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Pomezia, per la via di Roma

Written by Antonio Pennacchi Wednesday, 21 September 2011 12:19 Print

Pubblicato sul n. 5/2010 di Italianieuropei

Da ragazzi, il pomeriggio, a Latina non c’era niente da fare e così, ogni tanto, andavamo a Roma con l’autostop. Era il 1966 e Bruno Lauzi cantava: «con quella faccia un po’ così, / l’espressione un po’ così, / che abbiamo noi / quando andiamo a Genova». Io non so in che modo Bruno Lauzi e gli amici suoi andassero a Genova, se con la macchina, il treno o la motocicletta. Noi a Roma andavamo con l’autostop, ma ci andavamo esattamente con la stessa faccia ed espressione che avevano loro.
Chi dice “Roma” immagina subito la Roma d’Augusto con un milione di abitanti, le fontane, le terme, gli acquedotti, i palazzi di sette piani, i templi di marmo e i fori imperiali, e anche per noi era proprio così, ma sono tutte palle, non è vero niente. Quando gli italiani sono arrivati a Roma non c’era più nulla, e da parecchio tempo. Pare che ai bersaglieri, appena entrati a Porta Pia, gli sia preso un colpo: «Tutto qua?», e manca poco che gli svizzeri li ricacciano pure, anzi, manca poco e sono proprio i bersaglieri a dirgli: «Tenetevela. Tutte ste storie?». Non c’era niente: quattro pecore in tutto. I preti s’erano mangiati tutto quanto in nemmeno duemila anni. Durante il Medioevo non faceva più di trentamila abitanti e stavano tutti raggruppati tra l’Ara Coeli, Campo de’ Fiori, Borgo e Trastevere: un borgo appunto, una specie di Pomezia (non quella d’adesso, bensì quella che ha fatto il Duce). Sui Fori, sotto il Campidoglio e sopra tutta la roba che aveva fatto Augusto ci pascolavano le pecore, al Colosseo c’erano le cave di pietra: smontavano tutti i marmi degli antichi e li cuocevano dentro le fornaci, per farci la calce od il salnitro. Durante il Rinascimento è un po’ cresciuta, agli inizi del Seicento è arrivata a centomila abitanti, ma sempre una schifezza rispetto a Londra e Parigi. Ci andavi a piedi da un capo all’altro in meno di cinque minuti. Con una passeggiata avevi visto tutti quanti. Senza contare che, su quei centomila, mille erano le meretrici patentate, regolarmente catalogate e registrate dalla guardia pontificia. C’erano solo preti, puttane, sbirri e soldati. Tutto il resto era solo di contorno. Campavano di quello, coi pellegrini e le rimesse delle filiali all’estero. Poi dice che non ha ragione Bossi: a Roma non hanno lavorato mai, almeno a partire dai tempi d’Augusto, hanno ricominciato solo coi Piemontesi. Questi – si sa – non è che li avessero pressati, richiesti o invitati loro, i romani. C’erano venuti di spontanea volontà. Fai presto adesso a dire: «Roma ladrona». Ma che ti ci ho chiamato io? Ci sei voluto venire tu e hai armato pure un quarantotto per venirci, a cannonate. Mo’ adesso che vuoi? Dice: «E mo’ mi so’ stufato». Troppo comodo: chi rompe paga.
I romani non avevano fatto niente per duemila anni. Pian piano s’erano sempre ristretti nell’abitato: una casa oggi e un fabbricato domani, oramai s’erano come riuniti tutti in una sola camera e cucina, per il gabinetto andavano fuori, in campagna, oppure buttavano dalla finestra. E per arrivare alle mura Aureliane gli ci voleva il treno, altro che strade, acquedotti, monumenti. Non avevano più alzato una paglia, non avevano più toccato un mattone. Dice: «Ma come: e tutte le chiese?». Ecco, appunto: solo le chiese, ma anche quelle era tutta gente di fuori, mica romani. Che Michelangelo è nato a Roma? Poi sono arrivati i Piemontesi: «Ghe pensi mì», e hanno ribaltato tutto quanto.
Sono i Piemontesi che hanno fondato Roma, mica Romolo e Remo. Quella di Romolo se n’era già bella che tornata al creatore, sono loro che l’hanno fatta per davvero, quella d’adesso. Come sono arrivati hanno cominciato a fabbricare. Calce e mattoni. Solo quello. Non hanno portato nient’altro. Manco lo straccio d’una fabbrica, in senso di stabilimento. Solo calce e mattoni. L’Esquilino, Termini, il Flaminio, Prati? Hanno fatto tutto loro: la “Roma umbertina”. Dice: «Vabbe’, ma mica è tanto brutta». Perché la guardi adesso non ti sembra tanto brutta, è la patina del tempo. Ma vai a vedere allora le speculazioni, le lobbies, gli scandali, le mazzette. Proprio come la Democrazia Cristiana. Solo “frabbicare e frabbicare” – come dicono i romani – un giorno appresso all’altro. Solo quello, manco una fabbrica sempre in senso di stabilimento, solo calce e mattoni, e ministeri. Che mestiere si potevano imparare, sti romani, che già tanta voglia, di loro, non ne avevano? Solo i palazzinari. E gli impiegati. E quei pochi mestieri che gli hai insegnato hanno continuato a farli tutta la vita. Dice «il sacco di Roma». La colpa è tua che gliel’hai insegnato, sanno fare solo quello. Però lo sanno fare bene, non si sono più fermati. Sono andati avanti notte e giorno, pure nei giorni festivi, pure a Pasqua ed a Natale, senza ferie. Non si sono fermati mai, si sono allargati a macchia d’olio e adesso Roma – la Roma dei Piemontesi – va da Viterbo a Latina senza interruzione. E l’hanno fatta tutta loro, i palazzinari, e lo strano è che nonostante tutto – nonostante tutta quella calce e quei mattoni – la gente è ancora convinta che sia stata fatta da Romolo e Remo e che conservi intatta quella sorta di aura magica. Difatti i forestieri, quando vengono, hanno sempre la faccia un po’ così e l’espressione un po’ così di Bruno Lauzi quando andava a Genova.
Noi ci venivamo con l’autostop, sulla 148. Adesso tutti la chiamano Pontina e ha quattro corsie con lo spartitraffico in mezzo, sempre intasata e coi morti per terra. Allora era nuova nuova, appena fatta: un nastro d’asfalto lucente tutto dritto in mezzo alla campagna, nell’Agro Pontino, e poi curve e saliscendi fra i dossi e le collinette di tufo dell’Agro Romano. Filari di pini da una parte e dall’altra. Passava una macchina ogni tanto, ogni tanto un camion, e spesso i carri agricoli trainati da trattori e, i primi tempi, ancora trainati da coppie di buoi. Era una strada di campagna, solo un po’ più larga ed asfaltata. Sentivi le cicale, d’estate, e sui campi, di fianco, piantavano il grano fin dentro il fosso, sulla strada. Ogni venti metri c’erano i paracarri, ogni cento una pietra segnametri e ogni chilometro un pietrone enorme con scritto: “S.S. n. 148 - km xy”. Ci passavamo le ore ad aspettare che qualcuno si fermasse e ci portasse a Roma. Erano sempre passaggi brevi, da un bivio all’altro: dal Montello a Aprilia, da Aprilia a Pomezia, da Pomezia a Tor de Cenci e così via. Solo al bivio di Pratica di Mare nessuno ci ha mai lasciato: era il bivio più bello perché c’erano le puttane con le cosce di fuori. Adesso è pieno, ma adesso è un’altra cosa: te la sbattono in faccia; allora non vedevi un paio di cosce nemmeno al cinema. Nessuno che ci abbia mai fermato lì, evidentemente chi aveva intenzione di farci sosta non si fermava prima a caricare noi, ci andava diretto. Da Latina a Roma era tutta campagna. Dal bivio per Aprilia, sulla 148, vedevi la cittadina sul poggio, a destra, e fino a là era tutta una distesa di vigne e di uliveti. E così era Pomezia, solo che stava sulla sinistra: la 148 aveva fatto tutti saliscendi, da Aprilia a lì, in mezzo ai pini e a qualche macchia superstite di lecci. S’era inerpicata sull’ultimo colle: da una parte una fabbrica di roulotte, coi prodotti finiti belli esposti e coi pianali ed i rimorchi ancora in lavorazione; dall’altra il cimitero militare tedesco. Ci si sono scannati in decine di migliaia da queste parti nel ‘44, quando gli alleati sbarcarono ad Anzio, e sono rimasti qua, i morti: i tedeschi a Pomezia, gli americani a Nettuno. Erano tutti ragazzi di vent’anni. Qualcuno, a buon bisogno, ancora non aveva visto, come noi, un paio di cosce vere.
La Pontina, da questo colle, ricalava nella valle e dall’altra parte, a un chilometro dalla 148, sola soletta sopra il cocuzzolo stava Pomezia, tutta rossa, proprio come un borgo medievale, coi blocchi di tufo della “torre littoria” e gli intonaci pompeiani della casa del fascio e delle casette popolari. Le aveva fatte il Duce, sia Aprilia che Pomezia. O meglio, le aveva disegnate Petrucci e, a farle, debbono averle fatte dei muratori ma se non le avesse volute il Duce è certo che non ci sarebbero: sarebbe ancora tutta una distesa di zanzare, da Roma a Terracina. Ci sarebbe ancora la malaria.
Poi la 148 s’avviava verso Roma, sempre in mezzo ai campi di grano e ai recinti delle vacche al pascolo. C’era Dinocittà in costruzione – gli stabilimenti cinematografici di De Laurentiis – e sullo sfondo, in mezzo ai campi, ogni tanto vedevi l’arca di Noè quando giravano “La Bibbia” o i soldati di Napoleone per “Waterloo”. Poi Castel di Decima. E fra Castel di Decima e Tor de Cenci, sulla destra, lontano, i bunker in cemento armato e le linee di difesa – abbandonate – da cui i tedeschi e i repubblichini tentarono l’ultima difesa di Roma, nel ‘44, quando gli americani ruppero i fronti di Anzio e di Cassino. Gli ultimi ad andarsene furono proprio – quei pochi che sopravvissero – i paracadutisti della Nembo, ragazzi di sedici o diciassette anni scappati di casa, secondo loro, “per l’onore d’Italia”, e parecchi proprio da Littoria. Si buttarono con le bombe a mano contro i carri armati, proprio come nei film di guerra. E il Duce, e la RSI, concesse loro un sacco di medaglie d’oro alla memoria. Adesso la Pontina nuova, quella con quattro corsie – superveloce ma superintasata – non passa più per Tor de Cenci. S’è spostata. Passa proprio sotto i bunker. Le linee e i camminamenti li ha spostati, li ha travolti, ma ai bunker si limita a passarci di fianco, sotto. E dentro, qualche volta, ci va la gente a farci le marchette.
Poi fino a Roma. Sempre in mezzo alla campagna, sempre senza una casa da una parte e dall’altra della strada, dritto fino al Palazzo dello Sport. Campagna pure là. Pure l’Eur non era ancora che una piccola Pomezia, ancora lo stavano ultimando, ancora solo quello del fascismo, con tutti i marmi bianchi e il travertino. In piazza Marconi c’erano le impalcature coi muratori e i manovali che si passavano la calce sopra le palanche, per finire i porticati dove stanno adesso il museo Pigorini e l’istituto Latino-americano. Certo era l’Eur e non era Pomezia. Era tutto bianco, enorme. Solo soletto pure lui però, in mezzo alla campagna, ma bianco ed enorme, con quelle colonne, gli architravi. Io non riesco proprio a capire quelli che dicono che è brutto, a noi piaceva. Altro che S. Pietro o il Colosseo, per noi Roma era l’Eur, anche se per la Roma vera ci voleva ancora una vita.
Adesso è tutto pieno di palazzi. Non dall’Eur a Porta Ardeatina, ma proprio da Latina a Roma. Altro che “il bivio di Aprilia” o quello di Pomezia. Aprilia e Pomezia se la sono mangiata la Pontina, le stanno addosso, la soffocano. Quali collinette, quali viti, quali ulivi: la gente ha i balconi sopra i guardrail. Quando passi con la macchina, ogni tanto, senti qualcuno che sta litigando con la moglie; ogni tanto t’arriva, sopra il cofano, il tegame con il sugo che lei gli ha tirato appresso, oppure le lenzuola stese ad asciugare. E tutto è successo un po’ alla volta, un palazzo dopo l’altro, uno oggi e l’altro domani, per tutti gli anni Sessanta. Senza che te ne accorgevi. Me ne sono accorto all’improvviso nel 1974, quando la Lazio ha vinto lo scudetto. Erano tornati in serie A soltanto l’anno prima e un anno dopo hanno vinto lo scudetto. Non gli pareva vero, a loro, ma nemmeno a noi. Con quell’armadio di Giorgio Chinaglia che segnava nel derby e poi faceva il giro d’onore e di sfida col dito alzato sotto la curva nostra, la Sud, ammutolita.
Nel ‘74 la Pontina l’avevano già raddoppiata, almeno fino a Pomezia. L’avevano incassata e non saliva più sulla collina, al bivio dove c’era il distributore Agip col bar Morbinati. C’era il pieno a ogni ora del giorno e della notte, orario continuato. Pure alle tre o alle quattro di mattina dovevi fare la fila per giocare a flipper. Adesso la strada passa sotto, tra muraglioni di cemento armato, e su tutta la collina – in ogni anfratto e su ogni versante – nel giro di un paio d’anni s’è disteso un manto di palazzi e palazzine uno più brutto dell’altro, stile moderno, venuto in moda dopo la guerra, mica quella cosa brutta dello stile littorio degli anni Trenta, tutto uguale, con gli archi, i tetti, le persiane e le zoccolature di travertino. Sei matto? Roba di cemento armato. Con la cortina finta di mattoni (è finta: non sono mattoni veri, ma piastrelle che attaccano dopo, sopra i forati), i balconi a sbalzo e le ringhiere di ferro. Palazzi in «stile merda» come dice Sgarbi, spuntati come funghi sulla collina di Pomezia, a soffocare il borgo littorio e a farne, dal posto più bello, il più brutto d’Italia. E su tutti sti palazzi campeggiava la scritta, enorme: “LENZINI VENDE”.
Dice: «Chi è Lenzini?». Era il presidente della Lazio. Somigliava sputato sputato ad Aldo Fabrizi in “C’eravamo tanto amati”. Era grosso grosso: la faccia, il collo, la pancia, e parlava romanesco. Era un palazzinaro. Pacioccone. Paternalista. Padre padrone. Ai giornalisti rispondeva: «Ma làssame pèrde. A giovinò, pènza a campà». Ai calciatori soprattutto – «Sò tutti fìji mia» – li trattava come un padre. Pare li riempisse di soldi e di cazzotti. Pure a Chinaglia – mica solo a Vincenzo D’Amico – qualche volta gli ha mollato uno schiaffone e quello se lo prendeva zitto zitto, senza fare una piega. Abbozzava un sorrisino come per dire «Ma che vuoi che sia». Roba che a Valcareggi – per una volta che l’ha levato da mezzo al campo – gli è corso appresso per tutta Monaco di Baviera. Calce e mattoni. S’era fatto da solo, da capomastro, cofane e cazzuola, prima della guerra. Poi palazzine e palazzine. Palazzi e palazzoni. Immobiliari sempre più grandi. Tutta Roma. E poi pure Pomezia. E la Lazio. E somigliava ad Aldo Fabrizi. Naturalmente non è che tutta la Roma del dopoguerra l’abbia costruita Lenzini, ma tutti quelli che l’hanno costruita erano, pressappoco, come Lenzini. E l’hanno costruita sotto la democrazia, mica sotto il fascio. È con la democrazia – o meglio, con la Democrazia Cristiana – che hanno trattato i palazzinari.
Certo aveva costruito pure il fascio, mica era più stupido dei Piemontesi. Ma tutto quello che ha costruito il fascio poi loro – gli intellettuali laureati – lo hanno bastonato a dovere, dai Fori Imperiali alle Paludi Pontine. Su tutti i manuali di architettura – da Zevi a Benevolo e Sica – è un’ira di Dio. Non ce n’è una che gli abbiamo abbuonato: «Hanno fatto tutte cazzate». La stessa cosa – su quei manuali – fatta all’estero è buona, fatta in Italia è cattiva. La razionalizzazione e modernizzazione dei centri storici? In Germania e in Olanda è un capolavoro, a Roma è sventramento. L’adeguamento agli standard igienico-abitativi, con il conseguente trasferimento di vaste quote di popolazione dai centri storici superaffollati ai nuovi quartieri periferici, a Weimar e al Bauhaus – sopra i manuali – si chiama Siedlungen (e già il nome ti dice che è roba buona), nella Roma fascista si chiama “segregazione” e “deportazioni”. Altro che Siedlungen: il Prenestino, la borgata Gordiani, il Trullo, Primavalle ed il Tufello li chiamiamo “quartieri ghetto”. Mo’ qualcuno mi dovrebbe spiegare dove sta la differenza vera. Anche adesso io resto uno che, tra il borgo di Pomezia e Piazzale della Radio, continua a preferire il borgo di Pomezia e il Tufello e Primavalle. Quelli saranno stati pure fasci e figli di puttana, ma quando facevano un quartiere stavano bene attenti alla larghezza delle strade, all’altezza degli edifici, alla distanza tra un edificio e l’altro. Quelli ti mandavano al confino se c’era una parete sola su cui non battesse il sole, se non circolasse l’aria, se non fossero previsti gli alberi; mica ti facevano presidente della Lazio. Vai a vedere intorno a Piazzale della Radio, ma anche alla Laurentina, sulla Cristoforo Colombo, all’Appio-Tuscolano, al Portuense, all’Aurelio. Vai a vedere in tutta Roma: palazzi alti, uno attaccato all’altro, con stradette in mezzo che nemmeno in mezzo alla campagna; senza un filo d’aria; senza uno spicchio di sole; tutta cortina (finta cortina) e ringhiere di ferro. Altro che Pomezia o le Case popolari di Littoria, altro che il bombardamento di Baghdad. È a Piazzale della Radio che bisognerebbe mandarci i bombardieri. I Tornado. Mururoa.
Dice: «Ma se le hanno fatte, tutte queste case, allora vuol dire che ci stava pure la gente che se le comprava». E come no? Non fa una piega. Allora vuol dire che siamo stati tutti quanti. Mica t’hanno obbligato ad andare ad abitare a Piazzale della Radio o sulla collina di Pomezia. Che t’hanno obbligato a farti fare la casetta dal geometra – abusiva – a Lavinio e Torvaianica? No, non t’hanno obbligato. Dice: «Ce l’aveva Tognazzi la casa a Torvaianica, non ce la potevo avere io?». Hai ragione. Moravia e Pasolini ce l’avevano a Sabaudia. Sulla duna. Come ti posso dare torto? Dice: «Vabbe’, ma allora che volevi, che la gente restava in otto persone dentro una stanza?». No, pure mia madre era tutta contenta quando ci diedero la casa nuova con il gabinetto dentro e la vasca da bagno. Le fregava assai, a lei, della cortina e delle ringhiere di ferro. Anzi, la cortina le piaceva pure. E poi che ne sai: magari fra cent’anni ci sembrano belle. Come Prati, la Roma umbertina, Via Pompeo Magno, Via degli Scipioni, Piazza dei Quiriti. Che ne sai? Magari quando i romani (l’imperatore Claudio, o il censore Appio Claudio Cieco) stavano a fare gli acquedotti con tutte quelle arcate fino ai Castelli, c’era un sacco di gente in mezzo al Foro – i Verdi, gli intellettuali fighetti e tutti quelli che non avevano nient’altro da fare – che protestava dalla mattina alla sera: «Ma tutto quel cemento in mezzo alla campagna!?». Che ne sai? Magari pure Cheope, quando stava a fare le piramidi, la gente passava e diceva: «Ma che cazzo stanno a fa’...».
Noi comunque, adesso, a Roma non veniamo proprio più. Nemmeno in macchina, nemmeno in treno. Ma ogni tanto, di notte, sogno ancora che sto facendo l’autostop al bivio di Pomezia, da Morbinati, fuori del bar. E non si ferma nessuno, proprio come allora. Ma proprio come allora non me ne importa niente: prima o poi qualcuno si fermerà. E mia moglie – che ha il sonno leggero e che ogni tanto si sveglia, e quando si sveglia, da dopo che ci siamo fatti vecchi e ho avuto l’infarto, si volta a guardare se respiro ancora, se sono ancora vivo e se non le sono, per caso, morto accanto nel sonno – dice che ho proprio la faccia un po’ così e l’espressione un po’ così che aveva Lauzi quando andava a Genova.