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Palmiro Togliatti. Il governo di Salerno: “la prima vittoria di una politica di rinascita e unità nazionale”

Written by Carlo Pinzani Wednesday, 07 December 2011 12:36 Print

La testimonianza di Palmiro Togliatti sulla svolta di Salerno, che qui riproponiamo, ci invita, in merito ad un evento dalle rilevanti implicazioni di natura internazionale, a non sottovalutare il senso di unità che la svolta di Salerno, in un momento drammatico per il paese dal punto di vista politico, economico e sociale, era riuscita a dare alle forze politiche antifasciste nella fase finale della guerra.

 

Rileggere a cinquant’anni di distanza le testimonianze sulla svolta di Salerno rese da Palmiro Togliatti a Bologna e a Torino nell’aprile del 1961 in occasione del centenario dell’Unità d’Italia è un’operazione intrigante per una serie di motivi attinenti sia al merito della concreta vicenda rievocata dal leader comunista sia al metodo storiografico. Non v’è dubbio che il brusco cambiamento della posizione dei partiti antifascisti nei confronti del governo del Maresciallo Badoglio sia stato uno degli episodi sui quali maggiormente si è affaticata la storiografia sull’Italia postbellica, nella quale la vicenda rientra a pieno titolo nonostante si sia svolta all’interno del secondo conflitto mondiale. Formatosi all’indomani del 25 luglio e della caduta del fascismo, profondamente rimaneggiato e ampiamente screditato dalle dolorose e per molti aspetti vergognose vicende che accompagnarono l’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani nel settembre del 1943, il governo Badoglio costituisce anzi lo snodo essenziale tra l’Italia monarchica e fascista e quella repubblicana e democratica.

Vituperato da molti come elemento essenziale della continuità dello Stato italiano nel passaggio dal fascismo al postfascismo, oggetto d’interminabili quanto accanite e ricorrenti polemiche tra storici, il governo costituitosi a Salerno nell’aprile del 1944 per iniziativa del leader comunista appena rientrato dall’Unione Sovietica continua a meritare molti degli apprezzamenti che nel 1961 Togliatti gli riserba, ricorrendo ad argomenti che ignorano le origini della “svolta”, sulle quali si è invece assiduamente affaticata la storiografia successiva. Anche se è del tutto comprensibile che gli storici abbiano affrontato con priorità la questione delle origini della svolta – e cioè se essa sia stata un’iniziativa dei comunisti italiani (e precipuamente di Togliatti) o se, invece, costituisse l’attuazione di una politica decisa a Mosca (e precipuamente da Stalin) – oggi il problema sembra aver perso molta della sua importanza, una volta chiarito che l’iniziativa era stata sovietica e che Togliatti svolse il ruolo di brillante esecutore. Oggi i rapporti che esistevano all’interno del movimento comunista internazionale sono sufficientemente chiari: il dominio sovietico su tutti gli altri partiti (passasse o meno attraverso l’Internazionale) è un dato pacifico. Il che peraltro non esclude che all’interno dello stesso movimento sussistesse una certa dialettica e che, nel caso di specie, si manifestò in una serie di oscillazioni nella posizione di Togliatti deciso assertore della linea dell’unità antifascista, ma, al tempo stesso, sensibile all’opposizione che il “partito dell’interno” era deciso a portare avanti contro il governo Badoglio (assieme, peraltro, agli altri partiti antifascisti).

La sottovalutazione degli aspetti internazionali, inusuale in Togliatti, ha una chiara spiegazione: essa serviva a confermare la versione ufficiale del PCI, che presentava la “svolta” come iniziativa autonoma del leader torinese alla quale prontamente si adeguò il “partito dell’interno”, seguìto più o meno di buon grado dagli altri componenti dello schieramento antifascista. Del resto, a partire dal VII° Congresso dell’Internazionale nel 1935, Togliatti era stato uno dei più coerenti sostenitori della linea dell’unità antifascista e, durante la guerra civile spagnola, nel ruolo di autorevolissimo consulente del governo repubblicano, aveva lanciato la parola d’ordine “per prima cosa vincere la guerra”. Ed entrambe queste motivazioni è dato ritrovare sia nell’iniziativa del 1944 sia nella testimonianza del 1961. Del resto esse erano alla base anche della posizione di Stalin, interessato soprattutto ad affrettare la fine del conflitto mantenendo buoni rapporti con gli alleati anglo-americani: non si dimentichi che nell’aprile del 1944 il “secondo fronte”, la guerra contro la Germania da occidente, non era stato ancora aperto, nonostante il grave ritardo anglo-americano rispetto agli impegni assunti nei confronti dell’URSS. Che poi, alla base della moderazione staliniana, fossero anche le inconfessate ambizioni sovietiche sull’Europa orientale non modifica la sostanza della linea politica, manifestatasi anche col riconoscimento sovietico del governo Badoglio di poco precedente la “svolta”.

Ma v’è anche un’altra importante ragione – forse quella decisiva – che spiega la scelta di Togliatti di limitare la propria rievocazione a un orizzonte quasi esclusivamente italiano: l’acuta coscienza delle disperate condizioni del paese al suo ritorno in patria dopo un esilio quasi ventennale. L’insistenza sulle condizioni del Sud dell’Italia, occupato, o liberato, dagli anglo-americani è riconducibile proprio a quella consapevolezza: il paese in cui rientra Togliatti è segnato da una serie di sciagure materiali e di miserie morali che gli appaiono come la definitiva conferma della catastrofe nazionale cui il fascismo e la monarchia hanno condotto l’Italia, al punto da fargli prendere sul serio le blande reprimende che il vecchio Maresciallo Badoglio cercava d’infliggere agli scostumati rappresentanti militari alleati. E Togliatti ha buon gioco nel 1961 a rivendicare al governo di Salerno il basilare contributo alla finale evizione della monarchia sabauda, impedendo il successo delle manovre interne e internazionali messe in opera per salvarla attraverso le dimissioni di Vittorio Emanuele III e la sua sostituzione con un Luogotenente. Rinviando l’operazione alla liberazione di Roma, la formazione del nuovo governo Badoglio contribuì alla sconfitta della politica inglese in Italia e alla prevalenza di quella degli Stati Uniti favorevole comunque alla libera scelta del popolo italiano nella questione istituzionale.

La scelta fatta da Togliatti di rievocare in questi termini l’operazione della primavera del 1944 fa sorgere il problema dei motivi che hanno indotto la storiografia a favorire il graduale offuscamento delle motivazioni interne e a dimenticare la gravità delle condizioni italiane dopo l’8 settembre del 1943 e la sconfitta nella guerra a fianco della Germania hitleriana. La questione ha una valenza generale e non limitata all’episodio che qui c’interessa, investendo invece buona parte della storiografia anche recente del secondo conflitto mondiale. Il brusco rovesciamento della politica internazionale degli Stati Uniti nel periodo 1945-1947, accompagnato dall’altrettanto brusco irrigidimento di quella sovietica e il conseguente avvio della guerra fredda posero le premesse perché nella storiografia occidentale, e assai di più nell’opinione pubblica, lo scontro tra la grande alleanza antifascista e le potenze dell’Asse tendesse gradualmente a trasformarsi in prologo – sia pur maestoso – della guerra fredda, perdendo via via la sua connotazione di più grande scontro politico, militare e ideale della storia, che ha alimentato le tendenze di fondo che ancora oggi caratterizzano le nostre società.

Viste la durata e la vastità di ambiti geografici e ideologici della nuova contrapposizione non v’è da meravigliarsi che ci si possa oggi interrogare sui motivi per cui negli anni Quaranta del secolo scorso l’umanità fu dilaniata da straordinarie tragedie. Quella dell’Italia non fu neppure la più grave, anche perché il popolo italiano nel suo complesso seppe mantenere, tra mille difficoltà e tensioni, quel minimo di unità che la svolta di Salerno era riuscita a dare alle forze politiche antifasciste nella fase finale della guerra. E in queste settimane ove l’Italia e l’intera Europa si trovano di fronte ad eccezionali difficoltà – seppur di tutt’altra natura e, in ogni caso, di gravità incomparabile con quelle della primavera del 1944 – è forse possibile che il discorso di Togliatti possa essere percepito per quello che realmente era: la difesa del valore dell’unità di un popolo intorno ad un governo, provvisoriamente accantonando le divisioni politiche e ideali al fine della tutela del benessere e della dignità nazionali.

 


 

 

Il governo di Salerno[1]

Del governo di Salerno, di solito, o non si parla, o si parla con un certo tono di altezzosità e sufficienza, come se si trattasse esclusivamente di un episodio di lotta e concorrenza di partiti che si può anche dimenticare, nel corso del quale i diversi partiti si sarebbero mossi per motivi deteriori, senza vedere quale cosa grande e nuova fu questo governo, momento di decisiva importanza per l’organizzazione della resistenza al fascismo e di quella lotta antifascista che si dovette condurre dal 1943 fino alla insurrezione del 1945 per liberare l’Italia dal regime delle « camicie nere » e dallo straniero. 

Naturalmente la situazione era allora politicamente molto confusa. La creazione stessa del governo di Salerno fu un momento di una lotta politica di portata tanto nazionale quanto internazionale, intricata, difficile; però, sarebbe un grave errore se, per motivi secondari, si dimenticasse quello che ha rappresentato la costituzione di quel governo, che fu il primo, formato dopo il crollo del fascismo, nel quale entrarono i rappresentanti delle grandi organizzazioni popolari antifasciste, di tutti i partiti antifascisti che allora esistevano sul territorio nazionale. Una svolta, quindi, dalla ribellione, dalla tardiva ribellione monarchica e amministrativa del 25 luglio, alla vera lotta di liberazione, cioè all’inizio di quel processo che doveva portarci a rinnovare gli ordinamenti democratici e ad aprire la strada di un rinnovamento generale della vita nazionale.

Ho detto che la situazione politica nella quale si costituí il governo di Salerno era molto confusa, difficile. Inoltre la lotta politica si svolgeva su uno sfondo di effettiva catastrofe della vita nazionale. Di questo posso dare ampia testimonianza.

Io arrivai a Napoli il 27 marzo del 1944. All’inizio della guerra mi trovavo in Francia, dove fui arrestato e passai un periodo di tempo in carcere; poi potei recarmi, con mille espedienti, nell’Unione Sovietica, e da Mosca partii alla fine di febbraio del 1944 per giungere in Italia. Il 27 marzo arrivai a Napoli. Era uno spettacolo che chiamare apocalittico forse è poco. Vi era anche un quadro di eventi naturali che impres­sionava. Era in corso una eruzione del Vesuvio e tutte le vie di Napoli, tutte le strade delle campagne adiacenti erano coperte da uno strato di cenere di cinque-dieci centimetri. Non si poteva camminare, non si poteva andare in macchina, senza essere stretti alla gola da questa polvere che soffocava. Ma, soprattutto, quello che impressionava era la città. Sapevo che a Napoli vi era stata la Resistenza, vi era stata una lotta eroica, vi era stata l’insurrezione del popolo napoletano che aveva contribuito alla cacciata dei tedeschi dalla grande capitale italiana del Mezzogiorno. Eppure, arrivando a Napoli nel marzo del 1944, tre-quattro mesi dopo i fatti di Napoli[2], lo spettacolo era degradante: dappertutto miseria, dappertutto corruzione, disgregazione, sfacelo. Non si lavorava. I grandi opifici che erano sorti durante il fascismo, i siluri­fici di Baia, gli alti forni di Bagnoli, la Navalmeccanica, erano o comple­tamente distrutti, oppure riattati solo in alcuni reparti che lavoravano esclusivamente per riparare una parte del naviglio alleato.

Mancava il lavoro per la gente. Nelle campagne si produceva; un raccolto vi era stato, ma come poteva essere portato nelle città? Le ferrovie erano completamente paralizzate. Si ebbero episodi tragici: un treno, nella Lucania, un treno a vapore, impegnatosi in una lunga galleria, subí un incidente di macchina; tutti coloro che erano sul treno — credo dalle due alle trecento persone — morirono asfissiati. Se seguivate le strade della Campania scendendo verso la Puglia, lo spettacolo vi impressionava. I convogli militari degli alleati passavano a velocità pazzesca e vi erano qua e là le tracce, dei numerosi incidenti stradali. Ma incontravate tutta una popolazione, la popolazione italiana, poveri, gente stracciata, donne, vecchi, ragazzi, ragazze, che se ne andavano con tutti i mezzi, con il piccolo carrettino tirato dall’asinello, o da un cavallo, trasportando masserizie e cercando qualche prodotto che poi tentavano di trasportare in un centro abitato e di poter vendere. Fioriva il mercato nero, fioriva la prostituzione.

Si assisteva a uno sfacelo totale della vita economica e della vita civile. Gli operai, quando lavoravano, erano pagati non piú con la moneta italiana, ma con la moneta che era stata emessa dal comando alleato, le « Am-lire »; ed erano i comandi alleati che stabilivano il tasso di cambio di questa moneta, cioè stabilivano in questo modo dall’alto quanti soldi venivano dati di misero salario agli operai italiani.

Napoli, poi, la notte, due o tre volte la settimana, era soggetta ai bombardamenti dell’aviazione tedesca. I traffici erano completamente interrotti. L’impressione che dava la città, che cinque mesi prima aveva fatto una insurrezione popolare per cacciare i tedeschi, era di un completo afflosciamento, di un addormentamento della coscienza civile, di un abisso di miseria e di abiezione.

La situazione politica si imperniava attorno a tre elementi: il governo, gli alleati inglesi ed americani che, di fatto, governavano il paese, e i partiti politici italiani.

Un governo esisteva a Roma l’8 settembre, ma si sfasciò e scomparve a Brindisi, dove approdarono il re e lo stato maggiore dopo la fuga da Roma. Venne costituito, ma soltanto un mese dopo, una specie di governo tecnico. Attorno al maresciallo Badoglio e ai ministri della guerra, della marina e dell’aviazione (che credo fossero allora il generale Orlando, l’ammiraglio De Courten e il generale Sandalli), erano stati designati alcuni dirigenti delle varie branche dell’amministrazione civile con grado di sottosegretari, non di ministri. Soltanto parecchio tempo dopo, all’inizio del mese di febbraio, questi sottosegretari erano stati insigniti del titolo di ministri[3]. Però, questo governo non era in grado di fare nulla. Da un lato i controllori alleati esigevano di conoscere in precedenza tutto ciò che esso faceva e di dare una autorizzazione. Se negavano l’autorizzazione il governo non poteva agire.

Dall’altra parte, il popolo non riconosceva nessuna autorità a quel governo. Qualsiasi sergente inglese o americano poteva chiamare un ministro, un sottosegretario, un generale italiano e chiedergli conto di questa o quell’altra cosa. Ma poi questo ministro, questo generale, questo sottosegretario italiano non era in grado di farsi ubbidire, perché non esistevano piú branche dell’amministrazione pubblica che regolarmente funzionassero. Bisogna però riconoscere (e noi lo riconoscemmo allora) che da questo governo, nonostante tutto, qualche cosa era stato fatto per ciò che si riferisce all’organizzazione della guerra.

Era stata fatta la dichiarazione di guerra alla Germania, 1’11 otto­bre del 1943 e, in seguito, per iniziativa del maresciallo Badoglio, era stato costituito un raggruppamento italiano motorizzato, comandato prima dal generale Papino, poi, credo, dal generale Utili, e l’abilità di Badoglio era stata quella di aggregare a due reggimenti di fanteria, credo, il 67° e il 68°, che costituivano questo raggruppamento, un nucleo di forze motorizzate e un nucleo di artiglieria tale che gli davano una capacità di azione sul fronte. Questo raggruppamento era però mandato all’assalto sul Montelungo in condizioni difficilissime, aveva subíto perdite sanguinose, e poco dopo, per ordine del generale Clark, le forze che costituivano questo raggruppamento avrebbero dovuto passare tutte a servizi di lavoro. Veniva cioè, in questo modo, negata la possibilità che vi fosse un esercito italiano, o almeno un embrione di esercito italiano che partecipasse alla lotta per liberare la nostra patria dallo straniero che l’aveva occupata. La marina invece era molto attiva: nel periodo di tre mesi vennero da essa compiute 231 missioni di guerra, da 296 unità, oltre al servizio di scorta che veniva fatto per i convogli alleati.

Ma qual era la situazione politica? Anch’essa era dominata dalle forze alleate. Vi era un governo alleato che disponeva di tutto, e gli alleati avevano una loro politica nei confronti dell’Italia. Gli inglesi si differenziavano un poco dagli americani: avevano una posizione piú chiusa, piú conservatrice, più reazionaria; ma gli americani non si comportavano poi molto diversamente, se non in dichiarazioni, interviste e cosí via.

La politica degli alleati era semplice. Il re aveva firmato l’armistizio. Badoglio era il garante di fronte a loro dell’armistizio; quindi non volevano che si toccasse e modificasse nulla dell’ordinamento che aveva a capo il re e il maresciallo Badoglio. Bisogna dire inoltre che gli alleati si muovevano in questo campo con una grande doppiezza, compiendo azioni che, alle volte, sfioravano la provocazione. I partiti politici avevano iniziato una grande agitazione antimonarchica. Gli alleati la consentivano, lasciavano che si sviluppasse. Questo aveva, come conseguenza, che il governo perdeva sempre piú della sua autorità, dei suoi poteri sopra il popolo, diventava sempre piú un’ombra che
non contava niente. Ma questo serviva agli alleati, che in ciò trovavano argomenti per mantenere l’Italia, come paese occupato, pienamen­te sotto il loro dominio.

È evidente che in questa situazione i compiti che si ponevano erano estesissimi. Era necessaria una azione nel campo militare, era necessaria una azione nel campo economico, ma, soprattutto, era necessario fare qualcosa che desse inizio, in questa parte d’Italia liberata finalmente dal fascismo e dall’invasore straniero, a una rinascita spiri­tuale e politica della vita nazionale, della coscienza di tutta la popola­zione. Questo era necessario, a questo bisognava lavorare.

Si erano ricostituiti i partiti politici aderenti al Comitato di liberazione nazionale, cioè il partito liberale, il partito democratico cristiano, il partito democratico del lavoro, il Partito d’azione, il partito socialista, il partito comunista. Questi partiti si erano organizzati, avevano una loro stampa e godevano di una certa libertà di propaganda e di agitazione. Però, di fronte al problema di quello che bisognasse fare, essi si erano arenati. Tutti erano contrari al re, pensavano che il re fosse da considerarsi uno dei principali responsabili della catastrofe nazionale, dell’avvento del fascismo al potere, della dichiarazione di guerra, della disfatta, e quindi respingevano la possibilità di una collaborazione po­litica e persino della formazione di un governo fino a che il re rimanesse alla testa della nazione. Dall’altra parte, gli alleati insistevano: il re ha firmato l’armistizio, il re deve essere a capo dell’esecutivo italiano.

Attorno a questo problema i dibattiti, iniziatisi immediatamente dopo l’8 settembre, furono lunghi, furono penosi, e tra i partiti incominciavano a venire fuori dissensi abbastanza seri. Un dissenso serio, per esempio, era quello tra i liberali e il Partito d’azione. Benedetto Croce accusava il Partito d’azione di essere ispirato da una ideologia democratica con tendenze socialiste e persino comuniste. D’altra parte anche il partito democratico cristiano era orientato in modo piuttosto conservatore, per quanto bisogna riconoscere che in quel periodo non si esercitava ancora quella influenza delle autorità ecclesiastiche sulla vita politica che si esercitò in seguito, dopo la liberazione di Roma, e che si esercita, del resto, ancora adesso.

Bisognava trovare una via d’uscita; ma come? Noi comunisti avevamo una posizione chiara, che avevamo preso sin dall’inizio della guerra, cioè dal 1941[4], e precisata e sviluppata in seguito. I comunisti — dicevamo — sono disposti a stringere una leale alleanza di lotta con tutte le forze politiche disposte a battersi per un governo che realizzi le misure che noi indicavamo, e che erano la restaurazione delle libertà democratiche, e, soprattutto, la partecipazione alla guerra per cacciare i tedeschi dal territorio nazionale.

Noi eravamo quindi un partito che non poneva pregiudiziali poli­tiche nei confronti della collaborazione anche con forze che si ricolle­gassero alla organizzazione e all’ideale monarchico.

Questo ci rese molto piú liberi nella scelta dei movimenti che dovevano essere fatti per uscire da quella tragica situazione.

Rientrando in Italia, io ebbi occasione, infatti, a nome del nostro partito, di dichiarare immediatamente che noi saremmo stati favorevoli a tutti quegli atti politici i quali avessero consentito al popolo italiano di dare un contributo efficace alla lotta contro il fascismo e contro l’invasore straniero; non ponevamo condizioni, se non per riguardo all’avvenire.

La monarchia era ancora in piedi, gli alleati non permettevano al popolo italiano di liberarsene in quel momento. Ebbene, noi chiedeva­mo soltanto che venisse stabilito che in un giorno successivo, finita la guerra, il popolo italiano sarebbe stato consultato sul problema monarchico attraverso l’elezione di una Assemblea costituente, o attra­verso, come poi avvenne, un referendum istituzionale.

Questa nostra posizione non era condivisa da tutti gli altri partiti. Noi fummo sempre d’accordo su questa posizione, sin dall’inizio, coi compagni socialisti, cioè col compagno Lizzadri, che allora dirigeva nell’Italia meridionale il partito socialista. Avemmo con lui un dissenso soltanto quando si trattò di costituire il governo di Salerno, circa la persona di Badoglio come capo del governo, in quanto Lizzadri avrebbe preferito che si trovasse un altro dirigente. Ma, di fronte al fatto che gli alleati non ammettevano nessun altro dirigente del governo, e tutti gli altri partiti oramai erano disposti ad accettarlo, anche su questo punto con Lizzadri noi fummo d’accordo.

Piú difficili erano i nostri rapporti con gli azionisti, e del tutto singolari i nostri rapporti coi liberali, i quali erano diretti da una grande personalità, da un grande uomo politico, un pensatore, un filosofo, la bandiera dell’antifascismo: Benedetto Croce. Benedetto Croce ebbe allora una parte di primo piano nelle vicende che si svolsero nell’Italia meridionale e si deve riconoscere che, in sostanza, la costituzione del governo di Salerno, come ebbe luogo alla metà di aprile del 1944, fu il risultato di un compromesso tra noi e i liberali diretti da Benedet­to Croce.

Benedetto Croce aveva una profonda e giusta visione della catastrofe a cui era arrivato il popolo italiano. Sarà sufficiente che qualcuno di voi giovani, soprattutto, rilegga le pagine del suo diario — scritto « quando l’Italia era tagliata in due » — per ritrovarvi la espressione di un animo nobile, generoso, di un pensiero profondo; ma, anche di una visione politica del tutto particolare, che divergeva profondamen­te e non poteva che essere profondamente divergente dalla nostra.

Benedetto Croce sentiva e soffriva la catastrofe cui si era arrivati. Ecco una sua nota del 15 dicembre: « Sono stato sveglio per alcune ore, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo in qua costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto irrimediabilmente ». Trovate qui un profondo sentimento nazionale, accompagnato da un senso quasi di disperazione. Ed ecco un altro passo, dove viene riferita una sua conversazione con Sforza: « Ma, vedete, il re, la monarchia ha l’appoggio degli alleati, ha dietro di sé l’Inghilterra, Churchill, l’esercito inglese; noi che cosa abbiamo? Noi non abbiamo altro che la nostra coscienza morale ». In queste parole già si delinea il contrasto da noi. Noi non ritenevamo che ci fosse solo la nostra coscienza morale, sulla quale potessimo appoggiarci per salvare il nostro paese e dare inizio a un nuovo periodo della storia italiana. Guardavamo con fiducia al popolo, a quel popolo che aveva fatto le barricate di Napoli, che aveva combattuto sulle barricate e che noi sentivamo che desiderava che ci fosse, che venisse trovata una via d'uscita!

Vi fu il famoso congresso dei Comitati di liberazione a Bari[5], e a questo proposito giova ricordare un’altra nota di Benedetto Croce, il quale, di ritorno dal congresso, si ferma in un paese del Foggiano e la popolazione lo vede, lo riconosce (insieme con lui vi era in conte Sforza, vi erano altri dirigenti del Comitato di liberazione) e gli fa un’ovazione. E il suo commento è amaro, profondamente amaro; dice: « Ma a che cosa serve tutto questo? Questo non serve a niente ».

Questa profonda differenza tra la sua posizione e la nostra si traduceva poi in una differenza nella ricerca delle soluzioni politiche. La soluzione politica che alla fine egli accettò fu la stessa che noi accettammo, ma il punto di partenza era profondamente diverso.

In fondo, Benedetto Croce voleva liberarsi del re, sentiva che il re era un peso. Giungeva a questa conclusione per ragioni più di ordine morale che non di carattere politico fondamentale. Considerava ad esempio, come cosa che assolutamente creava un abisso tra il re, il principe ereditario e i dirigenti antifascisti, il fatto che il re e il principe ereditario una volta si fossero recati in Romagna, a porre delle corone alla tomba del padre di Mussolini. Va bene, era un fatto che suscitava sdegno, ma non era quello il problema di quel momento. Bisognava trovare una via d’uscita politica e quale via di uscita politica cercava Benedetto Croce? E qui sorge il vero problema del governo di Salerno, che non è stato ancora approfondito come si deve, Benedetto Croce aveva capito una cosa: « Bisognava togliere di mezzo il re, e bisognava togliere di mezzo il principe ereditario. Una volta che fossero stati tolti di mezzo questi due personaggi, allora si sarebbe potuto andate avanti — ed ecco la seconda sua conclusione — e la monarchia era salva ».

A una soluzione simile egli lavorava fin dal mese di dicembre,
con l’aiuto di Enrico De Nicola. Lavorava, cioè, alla ricerca di una
formula di reggenza, ed è curioso vedere come egli andasse scovando, tra tutti i membri della famiglia regnante di allora, quale potesse essere il reggente. A un certo punto dice che forse il migliore di tutti sarebbe stato il conte di Torino, « perché si usa dire che è l’imbecille della famiglia... ». La soluzione venne trovata da De Nicola, nella forma nota: — il re nomini un luogotenente, luogotenente sarà il principe ereditario e così si andrà avanti. Si vedrà poi quello che verrà in seguito. Anche a questa soluzione Benedetto Croce faceva però delle riserve. Nel suo diario vi è un passo del 26 dicembre di estremo interesse. Si riferisce a un colloquio tra Croce e Sforza, e dice: « Ho dovuto dichiarare in questi giorni che la reggenza, se la otterremo, sarà per noi che l’abbiamo proposta una cosa seria, e personalmente siamo impegnati a difenderla con tutte le nostre forze, perché non intendiamo fare la parte famosa di don Liborio Romano, nel 1860, quando, ministro di Francesco II, persuase il re a raggiungere l’esercito sul Volturno e, partito il re, aperse le porte di Napoli a Garibaldi ». Le porte di Napoli a Garibaldi Benedetto Croce non le voleva aprire. Il suo proposito era chiaro: risolvere la questione del re salvando la monarchia; ma evitando che vi fosse invece quello che noi cercavamo: una svolta democratica nella vita del nostro paese e nella stessa formazione del governo.

Ho ricordato queste cose per dimostrare come nella formazione del governo di Salerno e nel compromesso che raggiungemmo con Benedetto Croce, con De Nicola e con lo stesso re e coi comandi alleati, si urtarono due concezioni opposte. Come ho già ricordato aveva avuto luogo alla fine del mese di gennaio il congresso dei Comitati di liberazione a Bari. A questo congresso prima era stata presentata una risolu­zione, che non aveva nessun valore, che era un assurdo, perché in essa si proponeva che quel congresso eleggesse una giunta esecutiva e che questa giunta dichiarasse di essere il governo d’Italia, e ciò mentre il paese era occupato, da una parte dai tedeschi, dall’altra dagli inglesi e dagli americani. Il commento di Benedetto Croce a quella risoluzione e giusto: « È — dice — una risoluzione cretina ».

Si giunge invece a un’altra soluzione. Anziché alla nomina di una giunta, si doveva cercare di giungere alla creazione di un governo. Ma alla creazione di un governo non si poteva giungere se non ponen­dosi sul terreno sul quale noi ci ponevamo: troviamo pure tutte le formule giuridiche necessarie e opportune — dicevamo — per mettere da parte la questione monarchica, risolvendola, domani con una consultazione popolare, ma essenzialmente modifichiamo nella sua origine e nella sua struttura il governo, creando un governo che per la prima volta sia un governo democratico, a cui partecipino tutti i rappresentanti dell’opinione politica dei partiti costituiti nel paese.

Per questo noi lavorammo ed ottenemmo il risultato. Quel governo fu costituito. Non durò molto, due mesi circa, perché con la liberazione di Roma venne formato un nuovo governo nazionale [6]. Quello però, era stato il punto di partenza, la prima vittoria di una politica di rinascita e unità nazionale.

Debbo inoltre dire che il ricordo che io ho di quel governo è un ricordo pieno di momenti favorevoli e, permettetemi di dirlo (so che parlo a dei repubblicani, a dei democratici di opinione avanzata), nella mia esperienza anche la figura del generale Badoglio rimane, per ciò che egli ha fatto in quel periodo, con una marcata impronta positiva. È evidente, egli aveva dietro a sé il passato che tutti voi conoscete. Però, non v’è dubbio che di fronte a quei generali americani che venivano nella sala del consiglio dei ministri con le gambe nude e con la tendenza a mettere i piedi sul tavolo, Badoglio si comportava come un italiano, servendosi persino del fatto che lui aveva le striscie da maresciallo sul cappello per mettere sull’attenti qualcheduno di quei generali. Noi sentivamo che vi era in questo un elemento positivo, un elemento che faceva parte di quella rinascita e unità nazionale, unità di tutto il popolo per liberare l’Italia dallo straniero, per la quale noi combattevamo!

E, del resto, oltre a questo marcato senso di dignità nei confronti degli alleati, si deve ricordare che vennero prese dal governo deter­minate misure favorevoli allo sviluppo della lotta di liberazione. Venne costituito, il 18 aprile, pochi giorni dopo la creazione del governo, il Corpo italiano di liberazione, assegnando ad esso la divisione Nembo, oltre che i residui di altre formazioni militari, e questo Corpo italiano combatté durante tutta la guerra sotto la guida del generale Utili.

In campo economico, fu dovuto all’azione di questo governo, alla pressione che venne esercitata da esso — e, debbo dire, anche in questo campo, personalmente da Badoglio — sui comandi alleati, che venisse modificato il cambio delle « Am-lire » e quindi venisse elevato con un cambio piú favorevole il salario di quei miseri lavoratori italiani che facevano la fame a Napoli e in tutta l’Italia del sud. Fu da questo governo approvata la prima legge da cui derivano alcune leggi ancora vigenti nel campo dei contratti agrari, per esempio per quello che riguarda la proroga dei contratti di mezzadria.

Per ciò che si riferisce alla politica estera, nel seno del governo fu costituito un piccolo comitato, nel quale erano rappresentati i principali partiti politici, e tutte le decisioni di politica estera erano discusse collettivamente, cosa che non avvenne piú quando si costituirono i governi di Roma, quando incominciarono ad esercitarsi nell’ambiente romano delle pressioni conservatrici e reazionarie sulla compagine governativa, e avemmo alla testa della politica italiana uomini che avevano minore senso di dignità nazionale e minor cura della unità governativa e della difesa degli interessi di tutta la nazione.

Naturalmente, quel governo doveva lasciare il posto, e lasciò il posto non appena venne liberata Roma, a un governo costituito sotto la presidenza del presidente del Comitato di liberazione nazionale, l’on. Bonomi [7]. Venne però mantenuta la struttura che era stata data al governo di Salerno, e si andò avanti per una strada che il governo di Salerno aveva aperta.

Io continuo a ritenere che la creazione del governo di Salerno, e il lavoro che facemmo, insieme con i compagni socialisti, per saldare una unità di tutti i partiti nazionali, come base di quel governo tra le masse, sia stata una grande cosa positiva.

Non soltanto con la costituzione del governo di Salerno abbiamo contribuito alla radicale svolta, dal 25 luglio alla lotta e alla guerra di liberazione col contributo di tutte le forze popolari, ma abbiamo compiuto un atto decisivo per porre le forze più avanzate del popolo italiano, le forze del partito comunista, del partito socialista, dei sindacati operai di classe, nell’interno della compagine che dirigeva la lotta di liberazione, che dirigeva la Resistenza, per far diventare queste forze, come esse continuano ad essere ancor oggi, malgrado tutto, forze diri­genti di tutta la vita nazionale del popolo italiano.



[1] Testimonianza resa l’11 aprile 1961 a Bologna, al teatro Comunale, nel corso della X lezione del ciclo « 30 anni di storia italiana, 1918-1948 », promosso dal Consiglio regionale federativo della Resistenza per l’Emilia-Romagna e svoltosi fra il 30 gennaio e il 24 aprile 1961. Testo tratto da: Storia dell’antifascismo Italiano, a cura di Luigi Arbizzani e Alberto Caltabiano, v. II, Testimonianze, Roma, Editori Riuniti, 1963, pp. 245–256; esso appare col titolo: « Il governo di Salerno ». Un resoconto — con brani — appare su l’Unità, Milano, cronaca di Bologna, a. XXXVIII, n. 88, 13 aprile 1961. [Il testo riportato in questa antologia è tratto da Palmiro Togliatti, Politica nazionale e Emilia rossa, a cura di L. Arbizzani, Roma, Editori Riuniti, 1974, N. d. R.]

[2] Le « quattro giornate » di Napoli in effetti si svolsero dal 27 al 30 settem­bre 1943.

[3] Del governo successivo al 25 luglio 1943 e delle numerose successive variazioni, integrazioni e revoche, si vedano le notizie relative al primo ministero Badoglio (dal 25 luglio 1943 al 17 aprile 1944) in: Camera dei deputati – Senato della repubblica, Manuale parlamentare, legislatura VI, v. II, cit., pp. 2.421-2.423.

[4] Si riferisce alla « Dichiarazione del PCI dopo l’entrata in guerra della Italia », del giugno 1940 (il testo è riprodotto in: Il comunismo italiano nella seconda guerra mondiale, Relazione e documenti presentati dalla direzione del partito al V Congresso del Partito comunista italiano, Roma, Editori Riuniti, 1963, pp. 127-133).

[5] Si riferisce al congresso dei Comitati di liberazione svoltosi a Bari, al teatro Piccinini, nei giorni 28 e 29 gennaio 1944.

[6] Si tratta del secondo governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio, costituitosi il 22 aprile 1944.

[7] È il governo di unità antifascista costituitosi nel Regno del Sud, il 18 giugno 1944. È il primo governo presieduto da Ivanoe Bonomi che durerà fino al 10 dicembre 1944; un secondo governo di unità antifascista sempre presieduto da Bonomi si avrà dal 12 dicembre 1944 al 19 giugno 1945.