di vista politico generale. Avrei il diritto di rovesciare l’accusa e di dire che l’opposizione non trova ragione fondamentale contro questo progetto se non nella sua concezione generale politica. E se altra fosse la situazione della geografia politica in riguardo al progetto, io penso che il progetto stesso troverebbe entusiasmo nonostante le formule precise che oggi lo delimitano e lo caratterizzano.

I colleghi dell’estrema dovranno perdonarmi se non entro nel dettaglio delle loro argomentazioni politiche, ma è un fatto che durante le loro esposizioni si è ripetuto il tentativo che si fa in ogni situazione di questo genere, di concentrare tutte le considerazioni al riguardo di un dato progetto – per quanto concreto e tecnico che sia – in una tesi politica fondamentale, che sarebbe la tesi del «servizio all’America» e la tesi dell’odio o del contrasto con la Russia. L’on. Casadei ha parlato di un progetto europeo, il quale in realtà non sarebbe che una mascheratura del «servizio all’America». L’on. Montagnani ha appoggiato tutta la sua esposizione sulla tesi dottrinaria «che dopo le due guerre mondiali le economie del mondo occidentale vengono mutando, nel senso che il capitalismo mina alla base i paesi capitalistici: di qui la necessità per l’imperialismo americano di controllare non solo l’economia, ma anche la politica dei vari paesi europei. L’Europa si trova pertanto di fronte a vari piani Marshall e Schuman. Ci sono fondate prospettive che, se il capitalismo non riuscirà a risolvere la crisi che corroderebbe il suo sistema di vita, si ricorrerà a misure più radicali, quelle della guerra e della conquista».


Pregiudiziale negativa

Questa – ha proseguito l’on. De Gasperi – è la dottrina dei marxisti, dei leninisti che abbiamo trovata nei testi e che si ripete tutti i giorni dalla “Pravda” e che è posta come spiegazione. Ma non è una spiegazione, è una pregiudiziale che inficia tutte le conclusioni dei nostri colleghi, o almeno alcuni dei nostri colleghi dell’estrema sinistra. Per questo essi da comunisti arrivano ad essere anticomunisti, da meridionalisti arrivano a preoccuparsi soprattutto della siderurgia. Ci rivedremo poi alle elezioni per esaminare l’argomento che avete presentato in difesa di questi privilegi contro i quali tanti meridionalisti in passato si sono levati.

Questo lo dico per scusare un po’ la mia reazione quando ho detto che siete diventati dei reazionari; è, naturalmente, un vocabolo che prendo a prestito da voi. Ma quando voi celebrate questa involuzione – che l’on. Pastore ha cercato oggi di motivare, o comunque di sistematizzare – e quando la celebrate in tale forma che da questa passate all’attacco contro di noi, noi abbiamo bene il diritto di rappresaglia, di ritorsione, il diritto di richiamarvi alle vostre dottrine contro le quali ora insorgete.

 

Patti di difesa

L’.on Casadei, che ha fatto un discorso innegabilmente sostanziato di molte citazioni e documentazioni, parla di piano Mashall, Nato, Unione Europea, scalzamento delle forze inglesi in tutto l’impero, guerra in Corea, guerra in Asia, come di altrettante tappe attraverso le quali si giunge al piano Schuman, cioè al risollevamento della grande industria tedesca in funzione del riarmo tedesco ed europeo: ma guardate un po’ che concezione politica è mai questa che essi hanno della attività americana! A proposito di ciò l’on. Casadei mi ha fatto una certa domanda, che aveva mosso anche in Commissione, sul trattato che si starebbe discutendo ora tra le potenze occupanti e la Germania, trattato nel quale sarebbero fissati i limiti, i confini, le frontiere est della Germania; un trattato che ci porterebbe a questa situazione: che – avendo accettato l’alleanza attraverso la ratifica del piano Schuman anche con la Germania – saremmo costretti a difenderci da rivendicazioni ed anche da attacchi. Ma io ho già risposto in questa maniera per quel che riguarda la tesi generale.

Nel Patto Atlantico come nella Ced noi difendiamo le attuali frontiere, non le rivendicazioni: queste possono esistere, in quanto siano rivendicazioni pacifiche da raggiungersi attraverso negoziati, ma per noi non rappresentano assolutamente impegno militare, se non per la difesa del territorio attualmente amministrato dai relativi stati contro un’offensiva che venga dall’altra parte.


Menzogne infondate

Ma per venire al fatto concreto debbo ripetere quello che ho detto in Commissione, dove mi pare però che sia stato frainteso. Quando, anche dopo aver assunto tutte le informazioni possibili, debbo dire che io non so nulla di un certo articolo del trattato, che invece l’Onorevole interpellante afferma esistere, vuol dire che per quanto mi riguarda, per tutte le informazioni che ho, per i testi che ho consultato, questo articolo non esiste. Naturalmente debbo aggiungere che, com’è noto, il trattato, o meglio il contratto – così è chiamato per distinguerlo dal trattato di pace – che si sta elaborando con la Germania non è ancora definitivo, né io quindi posso avere il testo definitivo; dubito però che anche l’on. Casadei possa averlo, nonostante le sue straordinarie informazioni.

Debbo aggiungere altresì che in nessun testo e in nessuna informazione di carattere documentario ho trovato un accenno simile; ho trovato viceversa negli scambi di idee che ho avuto e nelle informazioni in genere che ho trovato, che c’è la tendenza degli alleati ad escludere da questo contratto le ragioni fondamentali dei conflitti di frontiera, che dovrebbero peraltro essere riservati al futuro trattato di pace per moltissime ragioni, ed anzitutto perché si tratta di un trattato che dovrebbe riguardare anche la Russia e i paesi satelliti.

 

Rispetto della Costituzione

Quindi niente allarme. E poi non è vero affatto che tutte le organizzazioni, compreso il piano Schuman, debbano puntellare una situazione che poi scatterà senz’altro nella guerra, perché connesse alla elaborazione di un contratto che trascinerebbe anche noi e anche indirettamente alla guerra. Io non so proprio perché i nostri colleghi di estrema sinistra, quando pronunciano i loro discorsi, ritengano necessario presentare immagini e fantasie così torve al riguardo, non so perché vedano così oscuro e vestano sempre il paludamento del profeta sinistro che vede i guai e i disastri dell’indomani.

Riguardo a due altre domande risponderò all’on. Casadei dimenticando quel certo suo tono perentorio da grande inquisitore, che non è proprio consueto tra l’opposizione e il governo, e penserò invece che le sue domande possono interessare molti altri. La prima è: quando si nominerà l’Assemblea, la maggioranza avrà tutti i posti, o alcuni saranno riservati alla minoranza? Risposta: deciderà il Parlamento.

Però, se l’on Casadei ripeterà i suoi discorsi che terminano col dire che quando la minoranza entrerà, se entrerà, in questa Assemblea, farà il massimo sforzo per sabotarla e rendere impossibile il suo funzionamento, allora gli dirò che le sue parole non sono semplicemente una critica costruttiva, ma una mina subacquea, uno sforzo sabotatore.

Io dico che è ora di finirla a questo riguardo: là dove possiamo, non entrerete! E questo senza pregiudicare l’atteggiamento che potrà assumere la Camera dei Deputati. Questo nostro è un criterio: specialmente coloro i quali rappresentano una tendenza verso i governi socializzatori e semidittatoriali per attuare grandi piani di rinnovamento che attuano attraverso una dittatura, non si meraviglino se noi, guardando in faccia al pericolo, resisteremo a tale pericolo. Lo diciamo chiaramente; resisteremo anche fuori di qui, anche alla Camera dei Deputati. Lo ripeteremo a tutti coloro i quali, prendendo un pretesto o un altro, in una forma e in un’altra, ci minacciano, come ha fatto alla fine del discorso, del resto flautato, l’on. Pastore, quando tenta di giustificare in precedenza eventuali tentativi insurrezionali con qualche errore che dovremmo commettere oggi votando questo trattato.

 

La questione costituzionale

Passiamo alla questione costituzionale del Trattato. Io non sono giurista, né figlio di giurista, e non sento la possibilità di richiamarmi alla mia competenza particolare. Però durante le discussioni parallele sull’esercito europeo, i problemi dei limiti entro i quali i parlamentari possono oggi approvare e ratificare dei trattati che costituiscono internazionalizzazione dei limiti di sovranità, sono stati oggetto di molte discussioni. Quello che vale per l’esercito europeo vale, a maggior ragione, per il piano Schuman. Ad ogni modo ho cercato sempre di documentarmi presso i costituzionalisti più rigidi e rigorosi; ed a proposito della nostra posizione particolare debbo notare che se noi abbiamo l’art. II della Costituzione, e la Francia ha lo stesso principio, ma solo nel preambolo, non come articolo, gli stati minori, quelli che hanno una costituzione creata dal 1930 al 1948, non hanno niente di consimile. Solo la Germania ha un articolo anche più ampio, perché la sua Costituzione è stata fatta in questa aspettativa. Tornando dunque alla nostra formulazione, dico che, secondo questi esperti, il testo dell’art. II – mentre autorizza le limitazioni reciproche di sovranità – autorizza anche le organizzazioni internazionali che sono necessarie per garantire il corretto esercizio delle limitazioni stesse.

Tali organizzazioni devono necessariamente costituire una autorità internazionale che, in conseguenza delle limitazioni medesime, potrà essere sovranazionale; tali organizzazioni non possono certo allarmare chi, partendo dal punto di vista della internazionale dei lavoratori, deve arrivare al concetto della organizzazione sovranazionale che sancisca le conquiste del lavoro.

Finché si tratta di limitazioni di sovranità che lasciano la più gran parte della sovranità ai singoli stati, ci si ferma nella sfera di azione dell’art. II. Quando invece si va oltre, cioè verso lo stato federale, allora occorre una nuova forma costituzionale. È perciò che, nel riferire alla Commissione sull’esercito europeo, dissi che c’è una fase provvisoria in cui secondo il nostro parare il Parlamento giudicherà a suo tempo se possiamo operare in base all’art. II. C’è però una fase definitiva ed approfondita in cui sarà probabilmente necessaria una revisione costituzionale: ma mi pare ovvio che il nostro Trattato appartiene ala prima fase.

Ratificando l’accordo, noi non facciamo se non una vera e propria legge di applicazione costituzionale la quale, in quanto tale, non fa se non tradurre in atto e solo parzialmente quanto è stato stabilito dall’art. II già citato, laddove si dice: «L’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni».

A proposito delle condizioni specifiche di parità ha parlato recentemente il sottosegretario Taviani. Per noi, necessario e sufficiente è sapere con certezza che così diamo vita ad una Comunità internazionale fondata sulla cessione temporanea dell’esercizio di tale potere e nell’ambito della quale i partecipanti sono in condizioni di parità.

Di qui la conseguenza essenziale: partendo noi dalla Costituzione, non c’è nessuna necessità di revisione costituzionale; questa serve a modificare la Costituzione, non già a tradurla in atto. Questo secondo la nostra convinzione e secondo la convinzione di molti esperti consultati. Gli esempi portati dal sen. Rizzo non giovano a scalfire questa tesi, né la mancata deliberazione delle sentenze della Corte, dal momento che deliberazione si richiede per le sentenze straniere non già per quelle internazionali promananti da organi in cui noi stessi siamo rappresentati, come attestano i precedenti della Corte dell’Aja e delle Corti internazionali; né la pretesa violazione dell’art. 102 che inibisce la istituzione di giudici straordinari, giacché si tratta di giudici internazionali; né la pretesa violazione dell’art. 113 che assicura il sindacato giurisdizionale avverso gli atti amministrativi, perché non vi è alcun atto amministrativo interno da cui possa sorgere il problema: né la doglianza contro la facoltà di comminare ammende dal momento che gli oneri finanziari possono essere autorizzati con legge ordinaria di ratifica anche a termini dell’art. 80 della Costituzione; non infine la pretesa violazione del potere regolamentare spettante alle Regioni in tema di miniere, dal momento che tale potere normativo spetta solo nell’ambito della Costituzione, dei principi fondamentali stabili delle leggi dello stato, e dell’interesse nazionale.

Del resto, l’on. Taviani ha accennato a questo fatto, che stati i quali, nella loro Costituzione, sono molto più severi e mancano di qualsiasi apertura in questo senso, come l’olanda ed il Belgio, hanno già in parte o totalmente approvato nei Parlamenti questo progetto di legge. Ho visto con quale scrupolo i rappresentanti delle piccole nazioni hanno difeso il testo della loro Costituzione per la parte che riguarda l’esercito europeo; e come ho detto prima, siamo dinanzi ad un caso parallelo e fondato sulla stessa base.

Il sen. Lussu ha terminato il suo discorso, parlando di «complotto sinistro», ed ha precisato, con uno studio molto diligente, in quale giorno Schuman è entrato nel gabinetto del Segretario di stato degli Stati Uniti quasi che l’on. Lussu avesse avuto confidenze segrete di persone che vigilano sopra il «complotto» di questi signori ministri.

Ma non c’è alcun mistero: il progetto di cui ci occupiamo è nato in Europa e qui è stato alimentato da parecchie ragioni di carattere economico; ma di esse una è stata essenziale e ne ho parlato personalmente con Schuman il quale dette la veste politica al progetto tecnicamente elaborato da un socialista, la ragione cioè di trovare la strada per impedire la minaccia della rinascita del militarismo germanico e rimediare all’errore commesso ai tempi di Poincarè, quando si credette, attraverso una occupazione della Ruhr, di giungere alla conclusione e non ci si arrivò, e si creò invece la base per il risorgere dell’industria per la seconda guerra mondiale. Perché non voler riconoscere che almeno si è fatto un tentativo serio per non dare mano libera ai “magnati” tedeschi che hanno interessi investiti nell’acciaio e nel carbone; perché non voler ammettere che questo è un tentativo serio, ragionevole, che merita di essere fatto e non soltanto sospettato? Quanto all’America, essa ha certo molti altri modi di difendersi e anche di espandere la sua attività. Ma qui siano dinanzi anche ad una necessità americana, che è soprattutto una necessità di difesa. E l’America vuole che l’Europa si difenda, per difendere anche se stessa; è chiaro, è ovvio che sia così.

Voi ripetete sempre, e l’avete detto di fronte a me anche alla Camera ed al Senato, che bisogna far di tutto per impedire la rinascita del militarismo tedesco; quindi vi siete dichiarati per Potsdam, avete detto che bisogna distruggere tutto, radiare tutto, smobilitare tutto; ed io vi ho risposto: ma voi che avete sentito le sofferenze della costrizione e della repressione del nostro stesso esercito, come è possibile diciate che un popolo come quello tedesco deve rinunciare a qualsiasi forza di difesa militare per 50 anni? Voi avete irriso a questo argomento dicendo che io andavo cercando scuse di carattere sentimentale, mentre la realtà era terribile, ed avete invocato tutto questo fino a ieri. Ora però vorrei dirvi; badate a non eseguire sempre l’ordine; aspettate prima l’eventuale contrordine. Leggete infatti l’ultimo progetto dei russi. Non voglio farne qui una valutazione: non so se sia una manovra od una cosa seria.

Il progetto concede per la prima volta la creazione di un esercito nazionale difensivo di tedeschi. Ma è proprio quello che cerchiamo anche noi; si tratta di intendersi sulla proporzione, ma il principio è lo stesso. Non è vero dunque che si debba rimanere in eterno al principio di Potsdam, principio che si poté affermare solo nell’atmosfera di immediato dopoguerra. Ora anche le proposte russe dell’11 marzo, dopo cioè le recentissime decisioni di Lisbona, proposte che oggi sono commentate nell”Unità”, prevedono anch’esse la creazione di un esercito nazionale tedesco puramente difensivo. Prevedono inoltre (pensate a quello che avete detto voi sui criminali di guerra) l’amnistia per i criminali di guerra nazisti, ed infine: l’abolizione di ogni limitazione allo sviluppo dell’economia e del commercio, anzi si deve supporre che l’eliminazione di ogni limitazione della produzione riguardi anche il materiale bellico. Ecco dunque che non rimane quasi più nulla della vostra posizione. È perciò che mi sembra che sia il caso di seguire l’antico adagio: non eseguire l’ordine in attesa dell’eventuale contrordine. Voi dal 1945, 1946,1947, ripetete sempre la stessa storia: orrore per il piano Marshall, per i diversi piani che sono venuti poi a sostituirlo, orrore per la Nato; ma dimenticate sempre una piccola cosa, un episodio che ha avuto grande importanza nello sviluppo psicologico della lotta anticomunista. Voi dimenticate quello che è avvenuto nel luglio 1947 a Praga. Nel luglio 1947 a Praga i governanti cechi avevano ricevuto da Parigi e dagli americani l’invito a recarsi alla Conferenza di Parigi per partecipare al piano Marshall, e, come loro, avevano ricevuto l’invito tutti i satelliti, oltre la Russia.

Ad unanimità aveva votato favorevolmente ed era un governo in cui c’erano 9 comunisti, 12 indipendenti, 3 socialdemocratici, alla accettazione dell’invito; il giorno dopo Gottwald partì per Mosca chiamato a rendere ragione a Stalin, il quale disse che desiderava che i cechi non accettassero l’invito: una scena che è descritta da coloro che vi hanno partecipato e sono sopravvissuti, una scena che non bisogna dimenticare. Dopo parecchie insistenze e telefonate dal Kremlino, il Consiglio dei ministri il 10 luglio 1947, cioè tre giorni dopo la prima decisone, pubblicava questo comunicato, che è verbalizzato: «È stato deciso che gli stati dell’Europa centrale e orientale, con i quali la Cecoslovacchia mantiene stretti rapporti economici e politici fondati su impegni contrattuali, non parteciperanno alla Conferenza di Parigi. In questo caso la partecipazione della Cecoslovacchia potrebbe essere interpretata come una offesa ai rapporti amichevoli con l’Unione Sovietica e per tale ragione il governo ha deciso all’unanimità di non partecipare alla Conferenza».

Ricordatevi questo, vi prego di ricordarlo anche per quest’altra circostanza: perché v’erano nove comunisti, dodici non comunisti e tre socialisti. Cosa avrebbe domani se si facesse quel ministero di coalizione di brava gente che Togliatti desidera? Voi potrete domandarmi perché mi interesso di queste cose. Me ne interesso per ritorsione, contro le affermazioni che voi fate contro di noi, me ne interesso perché quel che è accaduto a Praga potrebbe avvenire a Roma, se a Roma la vigilanza nostra non fosse sufficientemente forte. Ho anche un certo senso di gratitudine verso qui compagni cecoslovacchi che si sono sacrificati per poterci dare il buon esempio, a noi ed a tutta l’Europa. Questo sottolineo per dimostrare che nei fatti della storia, come voi la riassumete, ci sono certe lacune sulle quali debbo ritornare perché troppo perentoriamente voi ardite affermare una sola frase e con questa combatterci: voi servi degli americani! Ma credete voi proprio che noi non abbiamo la coscienza del nostro paese? Non avete trovato altra scusa contro il piano Schuman e mi meraviglio di questo piccolo, meschino espediente demagogico del dire: là c’erano tre ministri democristiani. Come se questi tre ministri degli esteri non appartengano tutti e tre a governi di coalizione, come se Schuman fosse arbitro del governo francese, come se Adenauer non avesse i protestanti e i liberali nel suo governo, come se il nostro non fosse un governo di coalizione. È il principio democratico che si difende in Europa. Questo è il nostro programma, e lasciate stare le fantasie intorno a Carlo Magno e al medioevo! Si tratta di una coalizione di democrazie fondata sul principio delle libertà. Questo è il nostro baluardo, questo è il nostro programma, questa la nostra lotta!


[1] Dichiarazioni rese al Senato della Repubblica il 15 marzo 1952 a conclusione del dibattito sull’approvazione della CECA (piano Schuman).

 

 


Foto: degasperi.net