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Alla bandiera dei tre colori ne serve solo uno

Written by Pietrangelo Buttafuoco Wednesday, 30 November 2011 12:21 Print

La sequenza dei colori non è mai chiara: se, dunque, viene prima il verde o il rosso. Non si capisce a prima botta. A metterlo in un quiz dei concorsi, il quesito, si rischia grosso. Il bianco è in mezzo, le bande sono verticali e va bene – e questo è facile – ma a colorare si rischia sempre l’errore. Detto a parole però, “verde, bianco e rosso”, viene facile. La bandiera d’Italia è questa. Senza niente in mezzo.

 


Pubblicato sul n. 5/2010 di Italianieuropei


La sequenza dei colori non è mai chiara: se, dunque, viene prima il verde o il rosso. Non si capisce a prima botta. A metterlo in un quiz dei concorsi, il quesito, si rischia grosso. Il bianco è in mezzo, le bande sono verticali e va bene – e questo è facile – ma a colorare si rischia sempre l’errore. Detto a parole però, “verde, bianco e rosso”, viene facile. La bandiera d’Italia è questa. Senza niente in mezzo.

La sequenza dei colori va da sé ma anche la forma vuole la sua parte. L’innesto del patriottismo comincia a scuola: l’impresa dei Mille. Le camicie rosse di Garibaldi e le loro bandiere. Luminose le illustrazioni dell’epica popolare. Da un lato il candido giglio borbonico, dall’altro i drappi verde-bianco- rosso e però sono strappati. «È la bandiera della Sicilia». E si fa così: una pennellata di verde, il bianco del foglio lasciato appunto bianco e poi il rosso, con grande attenzione, spalmato piano piano in forma di triangolini verticali le cui punte trafiggono il cielo di Marsala.

Nessuno – fiocco al collo, scudetto tricolore sul grembiule, III elementare – immagina che quelle bandiere siano lacerate dalle pallottole e dalle sciabolate. Sembra, piuttosto, che anche la Sicilia abbia un tricolore, però col rosso in forma di zig e zag. Ecco, soave ingenuità bambina: «La bandiera della Sicilia è tricolore però con tutti i pizzi».

Squilli di tromba e brande a posto, anzi, il cubo. «Cosa c’è di più bello del tricolore spiegato al vento?», dice il colonnello ammirando il mattino dentro la piazza d’armi dopo il rompete le righe. «Più bello c’è solo il dovere», ringhia il generale sopraggiungendo con passo da bersagliere ed è tutto un trafficare di su e giù per la caserma fino a se ra: bello infine restare svegli, fucile in spalla, dentro la garitta.

Fiero l’occhio, fermo il passo. Nello sguardo, a far da misterioso collirio, con l’ironia del fante, un canto: «Inchiodata sul palmeto regna immobile la luna, a cavallo della duna sta l’antico minareto». E pensare che davanti all’alloggio del capo posto davvero vi svetta altera una palma. È pur sempre, quella, la caserma dove fu comandante il Castagna. Proprio quello del «Colonnello non voglio il pane, dammi il fuoco distruggitore». E se proprio non è una duna è su un dosso che è collocato quel comando militare. E oggi la palma è bucata dal punteruolo rosso, flagello in tutto il Mediterraneo.

Ad un certo punto l’idea d’Italia, la patria, l’inno e il monumento dei caduti diventano un mucchietto di cose buttate in tasca e presto svuotate in un angolo del comò. Le nonne che cantano «Tacère, bisognava andare avanti» oppure «Oh vita, oh vita mia», fasti di soldati innamorati, Piave in aura di leggenda, con le foto dei nonni in divisa: la grande guerra, la grande proletaria in marcia, i Cavalieri di Vittorio Veneto. Tutto l’immaginario degli attuali signori di mezza età, compresa la sede dei combattenti e reduci, si risolve in una eco remota, anzi, muta. Le giornate passano e capita che correndo via, urtando il mobile, l’accumuletto cada e finisca nella polvere, dimenticato. Più che scordato. Eccetto che per il calcio. Gioca la Nazionale, magari vince qualcosa e tutta una folla di paesani si porta per strada a cercare la bandiera. Se ne trovano solo nelle sezioni del Movimento Sociale Italiano. Purché senza la fiamma in mezzo. Bandiere in prestito, dunque. E un solo grido: «Forza, Italia». Con ovvia virgola in mezzo, a significare un presagio.

La parola Italia riempie la bocca e produce solo un’apnea da vuoto. Qualcosa in mezzo, in quella bandiera, dovrebbe proprio esserci: «Ho famiglia», suggeriva Leo Longanesi, ma magari un coniglio bianco su fondo bianco a magnificare una pratica desueta ma sempre frequentata sebbene gli esempi opposti non manchino. Come il verso perfetto scavato sulla viva carne nostra da Francesco De Gregori: «La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano». O come quel ragazzo, Fabrizio Quattrocchi, catturato dai tagliagole in guerra, in Iraq, che mentre lo tenevano fermo gli diceva: «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano». Tutto questo mentre a Roma, pavidi – nelle redazioni, in Parlamento, nei passaparola – tutti temevano di specchiarsi nella definizione di “i-ta-lia-no”, assai impegnativa come dichiarazione d’identità per essere condivisa. E tutti, infatti, fraintendevano, mettevano una distanza: «Com’è che sta dicendo: come muore un camerata?». A Genova, per non sbagliare, il municipio gli negò il lutto di città.

L’Italia che esiste da molto prima dei centocinquanta anni, oggi, proprio, non esiste. L’Italia che esiste con Roma, con il seme greco e indiano della patria dei padri, dunque con Odisseo ed Enea, l’Italia che esiste nel genio rapace dei mercanti, con Marco Polo e Cristoforo Colombo che si portarono ai confini del mondo, oggi, appunto, non esiste. Come convenzione per il disbrigo burocratico, per i ludi cartacei dell’avviamento professionale altrimenti noto come agone politico, per la foto di gruppo alle Nazioni Unite, per tutto quel che riguarda il convenzionale esiste l’Italia, ma come sentimento di una comunità di destino proprio no, non esiste. E tra poco smetterà di esistere anche il Vaticano, dettaglio molto significante per l’identità di Roma, smetterà di esistere perché nell’andazzo ha perso la consuetudine alla verticalità perfino la Santa Romana Chiesa, i sacerdoti non studiano più il latino, il verbo dell’universale è degradato al rango di rudere. E la Chiesa è solo un ufficio di assistenza sociale, neppure internazionale. Ancora peggio è ridotto l’oikoumene dell’umanesimo, i nostri ragazzi, nel frattempo che i loro coetanei d’Oriente si guadagnano il mondo coniugando alla tecnica Confucio, i Veda, il Corano e le Mille e una notte, i nostri ragazzi, appunto, non sanno più cosa sia la Decade di Tito Livio, l’Iliade o il Sikander. Non sanno chi siano Vico, Tasso e neppure Carmelo Bene. Del già potente segno del Rinascimento, infatti, nell’Italia che crede di far cultura accomodandosi nei festival letterari, si fa museo. Con riposo domenicale ovviamente.

Con la parola Italia ci si riempie la bocca e poi basta. Siamo dentro l’antica maledizione dell’austriaco. Siamo per davvero un’espressione geografica e non abbiamo alcuna sovranità politica. Abbiamo davanti a noi il Mediterraneo ma ci è negato, la nostra politica estera è ossequiosa delle decisioni altrui e culturalmente, poi, il nostro patrimonio di idee, scienza e memoria, fa il paio col mucchietto nascosto nella polvere. Sta sotto un altro comò. Altrimenti non avrebbe senso rinunciare ad un ruolo che pure il mondo intero ci richiede: l’universalità della parola “I-ta-li-a”. Significativo, infatti, che sia dovuta intervenire la Repubblica Popolare Cinese per finanziare la pubblicazione dell’opera di Giuseppe Tucci, un pilastro dell’orientalismo del Novecento, pioniere in quella scienza dell’esplorazione, necessaria per fabbricare il futuro con la geopolitica e non certo con le cronache della suburra di provincia. Grazie al lavoro di Tucci i cinesi hanno potuto ricostruire i tasselli mancanti della loro storia, perfino recuperare le immagini dei templi tibetani da loro stessi distrutti. A voler riprendere il filo interrotto della nostra aurora – al seguito dei nostri dèi che trovarono rifugio in Asia – potremmo ripercorrere le righe del Romaka Siddhanta, un prestito d’Italia d’epoca precedente alla nascita di Cristo, una scienza del ciclo universale forgiata qui da noi dove il sole viene a tramontare e che gli indiani fecero propria dato che Romanka è certamente Roma.

Se ci fosse l’Italia nel nostro sangue di italiani riconosciuti come tali solo perché certificati nella carta d’identità ce la saremmo cavata come in Russia. Come i russi che hanno lo spirito russo della Resurrezione, come i russi che sanno attraversare la storia accettandone ogni tragedia per farne catarsi, anche noi – con una guerra civile alle spalle, mai conclusa – avremmo avuto uno spirito tutto nostro per ritornare sui nostri passi ed essere degni del Battistero di Firenze, delle cento moschee di Palermo, delle cime delle Dolomiti. E degni poi dei nostri soldati che trovano la morte nelle guerre altrui senza neppure avere in cambio un riconoscimento: quello di essere caduti e non vittime, termine su cui l’eufemismo vile anestetizza l’incapacità tutta nostra, tutta pulcinellesca, di accostarci al sacrificio.

Malgrado ciò, malgrado l’Italia degli italiani, le macchine si muovono per strada, la benzina si trova, le signore si fanno bionde e gli uomini si depilano. Le generazioni non sognano, piuttosto s’accodano alla corrente in voga: si piazzano un orecchino, si calano una pasticca d’ectasy, si fanno tonici. Tutto fanno fuorché sognare, piuttosto scelgono di stordirsi per vagheggiare tra i belati del conformismo l’illusione di un’epica generazionale. «Diventerete tutti notai» diceva Eugene Ionesco ai giovani in marcia sotto le sue finestre, a Parigi. Diventeranno tutti “Amici” di Maria De Filippi questi della nuova età. Tutti accuratamente depilati. E non è un vellicare il nazionalismo rivendicare il diritto di vomitare di fronte a tanto trionfo del banale. Chiunque faccia una passeggiata per il mondo si renderà conto di come sia diventata sempre più devastante la condizione periferica di questa Italia. E non è dunque, questo cercare tra strame l’Italia, un vano alitare sfiati patriottardi, al contrario: il nazionalismo è pari al cosmopolitismo nel negare una vera specificità alla nazione. Tanto più di memoria e cultura universale d’Italia entra nell’involucro dell’espressione geografica, tanto più di mondo ce ne viene in casa. L’Italia, infatti, è plurale: crocevia di popoli e storie giunte da ogni angolo del planisfero. L’Italia più sinceramente italiana è quella che sa riconoscersi nei magrebini che, tornando a Mazara del Vallo, stanno tornando a casa. L’Italia italiana è quella che porge ai rumeni un domicilio spirituale, un asilo che non è soccorso, ma patria elettiva, così come più vera Italia si trova nel sagrato della chiesa di san Nicola a Bari, mèta agognata dei pellegrini arrivati dalla Madre Russia e così anche Italia è quella memoria dove trovano pane e companatico tutti i popoli e le civiltà che nella storia hanno incontrato un’altra Italia – quella della parola e del segno universale, quella della sapienza e del genio (è una parola che si può usare, questa?). E tutti questi, adesso, non hanno altra idea dell’Italia che quella di una caricatura. O di una tavolozza per il pittoresco.

Ma malgrado tutto, malgrado l’Italia degli italiani, qualcuno alza la saracinesca alle otto del mattino, alle cinque si trova una vanga per rivoltare la zolla, a notte fonda un poliziotto tiene gli occhi aperti per stare alle calcagna di un assassino.

Malgrado tutto, malgrado l’Italia degli italiani, la nave va secondo metafora: la maggioranza dei cittadini ha una casa di proprietà, ci si permette il lusso suicida di mettere da canto i mestieri e si fa incetta di stipendi, doppio lavoro, lavoro nero, sussidi e disoccupazione assistita nel frattempo che la grande provincia si svuota di anime, fossero pure quelle morte. Chiunque voglia fare un’improvvisata e perciò arrivare in qualsiasi sputo della carta geografica in cui è rintanata l’antica Italia vi troverebbe quell’eterno pomeriggio dove le persone hanno smarrito la sintonia col calendario: non siamo più contemporanei al nostro stesso tempo. La coscienza di una collettività è ridotta a bacino di rilevamento per sociologi. E nel calendario poi – nel frattempo che sono scomparsi i padri – è entrata anche la festa dei nonni, ma sempre sotto trista ricognizione di quel vogliamoci tanto bene del sentire stucchevole. Con tanto di profluvio di assessorati alla famiglia.

Malgrado tutto la gente – entità liquida quanto solida nel marketing –, quella stessa gente che ha preso il posto del popolo, dilaga nel racconto del quotidiano. E se dobbiamo consumare righe per spiegare la differenza tra gente e popolo la partita è persa. La gente che ha guadagnato il proprio paradiso di camera e cucina e campa, campa alla grande; il popolo, appunto, non esiste più. Nello Stivale, di conseguenza, con tutta questa gente assurta a testimone dello spirito del tempo, latita la grandezza. L’Italia degli italiani, infatti, è identificata nel mondo in virtù di un maleficio, proprio quello che, nella migliore delle ipotesi (e figurarsi, allora), ci fa riconoscere e ci restituisce identità: la mafia. Nella peggiore, invece, raccogliticci come siamo in virtù del pittoresco, siamo quelli che si fanno catalogare nell’album policromo del mondo per qualche sarto, qualche piattuzzo e un bicchiere di vino.

È il precipitare nel pittoresco che ci costringe nel pantano della narrazione ombelicale: letteratura, cinema, l’arte in genere, sono l’autobiografia di questo nostro vuoto. Ed è il bianco il colore del vuoto. E la sequenza del colore adesso è ben chiara: bianco in mezzo e bianco ai lati. Alla bandiera dei tre colori ne serve solo uno. Con qualcosa finalmente in mezzo: magari coniglio bianco su fondo bianco.