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Giolitti. Le conseguenze per l’Italia della Grande guerra

Written by Leonardo Rapone Wednesday, 21 September 2011 11:53 Print

Il discorso tenuto da Giovanni Giolitti a Dronero nell’ottobre 1919, che qui riproponiamo, per la visione storica che lo sorregge, per l’ampiezza dell’analisi, per l’articolazione e la sostanza dei provvedimenti messi in programma, rappresenta uno dei documenti più significativi del dibattito politico del dopoguerra italiano.

 

12 ottobre 1919: sono trascorsi undici mesi dalla fine della Grande guerra; manca un mese allo svolgimento delle prime elezioni del dopoguerra per il rinnovo della Camera dei deputati. Giovanni Giolitti tiene a Dronero (Cuneo), suo tradizionale collegio, un discorso elettorale che lo riporta, all’età di settantasette anni, sul proscenio della politica italiana. Per la visione storica che lo sorregge, per l’ampiezza dell’analisi, per l’articolazione e la sostanza dei provvedimenti messi in programma, il discorso è uno dei documenti più significativi del dibattito politico del dopoguerra italiano. Nello stesso tempo l’impossibilità, nella quale Giolitti si trovò, di dargli un seguito di attuazione pratica lo rende una drammatica testimonianza dell’esaurimento storico incontro a cui era andata, da tempo, la strategia politica giolittiana.

Nel 1914-15 Giolitti era stato un avversario della partecipazione italiana al conflitto mondiale. Ora, nonostante l’esito vittorioso della prova militare, rivendica la validità di quella intuizione, perché se la vittoria delle armi ha risparmiato all’Italia un destino rovinoso, non l’ha però sottratta agli effetti micidiali della guerra sull’organismo economico del paese, tra i quali al primo posto egli mette il dissesto delle finanze pubbliche, per l’accumularsi dei debiti e lo squilibrio strutturale del bilancio per parecchi anni avvenire. La sua polemica verso i governanti che hanno portato l’Italia nel conflitto «senza prevedere nulla» è rude e si spinge fino alla richiesta di un’indagine parlamentare «per accertare le responsabilità politiche relative all’origine e alla condotta diplomatica della guerra» e fare luce sul lucroso giro di affari costruitosi attorno all’economia di guerra. Da questa presa di posizione derivano i due assi del programma enunciato da Giolitti. Sul piano congiunturale, per affrontare la crisi finanziaria dello Stato, propone misure ispirate al criterio della progressività dell’imposizione fiscale, culminanti in una imposta patrimoniale una tantum e nella nominatività dei titoli azionari, per assoggettarli all’imposta sul reddito e alla tassa sulle successioni. Su un piano più generale afferma la necessità di una modifica costituzionale che subordini la stipulazione dei trattati internazionali e la dichiarazione dello stato di guerra all’approvazione del Parlamento (lo Statuto del Regno le considerava prerogative regie). In entrambi i casi si trattava di proposte destinate a fare sensazione: da un lato per la determinazione di colpire le grandi ricchezze, dall’altro per la modifica, a vantaggio del Parlamento, del rapporto di potere fra esecutivo e legislativo. Accomuna le due prospettive l’apertura alle «classi popolari», con il richiamo, nel primo caso, a principi di giustizia sociale; nell’altro alla necessità che il popolo, attraverso la sua rappresentanza, faccia avvertire il proprio peso anche nelle decisioni di politica internazionale. Implicito il pensiero che se i deputati avessero avuto titolo a pronunciarsi nel 1915, il paese avrebbe preso un cammino diverso; esplicita la convinzione che l’influenza del sentimento popolare sulla politica estera avrebbe in futuro contrastato «lo spirito imperialista» e fatto gli interessi dell’Italia, per la quale la pace «è indispensabile condizione di vita».

Corredato da altre proposte radicali, come la confisca dei latifondi mal coltivati o la possibilità di uno sfruttamento statale dell’energia idrica, il programma valse a Giolitti, da parte degli ambienti liberalconservatori, l’epiteto di «bolscevico dell’Annunziata»: un’accoglienza che evidenziava la scarsa ricettività del liberalismo italiano alla sua visione della ricostruzione economico-sociale del paese. Nel discorso Giolitti affermava di non rivolgersi a partiti, ma di voler cercare un accordo sulle «opere». Il fatto però è che, diversamente dall’inizio del secolo, non esistevano le condizioni per una convergenza di forze sociali a sostegno di una prospettiva liberalprogressista. Lo «spirito conservatore» e «reazionario», di cui Giolitti pure avvertiva il peso nell’opinione pubblica, non era solo una corrente di opinione, ma rispecchiava l’orientamento di settori fondamentali del sistema economico e degli apparati statali verso una prospettiva di sviluppo aliena da aperture democratiche e restia a mettere da parte le velleità di potenza militare. A loro volta le classi popolari – sulla cui determinazione di far valere i propri diritti e la propria forza Giolitti fondava la possibilità di arginare le tendenze reazionarie dei ceti privilegiati – dopo l’esperienza del conflitto aspiravano a trasformazioni ben più radicali, a miglioramenti immediati e tangibili delle loro condizioni.

Le elezioni del novembre 1919 videro l’affermazione proprio dei “partiti”, il socialista e il popolare, che Giolitti aveva messo ai margini della sua analisi. Questo avrebbe favorito un riavvicinamento delle forze liberali; di fronte alla crisi sempre più grave del sistema politico il ritorno al potere di Giolitti sarebbe stato alla fine invocato come via di uscita, ed egli riprese la guida del governo nel giugno 1920 come espressione di un fronte borghese che passava sopra alla frattura della guerra (all’opposto della prospettiva di Dronero) e che di lì a non molto, per riguadagnare posizioni, avrebbe provato, auspice proprio Giolitti, ad aggrapparsi all’astro fascista in ascesa.

 


Giovanni Giolitti, Discorso per le elezioni della XXV legislatura [1]
(12 ottobre 1919)

 

Elettori,

(…)

La nuova legislatura si troverà di fronte ai più formidabili problemi che ad un Parlamento si possano presentare, poiché la terribile guerra ha segnato l’inizio di un periodo storico interamente nuovo, periodo di profonde trasformazioni sociali, politiche, economiche.

In queste eccezionali circostanze, in mezzo alle quali si apre la presente lotta elettorale, affinché il voto degli elettori sia completamente illuminato, ho il dovere di esporre quale fu la mia azione durante la guerra e nel periodo che la precedette e la preparò, e, quanto al programma per la nuova legislatura, di non limitarsi ad indicare le linee generali di un programma politico, ma scendere invece all’esame particolareggiato delle maggiori questioni, e specialmente di quelle che, con carattere di urgenza, si imporranno allo studio del Parlamento. Dovrò quindi abusare un po’ lungamente della vostra pazienza e ve ne chiedo venia.

 

Per quanto riguarda il periodo precedente alla dichiarazione di guerra ecco quale fu la mia azione (segni di viva attenzione).

Il trattato della Triplice alleanza con la Germania e l’Austria fu stipulato dal ministero Depretis prima che io entrassi alla Camera, e fu rinnovato dal ministero Rudiní, e poi dal ministro Zanardelli, e lo rinnovai anch’io nel 1913.

Il trattato però era puramente difensivo, cosicché se uno dei tre alleati provocava una guerra, gli altri non avevano obbligo di parteciparvi, ma solamente di mantenere una benvoluta neutralità.

Di questo carattere dell’alleanza mi valsi per evitare la guerra nel mese di agosto 1913, un anno prima che scoppiasse la guerra europea. Ed ecco in qual modo. Il 9 agosto 1913, quando ero presidente del Consiglio dei ministri, ricevetti dal mio collega marchese di San Giuliano, ministro degli Affari Esteri, un telegramma, nel quale mi avvertiva che l’Austria aveva comunicato essere sua intenzione di agire militarmente contro la Serbia, e che essa considerava la sua azione come difensiva e, quindi, tale da darle diritto di invocare la nostra alleanza.

 

Io risposi nei termini seguenti: «Se l’Austria interviene contro la Serbia, è evidente che non si verifica il casus foederis. È un’azione che essa compie per conto proprio: non si tratta di difesa, perché nessuno pensa ad attaccarla. È necessario che ciò sia dichiarato all’Austria nel modo più formale, ed è da augurarsi azione della Germania per dissuadere l’Austria dalla pericolosissima avventura».

Così è stato fatto e così fu evitato lo scoppio della guerra (vivissimi applausi).

(…)

Nel 1914 si verificò la situazione che si era minacciata nel 1913; l’Austria attaccò la Serbia, ed io, coerente alla mia azione del 1913, espressi subito l’avviso che l’Italia dovesse dichiarare la sua neutralità; ed ecco in quale occasione. Il 1º agosto 1914, giorno in cui scoppiò la guerra europea, io giunsi a Parigi, proveniente da Londra e mi recai all’ambasciata d’Italia. L’ambasciatore Tittoni non era a Parigi, e, parlando col principe Ruspoli, che ne faceva le veci, dissi che, essendo la guerra iniziata dall’Austria con l’attacco contro la Serbia, l’Italia non aveva secondo il trattato l’obbligo di intervenire, e doveva a mio avviso dichiarare subito la sua neutralità.

Rientrato in Italia, ricevetti dal ministro degli Affari Esteri, di San Giuliano, una lettera, in data 3 agosto 1914, così concepita: «Ruspoli mi telegrafa la sua opinione sulla politica da seguire in questi gravi momenti. È appunto quella che sin dal primo momento io ho proposto a Salandra e a S.M. il Re, e che è stata adottata. Anche questa volta tu ed io abbiamo avuto lo stesso pensiero senza aver avuto modo di scambiare le nostre idee ».

A questa lettera io risposi il 5 agosto nei termini seguenti: «Il modo come l’Austria provocò la conflagrazione fu veramente brutale e rivela o una incoscienza o il deliberato proposito di volere una guerra europea. Sbaglierò, ma la mia impressione è che essa più di tutti ne pagherà le spese. Per fortuna la cosa fu condotta in modo da giustificare la nostra neutralità » (calorosissimi e prolungati applausi).

 

Sotto la stessa data del 3 agosto 1914, ricevetti una lettera del presedente del Consiglio Salandra, nella quale è detto: «Ho saputo che a Parigi hai espresso parere favorevole alla interpretazione da noi data al trattato della Triplice; interpretazione che, oltre ad essere a senso mio giuridicamente esatta, corrisponde al sentimento prevalente nella grande maggioranza del Paese. E la tua opinione conforme è per me di grande importanza. Non mi nascondo però le grandi ragioni che militano per una diversa risoluzione » (commenti).

Queste lettere, da un lato, provano che dopo lo scoppio della guerra europea io patrocinai la stessa politica che avevo seguita quando ero al governo, e provano, d’altra parte, che in luglio 1914, nel ministero Salandra, il primo e più deciso sostenitore della neutralità fu il marchese si San Giuliano.

Sono lieto di poter rendere questa giustizia al compianto amico.

La neutralità dell’Italia nell’agosto 1914 fu la vera salvezza della Francia, che poté trasportare contro la Germania l’esercito che aveva sul fronte italiano e preparare la vittoria della Marna del seguente mese di settembre (Giustissimo! È vero!).

(…)

Quattro mesi dopo dichiarata la neutralità, il ministero degli Esteri Sonnino, succeduto al defunto di San Giuliano, aperse trattative diplomatiche coll’Austria sulle basi seguenti. Il trattato della Triplice alleanza, all’articolo 7, stabiliva che Austria e Italia dovevano astenersi da qualsiasi occupazione territoriale nella penisola balcanica, e che, se una di esse avesse fatto qualche occupazione, anche temporanea, l’altra aveva diritto ad un compenso.

Invocando detto articolo il ministro Sonnino, con nota 9 dicembre 1914, stampata nel Libro Verde presentato al Parlamento, premesso che l’Italia aveva diritto ad un compenso per l’invasone della Serbia, invitata il governo austro-ungarico ad un concreto negoziato per giungere ad un’intesa circa tale compenso. La nota conchiudeva così: «L’intesa da me invocata su questa base fra i due Governi avrebbe per risultato di eliminare per l’avvenire ogni occasione di incresciosi incidenti, attriti e diffidenze che oggi sono così dolorosamente frequenti, e renderebbe invece possibili e naturali fra due popoli quelle relazioni di cordiale e costante amicizia che sono nei comuni desideri » (commenti).

Le trattative così iniziate durarono fino al 3 maggio 1915, giorno nel quale il governo italiano dichiarò all’Austria che, ritenute insufficienti le concessioni proposte, doveva rinunziare alla speranza di giungere ad un accordo, e quindi dichiarava di riprendere intera libertà di azione, e denunciava il trattato della Triplice alleanza.

Nei cinque mesi durante i quali erano in corso quelle trattative fra il governo italiano e il governo austriaco, due correnti si determinarono fra i nostri uomini politici: l’una che spingeva alla immediata dichiarazione di guerra all’Austria; l’altra che, mirando a conservare la pace, sosteneva la convenienza di proseguire nei tentativi di accordo.

I fautori della guerra sostenevano l’urgenza di prendervi parte, perché, ritenendo che la guerra avrebbe avuto breve durata, temevano che, venendo a finire senza il nostro intervento, si perdesse una magnifica occasione per compiere l’unità nazionale. Essi affermavano che il nostro intervento avrebbe fatta finire la guerra in tre o quattro mesi. (Voci: Si è vero!).

Anche il nostro governo prevedeva una guerra brevissima, come è provato dal testo del patto di Londra, del 26 aprile 1915, col quale l’Italia si obbligava ad entrare in guerra. In quel patto, per la parte finanziaria si stipulò soltanto l’obbligo dell’Inghilterra di facilitare all’Italia un prestito di 50 milioni di sterline, equivalenti ad un miliardo e duencentocinquanta milioni di lire italiane, somma inferiore a quanto abbiamo speso poi in ogni mese di guerra; inoltre, in quel patto non si fece accordo alcuno per i noli marittimi, né per gli approvvigionamenti di carbone, di grano, di ferro, e di altre materie che a noi mancavano e che erano indispensabili per una guerra che non fosse brevissima (commenti).

Io aveva invece la convinzione che la guerra sarebbe stata lunghissima, e tale convinzione manifestai a tutti i colleghi della Camera coi quali ebbi a discorrerne, specialmente nei primi mesi del 1915 (applausi vivissimi e prolungati. Voci: È vero). A chi mi parlava di una guerra di tre mesi rispondevo che sarebbe durata almeno tre anni, perché si trattava di debellare i due imperi più militarmente organizzati del mondo; che da oltre quarant’anni si preparavano alla guerra; i quali, avendo una popolazione di oltre centoventi milioni di uomini; che l’esercito dell’Inghilterra, di nuova formazione sarebbe stato in piena efficienza, come diceva lo stesso governo inglese, solamente nel 1917; che il nostro fronte, sia verso il Trentino, sia verso il Carso, presentava difficoltà formidabili.

Osservavo, d’altra parte, che, atteso l’enorme interesse dell’Austria di evitare la guerra coll’Italia, e la piccola parte che rappresentavano gli Italiani irredenti in un impero di cinquantadue milioni di abitanti, si aveva le maggiori probabilità che trattative bene condotte finissero per portare all’accordo.

Di più consideravo che l’Impero austro-ungarico, per le rivalità fra Austria e Ungheria, e soprattutto perché minato dalla ribellione delle nazionalità oppresse, Slavi del sud e del nord, Polacchi, Czechi, Sloveni, Rumeni, Croati, Italiani, che ne formavano la maggioranza, era fatalmente destinato a dissolversi, nel quel caso la parte italiana si sarebbe pacificamente unita all’Italia.

Inoltre, ricordando le peripezie della Russia durante la guerra col Giappone, e la violenta rivoluzione scoppiata dopo quella guerra, a me pareva dubbio che ad una guerra di molti anni quell’impero potesse resistere. All’intervento degli Stati Uniti di America, che fu poi la vera determinante di una più rapida vittoria, nel 1915 nessuno pensava, né poteva pensare (approvazioni).

Ciò invece che era facile prevedere erano gli immani sacrifici di uomini che avrebbe imposta la guerra per la terribile sua violenza, dati i nuovi, potenti e micidiali mezzi di offesa e di difesa che la scienza e la tecnica moderna avevano inventati e che allora già erano messi in opera sul fronte francese e sul fronte russo; come era facile prevedere che un conflitto così tremendo avrebbe segnata la totale rovina di quei paesi ai quali non avesse arriso una completa vittoria.

Oltre a ciò una guerra lunga avrebbe richiesto colossali sacrifici finanziari, specialmente gravi e forse rovinosi, per un paese come il nostro, ancora scarso di capitali, con molti bisogni, e con imposte ad altissima pressione.

Consideravo ancora che la guerra assumeva, già allora, il carattere di lotta per la egemonia sul mondo fra le due maggiori potenze belligeranti, mentre era interesse dell’Italia l’equilibrio europeo, a mantenere il quale essa poteva concorrere solamente serbando intatte le sue forse (Bravissimo!).

I fautori della guerra facevano appello al sentimento popolare offeso dalla violazione della neutralità del Belgio; ma l’Italia, come l’America, non erano tra le potenze che avevano garantita quella neutralità, e l’America non si mosse se non quando il suo intervento era richiesto per gli interessi del suo popolo. In una lettera pubblicata dai giornali in gennaio 1915 così mi esprimeva: « Io considero la guerra non come una fortuna, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solamente quando sia necessaria per l’onore e per i grandi interessi del Paese. Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per sentimentalismo verso altri popoli; per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del proprio paese » (l’uditorio prorompe in un altissimo applauso che dura a lungo).

Queste sono le ragioni pratiche per le quali io esprimeva parere contrario all’entrata in guerra dell’Italia.

(…)

Nel mese di aprile 1915 io fui assente da Roma; vi ritornai l’8 maggio, e l’indomani vi ricevetti circa trecento lettere e biglietti di visita di deputati che approvavano il mio modo di vedere, noto a tutti (commenti).

Lo stesso giorno 9, venne da me il ministro Carcano e mi parlò della decisione del Ministero di entrare in guerra; ma né egli né altri mi parlò mai del patto di Londra del 26 aprile 1915, del quale non conobbi l’esistenza finché non fu pubblicato dal governo rivoluzionario russo (impressione, commenti animati).

Quel patto doveva per l’articolo 16 rimanere segreto. Il governo italiano aveva inoltre una ragione specialissima per mantenere il segreto più assoluto. L’articolo 2 di quel patto disponeva così: « L’Italia da parte sua s’impegna a condurre la guerra con tutti i mezzi a sua disposizione, d’accordo con la Francia, la Gran Bretagna e la Russia, e contro gli Stati che sono in guerra con esse ».

La guerra, per l’articolo ultimo, doveva iniziarsi il 26 maggio.

Per effetto di questi patti l’Italia avrebbe dovuto entrare in guerra contemporaneamente contro l’Austria e contro la Germania; invece il Ministero di quel tempo parlò sempre esclusivamente di guerra all’Austria, per la liberazione delle terre italiane irredente; Parlamento e Paese non seppero, come non seppi io, che si entrava in guerra con la Germania, alla quale la guerra in fatto non fu dichiarata finché rimase al potere quel Ministero, il quale mancava così al patto, destando nei paesi alleati diffidenze che cessarono solamente quando, oltre un anno dopo, il Ministero Boselli dichiarò la guerra alla Germania.

Tutto ciò spiega il perché a me non si parlò nel 1915 del patto di Londra (commenti).

Il giorno 10 maggio 1915, invitato con lettera del ministro della Real Casa, ebbi udienza da S. M. il Re. L’uomo politico che ha l’onore di essere interrogato dal Sovrano ha due doveri: esporre apertamente il suo pensiero; e conservare la massima riservatezza sulla intervista.

A questi doveri non ho mancato (applausi).

Tutti ricordano quanto avvenne nelle giornate dall’11 al 16 maggio 1915. Il Ministero Salandra si dimise; tali dimissioni non furono accettate, e la guerra, virtualmente dichiarata col Ministero che la voleva, divenne, anche agli occhi di chi ignorava il patto di Londra, inevitabile.

Io partii da Roma il 17 maggio; e poiché, dopo dichiarata la guerra, ogni cittadino qualunque siano le sue opinioni, ha il dovere di fare quanto può per assicurare la vittoria, da quel giorno non una parola uscì dal mio labbro che potesse generare sconforto o turbare la concordia cittadina, prima necessità per un paese in guerra (applausi prolungati e grida di « bravo! »).

(…)

Dopo l’infausta giornata di Caporetto, invitato dal presidente della Camera, anche a nome del presidente del Consiglio, intervenni alla solenne seduta dell’11 novembre 1917, e parlai, raccomandando di agire con estrema energia e prontezza e di essere pronti a qualsiasi sacrificio; e affermai che sul valore dei nostri soldati si poteva fare sicuro assegnamento, poiché ho sempre creduto, fin dal primo momento, che l’accusa di viltà, lanciata dal Comando supremo contro i nostri soldati fosse un’infame calunnia (vivissimi e ripetuti applausi).

Dopo il disastro di Caporetto fu merito del ministro Orlando di avere allontanato dal comando dell’esercito il generale Cadorna, e di avergli sostituito un comandante veramente degno, il generale Diaz (approvazioni, « giustissimo! »).

Gli effetti del mutato indirizzo si videro nella gloriosa battaglia del Piave, preludio della grande vittoria di Vittorio Veneto, che segnò la definitiva sconfitta dell’esercito austriaco e la distruzione dell’Impero degli Asburgo.

Nessuno poté sentire per la definitiva vittoria una gioia più viva di me, che avevo chiara la visione delle spaventevoli conseguenze che per l’Italia avrebbe avuto la guerra, se non fosse terminata con una vittoria completa e definitiva (ovazione calorosissima).

(…)

Alla grandezza della vittoria non corrisposero certamente le condizioni fatte all’Italia nelle trattative diplomatiche, ed è soprattutto doloso al cuore di ogni Italiano il rifiuto di riconoscere all’italiana città di Fiume il diritto di congiungersi alla madrepatria. Io però ho ancora la speranza che di fronte al voto unanime di tutti gli Italiani si trovi una soluzione conforme ai desiderî dei nostri fratelli di Fiume (Bravo!).

Ma in così dolorosa questione è dovere di giustizia stabilire la vera responsabilità. Questa risale senza dubbio a quel Ministero che nel Patto di Londra del 26 aprile 1915 scrisse la triste clausola nella quale è detto espressamene che Fiume deve essere data ai Croati. Questa rinuncia, ingiustificabile perché fatta in un momento nel quale i futuri alleati nulla avrebbero negato all’Italia (approvazioni vivissime e grida di: « È esatto! »), è la fonte prima delle attuali dolorose difficoltà. Nessun argomento per negare Fiume all’Italia avrebbe potuto trovare il presidente Wilson che fosse così forte come la esplicita adesione del governo italiano a consegnarla ai Croati (mormorii e commenti).

La vittoria ad ogni modo ci ha data una sicura frontiera ed ha uniti alla madre patria gli Italiani di Trento e di Trieste, e l’Italia li accoglie con l’Intenso affetto col quale una madre accoglie i figli prediletti lungamente separati da lei (Benissimo!).

Necessità geografiche fecero comprendere nel nostro Stato alcune popolazioni che non parlavano la nostra lingua. Sarà nostro dovere di trattarle con tale cordialità che non abbiano mai a rimpiangere di essere divenuti Italiani.

Ora l’Italia è compiuta e dovrà dedicarsi a sole opere di pace; ma, prima che si possa ripigliare il cammino verso una più elevata civiltà, un formidabile compito si impone, quello di sanare le terribili conseguenze della guerra fin dove è possibile.

Per giudicare della via da seguire in questa opera di ricostruzione, occorre mettere in piena luce i danni che la guerra ha cagionati.

Un popolo forte non si nasconde le difficoltà; ma le vuole conoscere per affrontarle e superarle.

 

Ecco quali sono, secondo i dati sinora accertati, i sacrifizi di sangue e di ricchezze imposti dalla guerra.

Oltre a cinquecentomila uomini morirono nei campi di battaglia o negli ospedali militari.

Molte centinaia di migliaia tornarono a casa ciechi o mutilati o altrimenti invalidi.

Milioni di uomini sopportarono per anni la atroce vita della trincea, che a molti rovinò la salute.

Nessuno può calcolare la somma di dolori e di danni delle famiglie dei combattenti.

Nel campo economico le perdite da ricordare sono: in primo luogo, il valore economico delle vittime della guerra; valutando anche a solo lire mille il prodotto annuo del lavoro di un uomo nel piano suo vigore, un milione di morti o inabilitati rappresenta per la nazione la perdita di un miliardo all’anno. Vengono in séguito i debiti verso l’estero, che ammontano a più di venti miliardi e che rappresentano un corrispondente impoverimento del Paese; il valore del materiale bellico consumato, armi, munizioni, vestiari, approvvigionamenti, automobili, cavalli, materiale sanitario ecc.; il valore degli impianti per industrie di guerra non utilizzabili per industrie di pace; le distruzioni nelle province invase dal nemico e nei paesi vicini al fronte di guerra; la distruzione di oltre la metà della marina mercantile; la rovina del materiale ferroviario; l’abbandono e la cattiva coltivazione di terre per mancanza di braccia: le perdite derivanti dal mancato lavoro di cinque milioni di uomini per quattro anni; la riduzione del patrimonio zootecnico a circa la metà; la grande diminuzione del patrimonio forestale; la scomparsa quasi totale di importazione d’oro da parte dei forestieri ed emigranti; il disastroso rialzo del costo della vita in conseguenza della mancata produzione e della svalutazione della moneta (commenti).

Non è possibile valutare neanche approssimativamente la somma che tali danni rappresentano.

Un danno invece che si può con esattezza calcolare è quello della finanza dello Stato.

Secondo l’esposizione fatta alla Camera dei deputati il 10 luglio del corrente anno dal ministro del Tesoro, i debiti contratti per la guerra, a tutto il 31 maggio 1919, ammontano a 64.166 milioni; a questi saranno da aggiungere 8378 milioni per le spese di guerra del corrente esercizio 1919-20, alle quali il ministro del Tesoro prevede doversi far fronte con debiti; e saranno da aggiungere ancora sei miliardi di debiti che il Governo prevede di dover contrarre all’estero per gli approvvigionamenti nel corrente esercizio, come dirò più innanzi. Così nei 12 mesi dal Iº luglio 1919 al 30 giugno 1920, cioè in un esercizio finanziario cominciato 7 mesi dopo la firma dell’armistizio, noi dobbiamo ancora fare 17.000 milioni di debiti (impressione).

Il debito contratto per la guerra salirà quindi alla fine dell’esercizio corrente a circa 81 miliardi, ai quali si aggiungeranno poi, negli esercizi seguenti, i debiti che si dovessero contrarre per coprire i disavanzi finché si sia raggiunto il pareggio del bilancio.

Calcoliamo tuttavia come se quella cifra fosse definitiva.

Prima della guerra il nostro debito pubblico era di circa 13 miliardi: dunque, l’Italia alla fine del corrente esercizio dovrà contare sopra 94 miliardi di debito.

Una semplice considerazione basta a far comprendere l’enormità di tale onere. Il debito di 13 miliardi anteriore alla guerra comprendeva i debiti lasciati dai governi che esistevano in Italia prima del 1860, e tutti i debiti contratti dal Regno d’Italia dal 1860 al 1914: per l’impianto del nuovo Stato italiano, per le guerre del 1866, dell’Eritrea, della Libia, per costruire ferrovie e altre opere pubbliche, e per coprire i disavanzi di quei cinquantaquattro anni. Quest’ultima guerra da sola lascia un debito oltre sei volte superiore alla somma dei debiti accumulati in un secolo da tutti i governi d’Italia.

Alla cifra del debito è da aggiungere, come spesa di guerra, l’onere delle pensioni alle famiglie dei morti in guerra, ai mutilati e altri invalidi, delle quali non conosciamo ancora l’ammontare, ma che sarà certamente di molte centinai di milioni.

E la guerra che accrebbe enormemente il costo della vita, fu pure la causa principale degli aumenti di stipendio, assegni e indennità che si dovettero accordare agli impiegati e a tutto il personale di Stato. Secondo l’esposizione del ministro del Tesoro, la spesa annua per il personale, che prima della guerra era di 960 milioni, ora è salita a 3300 milioni, con un aumento quindi di 2340 milioni. Prima della guerra il totale del bilancio passivo dello Stato era di 2500 milioni, ora i soli impiegati costano 800 milioni di più.

Di fronte a tanti oneri è facile comprendere a quali condizioni è ridotto il bilancio dello Stato.

Il ministro del Tesoro, nella sua esposizione, calcola che, escluse tutte le passività di guerra o dipendenti dalla guerra, alle quali si provvede con debiti, le spese effettive, di carattere stabile, del bilancio corrente 1919-20 si aggireranno intorno agli 8 miliardi e 750 milioni. Le entrate che erano segnate in 4 miliardi e 855 milioni, si spera che crescano in un miliardo e 45 milioni per maggiore gettito di imposte e specialmente per 400 milioni di aumento dai tabacchi, e per 412 milioni dal caffé. Verificandosi queste previsioni, il disavanzo annuale stabile dell’esercizio 1919-20 sarebbe di 2750 milioni.

A questa cifra però, per gli esercizi seguenti, sono da aggiungere: 680 milioni annui, cifra alla quale il ministro del Tesoro calcola i tributi di guerra che cessano con la guerra; gli interessi dei 17 miliardi di debiti che si debbono contrarre per salvare l’esercizio corrente; le maggiori pensioni militari; gli aumenti di assegni che il ministro riconosce doversi ancora concedere a funzionari di Stato; e altre minori partite.

Il disavanzo annuo al quale si dovrà provvedere nei bilanci posteriori al corrente esercizio, sarà quindi in cifra tonda, non inferiore ai 4000 milioni.

Nei tempi più tristi della finanza italiana, dopo la guerra del 1866, il disavanzo fu di circa 400 milioni, e ci vollero decenni a pareggiarlo; ora dovremmo provvedere ad un disavanzo dieci volte maggiore.

A ciò si aggiunga il disordine della circolazione monetaria e la conseguente svalutazione della nostra moneta di fronte a quella di tutti gli Stati alleati e neutrali.

Quando si confrontano così enormi sacrifici di sangue e di ricchezza con le condizioni a noi fatte nel trattato di pace, e si confrontano poi queste condizioni con gli splendidi vantaggi ottenuti dai nostri alleati, si ha la misura della terribile responsabilità che pesa sopra coloro che gettarono l’Italia in guerra senza prevedere nulla, senza accordi precisi sulle quistioni politiche e coloniali, e senza neanche ricordare l’esistenza di necessità economiche, finanziarie, commerciali, industriali (applausi calorosissimi e prolungati).

La terribile guerra, oltre alle gravi condizioni create anche ai vincitori, ha trasformato l’Europa sia dal punto di vista geografico, creando, sulle rovine di grandi imperi, molti piccoli Stati in conflitto fra di loro; sia da quello degli ordinamenti politici, riducendo a minoranza i popoli retti a monarchia; ha alterati tutti i valori politici, sociali, economici e finanziari; ha quindi segnato l’inizio di un periodo storico assolutamente nuovo. Guai se non ci rendessimo conto di quante trasformazioni; se volessimo ripigliare il camino sul solco del passato.

(…)

La guerra alterò pure profondamente i partiti politici per modo che molte delle antiche denominazioni non hanno più alcun significato reale; basti ricordare che i rappresentanti della politica più reazionaria hanno inalberato per anni la bandiera democratica. Non quindi con nomi di partiti posso ora indicare la via che credo doversi seguire; ma esaminando le quistioni che il Parlamento dovrà risolvere. I partiti disfatti dalla guerra dovranno rifarsi non con parole, ma con opere (Bene!).

Le conseguenze della guerra imporranno trasformazioni politiche sociali, ed economiche tali da occupare l’attività del Parlamento e del governo per una lunga serie di anni; ma alcuni provvedimenti sono di così assoluta urgenza, e così essenziali per la vita del Paese, che devono essere posti in prima linea come programma immediato della nuova legislatura.

(…)

La eccezionale gravità di questa guerra, non paragonabile ad alcuna delle precedenti perché non fu più guerra di eserciti ma di popoli, dipese dall’enorme numero di uomini che ogni popolo gettò contro il nemico, e dai nuovi mezzi di distruzione inventati e preparati negli ultimi quarant’anni; per la prima volta furono messi in opera i sottomarini, gli aeroplani, i dirigibili, i gas asfissianti, i carri di assalto, le artiglierie di portata oltre a 100 chilometri, e grandi perfezionamenti in tutte le armi.

(…)

Seguire una politica che possa condurre ad altre guerre significherebbe condannare sin d’ora a morte due milioni di nostri figli o dei nostri nipoti, e condannare l’Italia ad un altro mezzo secolo di esaurimento economico per arricchire un’altra generazione di speculatori (queste parole suscitano un applauso interminabile); e ciò nell’ipotesi che in una nuova guerra si abbia di nuovo una completa vittoria, poiché in caso di sconfitta le condizioni dell’Italia diverrebbero molto peggiori di quelle dei popoli che in questa guerra furono vinti.

Inoltre, la mancanza di una pace sicura non costituirebbe soltanto l’incubo di una permanente minaccia di guerra, ma sarebbe l’immediata rovina, per la necessità di ricominciare gli armamenti ad oltranza, di dedicare alle spese militari le principali risorse della nazione, e quindi di dichiarare senz’altro il fallimento della finanza e dello Stato, delle Province e dei Comuni, di rinunciare a qualsiasi politica di lavoro, di riforme sociali e ad ogni civile progresso, iniziando un periodo di decadenza esiziale alle classi lavoratrici, all’ordine pubblico e alla compagine dello Stato (Bene!).

Di fronte a così tremendi pericoli qualunque mezzo, anche il più rivoluzionario, per evitare una nuova guerra sarebbe giustificato; ma una savia politica deve proporsi di raggiungere lo stesso fine per le vie legali, con provvedimenti e con riforme che costituiscono una seria difesa contro lo spirito imperialista e contro le malsane ambizioni e i loschi interessi che spinsero alla guerra europea e che tenderebbero a prepararne un’altra.

 

Questi provvedimenti, queste riforme devono essere di due ordini: relativi gli uni ai rapporti internazionali e gli altri agli ordinamenti politici interni.

Nei rapporti internazionali dovrebbe stare in prima linea, come garanzia di pace, la Società delle Nazioni. Purtroppo lo spirito imperialista che prevalse nella conferenza per la pace impedì che a questa Società fossero dati un ordinamento e una base tali da costituire una sufficiente garanzia di pace definitiva, come era nei primi propositi del presidente Wilson. Però il principio è posto, e i popoli che per molti decenni dovranno subire le terribili conseguenze della guerra sentiranno la necessità di fare essi ciò che la diplomazia non seppe o non volle fare, costringendo i governi ad applicare quel principio in modo completo, chiamando a far parte della Società tutte le nazioni. L’Italia, per la quale una pace definitiva è indispensabile per le condizioni di vita, sarà certamente l’apostolo più fervente di quella fede; e dovrà dimostrarlo non solo conservando inalterati i rapporti di solidarietà e di leale amicizia con gli attuali alleati ed associati, ma anche iniziando subito rapporti di cordiale amicizia con tutti i popoli, e specialmente coi vicini, cancellando così ogni ricordo di passati dissensi (approvazioni).

Nel campo internazionale vi è pure una grande forza, sempre crescente, sul concorso della quale si può fare assegnamento per mantenere la pace, ed è l’accordo internazionale delle classi lavoratrici. A molti conservatori, di corta vista, questi accordi sembrano pericolose organizzazioni, mentre invece questi rapporti internazionali fra le classi sociali che dalla guerra risentirebbe i maggiori danni, sono anzitutto mezzo efficacissimo per neutralizzare ogni fermento di odio fra i popoli; sono forze che possono controbilanciare le tendenze imperialiste; e organizzando internazionalmente le condizioni di lavoro, tenendo a sopprimere nel campo economico molte cause di ostilità tra i popoli (vivissimi applausi).

Ma le garanzie di ordine internazionale non avrebbero sufficiente efficacia se non fossero integrate da riforme negli ordinamenti politici interni, tali da assicurare la diretta influenza del Paese sulla politica estera.

 

Nei nostri ordinamenti politici interni esiste la più strana delle contraddizioni. Mentre il potere esecutivo non può spendere una lira, non può modificare in alcun modo gli ordinamenti amministrativi, non può né creare né abolire una pretura, un impiego d’ordine, senza la preventiva approvazione del Parlamento, può invece per mezzo di trattati internazionali assumere, a nome del Paese, i più terribili impegni che portino inevitabilmente alla guerra; e che non solo senza le approvazioni del Parlamento, ma senza che né Parlamento né Paese ne siano, o ne possano essere in alcun modo informati (approvazioni).

Questo stato di cose va radicalmente mutato, dando al Parlamento, riguardo alla politica estera, gli stessi poteri che esso ha riguardo alla politica finanziaria e alla politica interna, prescrivendo cioè che nessuna convenzione internazionale possa stipularsi, nessun impegno si possa assumere senza l’approvazione del Parlamento.

Così esclusa la possibilità di trattati segreti, il Paese sarà tenuto al corrente della politica estera, e potrà in tempo far sentire la sua voce e far prevalere la sua volontà; e i trattati approvati dalla rappresentanza nazionale presenteranno maggiore sicurezza di essere osservati, poiché alla loro violazione si ribellerebbe la coscienza del Paese.

Nel 1848, quando fu sancito l’articolo 5 dello Statuto, il segreto diplomatico era la norma di tutti gli Stati d’Europa, e le guerre erano fatte da eserciti professionali; ora invece gli ordinamenti politici degli Stati civili sono profondamente mutati, e le guerre sono diventate conflitti di popoli, che si gettano uno sull’altro con tutta la massa della popolazione atta alle armi, con tutti i mezzi di distruzione dei quali possono disporre, e il conflitto cessa soltanto quando una delle parti è in completa rovina. È quindi vera necessità storica che i rapporti internazionali siano ora regolati dai rappresentanti dei popoli, sui quali è giusto che cadano queste terribili responsabilità (applausi).

 

In Italia, prima di quest’ultima guerra, le classi popolari si interessavano quasi esclusivamente della politica interna. Ora, invece, che quattro milioni di combattenti hanno veduto, durante tre anni e mezzo, nelle trincee e sui campi di battaglia coperti di cadaveri, quali terribili conseguenze possa avere la politica estera, non tollererebbero più che questa si svolga nel mistero e che sulla medesima esse continuino a non avere alcuna influenza mentre più di tutti ne subiscono le conseguenze (vivissimi e generali applausi).

Inoltre, la discussione dei trattati internazionali è necessaria al fine di un più diligente studio di atti tanto importanti; così, per citare l’esempio più recente, si può essere certi che, se il patto di Londra del 26 aprile 1915 fosse stato portato all’esame del Parlamento, o anche solamente di una Commissione parlamentare, ne sarebbero state rilevate le deficienze che ebbero poi conseguenze così disastrose (Benissimo!).

Questa riforma statuaria è urgente, affinché non sfuggano al controllo parlamentare gli atti che occorressero per regolare i rapporti internazionali nelle nuove condizioni create in Europa dalla guerra.

Con corollario necessario dell’autorità data sulla politica estera al Parlamento, la dichiarazione di guerra dovrà sempre essere sottoposta in precedenza alla sua approvazione.

Sarebbe una grande garanzia di pace se in tutti i paesi fossero le rappresentanze popolari a dirigere la politica estera; poiché così sarebbe esclusa la possibilità che minoranze audaci, o governi senza intelligenza e senza coscienza riescano a portare in guerra un popolo contro la sua volontà (queste parole provocano una ovazione fragorosa che dura lungamente. L’auditorio, in piedi, grida più volte : « Viva Giolitti!»).

Oltre ad accrescere i poteri del Parlamento, è necessario renderlo più indipendente dal potere esecutivo. Questo ora ha diritto di sciogliere la Camera dei deputati e di prorogarne le sessioni. Il diritto di sciogliere la Camera dei deputati deve essere mantenuto integro, perché significa chiamare il Paese a manifestare la sua volontà: ma che il governo, quando ha, o teme di avere, contro di sé la maggioranza della Camera, abbia la facoltà di sospendere le sedute del Parlamento e continuare a governare, è cosa lesiva della indipendenza e della dignità della rappresentanza nazionale. Quando il governo incontra opposizione che credo ingiusta, si appelli al Paese; ma, se non ne invoca il giudizio del Paese, deve accettare quello del Parlamento (applausi prolungati).

In questi ultimi tempi i partiti reazionari proseguirono una campagna di diffamazione contro il Parlamento, ben comprendendo che essi, avendo contro di sé la maggioranza del popolo, non potranno mai avere la maggioranza del Parlamento, che è l’espressione del suffragio universale; ma sono ciechi, perché non vedono che oramai un governo il quale rappresenti principalmente le classi privilegiate è impossibile, e che esautorare il Parlamento, cioè la rappresentanza di tutte le classi sociali, significa favorire l’avvento del Soviet, che è la rappresentanza e la dittatura del solo proletariato (approvazioni).

Ad accrescere autorità al Parlamento non basta però aumentarne per legge i poteri, ma occorre che il Parlamento stesso dimostri coi fatti di volerli e saperli efficacemente esercitare.

Quattro anni di pieni poteri governativi soppressero di fatto l’azione del nostro Parlamento in modo che non ha riscontro negli Stati alleati. Da noi ogni discussione di bilancio, ogni controllo sulle spese dello Stato e sulle operazioni finanziarie, fu soppresso; il Parlamento fu tenuto all’oscuro circa gl’impegni finanziari che si assumevano, come di ogni provvedimento militare e di ogni atto diplomatico; l’azione legislativa fu assolutamente nulla, sostituita anche in materie estranee alla guerra da innumerevoli decreti luogotenenziali preparati senza discussione, nel chiuso degli uffici, spesso da persone incompetenti, ignare delle vere condizioni del paese; decreti che venivano poi con strana frequenza modificati; ispirati talora a concetti contraddicentisi; che spesso aggravarono i mali a cui volevano portare rimedio; che produssero lo spreco di miliardi e che ora costituiscono la più evidente prova della necessità che le leggi siano seriamente e pubblicamente discusse (Bene!).

Alla soppressione di ogni azione del Parlamento corrispose la soppressione, mediante la censura, di ogni pubblica discussione circa i più vitali interessi del Paese; così per quattro anni il Paese fu tenuto all’oscuro dei fatti e delle questioni dalle quali dipendeva il suo avvenire, e ciò con una rigidezza che non ebbe riscontro in alcuno degli altri popoli belligeranti.

 

La pace deve chiudere questo periodo così deleterio per il prestigio del Parlamento e così dannoso al Paese, e ne deve aprire un altro di eccezionale attività. La rappresentanza nazionale, dopo così terribile esperimento di governi senza controlli, dovrà sentire fortemente l’autorità sovrana che le è delegata dal paese e troncare fin dai suoi primi atti ogni traccia della passata acquiescenza passiva. Essa dovrà, come suo primo atto, deliberare inchieste solenni per accertare le responsabilità politiche relative all’origine e alla condotta diplomatica della guerra (approvazioni, applausi; grida di «benissimo!»); esaminare il modo come furono esercitati i pieni poteri; come furono stipulati ed eseguiti i grandi contratti di forniture tanto all’interno quanto all’estero, e far conoscere chiaramente al Paese come furono spese le inumane somme di diecine di miliardi delle quali finora nessun conto è stato dato.

E un altro còmpito di giustizia avrà la nuova Camera. Il fenomeno forse più ripugnante al quale abbiamo assistito durante la guerra fu il contrasto che presentavano, da un lato, il valore, la serenità, il nobilissimo spirito di sacrificio dei combattenti, e la mirabile resistenza del Paese a tutte le sofferenze materiali e morali; e, dall’altro, la crudele, delittuosa avidità di denaro che spinse uomini già ricchi a frodare lo Stato imponendo prezzi iniqui per ciò che era indispensabile alla difesa del paese; a ingannare sulla qualità e quantità delle forniture con danno dei combattenti; e a giunger fino all’infamia di fornire al nemico le materie che gli occorrevano per abbattere il nostro esercito (scoppia un formidabile applauso. Una voce grida: «I cascami!»). La Camera nuova sentirà certamente la voce del Paese, che reclama giustizia.

 

Ho già indicate le gravissime condizioni a cui la guerra ha ridotte le finanze dello Stato; il debito pubblico salito da 13 a 94 miliardi; un disavanzo annuo di almeno quattromila milioni; una circolazione di carta sei volte superiore alla normale. Terribili condizioni aggravate ancora dal dissesto finanziario delle Province e dei Comuni. E forse il male non è ancora conosciuto in tutta la sua gravità, cosicché primo atto della Camera nuova dovrà essere un rapido, chiaro e completo accertamento delle vere condizioni della finanza.

Fin d’ora però si può avere la certezza di una condizione di cose che, se non si prendono immediati provvedimenti di estrema energia, condurrebbero il Paese alla rovina (impressione).

Se non si provvede rapidamente alla sistemazione del bilancio dello Stato, si dovrà provvedere ogni anno al disavanzo con nuovi debiti, contratti con gravi difficoltà ed a condizioni sempre più rovinose, esaurendo il credito dello Stato e rendendo inevitabile il completo fallimento, che travolgerebbe insieme l’onere nazionale e tutta l’economia del Paese.

Da questa stasi mortale bisogna uscire a qualunque costo.

Per ristabilire l’equilibrio in un bilancio dissestato senza fare nuovi debiti non vi sono due mezzi: restringere le spese, aumentare le entrate. Ad amendue questi mezzi dovremo ricorrere con la massima energia.

Economie se ne possono fare in tutti i bilanci, come si possono introdurre semplificazioni in quasi tutti i pubblici servizi, e certamente nessuna riduzione di spesa dovrà essere trascurata; ma economie di grande portata finanziaria possono farsi soltanto nelle spese militari e a queste economie potremo ora ricorrere in larga misura, poiché l’immane disastro che fu la guerra per tutti i popoli è potente garanzia di pace; raggiunti i confini naturali l’Italia non può avere altri obiettivi militari che la sua difesa, e nessuno ha interesse ad aggredirla; e poiché, d’altra parte, l’esperienza ha dimostrato l’inutilità delle lunghe ferme e i danni del vecchio spirito militarista.

Invece, non ammetterei nessuna economia negli assegni ai mutilati, agli invalidi di guerra, alle famiglie di coloro che morirono per la patria; il debito verso di loro è sacro, e dovremo anzi fare ogni sforzo per migliorarne le condizioni, e manifestare loro in ogni forma la riconoscenza del paese (vivissimi applausi).

Eseguite rigidamente tutte le possibili riduzioni di spese, si dovrà provvedere ad accrescere le entrate; e qui si trovano nettamente di fronte due tendenze politiche: l’una delle quali preferisce portare il peso delle imposte sui consumi, l’altra che ha per programma di imporre i maggiori oneri sulla ricchezza accumulata.

La mia tendenza non può essere dubbia, perché, quando fui al governo, proposi tre volte l’imposta progressiva sotto la doppia forma di imposta sul complesso del reddito e di tassa sulle successioni, ma per tre volte l’opposizione dei partiti conservatori impedì che prevalesse il principio di far pagare in più larga proporzione coloro ai quali l’imposta non toglie il necessario, ma solamente diminuisce il superfluo. Questo principio però, di vera giustizia sociale, ha fatto ora molta strada nella pubblica opinione, e due circostanze ne imporranno l’applicazione in modo veramente efficace; le necessità indeclinabili della finanza, e la formazione di nuove grandi fortune di fornitori e di speculatori, le quali fortune, anche se onestamente fatte, avendo origine dalla guerra, è giusto che concorrano in più larga misura a portarne i pesi (Benissimo!).

Sopra un altro punto in materia d’imposte parmi non vi possa essere dissenso, ed è sulla necessità di provvedimenti severi per evitare le frodi che si commettono su larghissima scala, specialmente nell’applicazione dell’imposta sulla ricchezza mobile e delle tasse sulle successioni. Queste frodi sono veri furti a danno dello Stato, e perciò a danno della universalità dei cittadini, e come tali la legge le deve considerare e reprimere.

Alla imposta globale progressiva sul reddito e alla tassa sulle successioni sfuggono quasi per intero i titoli al portatore, che rappresentano una grande parte della ricchezza mobiliare; epperò, per ragioni di giustizia e per un grande interesse finanziario, si dovrà disporre che tutti i titoli di azioni e di obbligazioni di qualsiasi specie debbano essere nominativi.

Così si renderanno anche più regolari le amministrazioni delle società anonime, facendo intervenire alle assemblee degli azionisti veri e non gli accaparratori di azioni. E quel provvedimento non intralcerà la negoziazione dei titoli, come lo provano la perfetta negoziabilità delle azioni della Banca d’Italia, che sono tutte nominative per espressa disposizione della legge del 1893 da me presentata al Parlamento.

La resistenza al principio che tutti i titoli debbano essere nominativi più avere una sola spiegazione seria: l’interesse dei grandi capitalisti a nascondere le loro ricchezze (approvazioni).

Molte altre parti della nostra legislazione, aventi attinenza colla finanza, occorrerà pure modificare per informarle al principio della giustizia sociale; ne cito un esempio: le pene pecuniarie in somma fissa sono una vera ingiustizia; una multa di duemila lire per un piccolo possidente può essere la rovina, per un nullatenente si converte in duecento giorni di carcere, per un milionario è cosa insignificante.

Perché sia giusta, la pena pecuniaria deve essere commisurata alla ricchezza del colpevole, essere cioè una percentuale del patrimonio.

Sempre nel concetto di colpire la vera ricchezza, si dovranno tassare molti generi di lusso col doppio vantaggio della finanza e della economia del paese.

Alle gravi condizioni della finanza non bastano però le imposte sui redditi, ma è necessario un immediato aiuto che può aversi solamente con un prelevamento una volta tanto sui patrimoni maggiori in forma progressiva e con aliquote molto più alte sulle fortune fatte per causa della guerra.

Ciò che soprattutto si deve volere è che, tranne per la liquidazione delle spese di guerra, alle quali si provvederà col prestito forzato a tenue interesse, si cessi dall’accrescere ancora il debito pubblico; ed io non esito ad affermare che, nell’interesse stesso dei creditori dello Stato, sarà meno grave chiedere loro qualche sacrificio, che continuare a fare nuovi debiti e giungere così inevitabilmente al completo fallimento (approvazioni).

Altra gravissima deficienza della nostra economia pubblica, forse la più pericolosa, è quella che riguarda le condizioni del commercio internazionale e dei pagamenti che dobbiamo fare all’estero, in relazione alle condizioni della nostra circolazione monetaria.

La guerra ha avuto in questo campo conseguenze gravi, che hanno la loro manifestazione nella eccezionale altezza dei cambi e nella corrispondente svalutazione della moneta italiana di fronte a quella di tutte le potenze alleate e neutrali.

Prima della guerra il valore delle merci che noi importavamo dall’estero superava in media di circa un miliardo il valore delle merci che esportavamo; questo miliardo era quasi compensato dalle somme che gli emigranti mandavano o portavano in patria, e dalle somme che i forestieri spendevano in Italia. Così la bilancia commerciale era quasi in equilibrio.

Dopo la guerra, il disquilibrio fra importazione ed esportazione è cresciuto in modo gravissimo; nello scorso anno, invece di un miliardo, fu di oltre dieci miliardi e nell’anno corrente supererà tale cifra. E certamente, finché non sia attuato un nuovo ordinamento economico, il disquilibrio continuerà più grave che nel periodo precedente alla guerra; perché noi importiamo principalmente generi di prima necessità (grano, carbone, petrolio, cotone, lana, caffè, ecc.), che dovremo pagare a prezzi molto più alti, mentre esportiamo in molta parte generi di lusso (seta, agrumi, vini, frutta, primizie, fiori, ecc.) che i popoli impoveriti dalla guerra compreranno meno. E purtroppo, quanto a forestieri, per molti anni mancherà il concorso di quei popoli per i quali la guerra fu un disastro.

 

Per quanto riguarda i pagamenti all’estero da parte dello Stato, negli ultimi anni prima della guerra l’Italia aveva ricomprato quasi per intero i titoli di debito pubblico che aveva prima collocati all’estero, cosicché le somme che lo Stato doveva pagare all’estero per interessi erano quasi insignificanti; ora invece lo Stato dovrà pagare in oro o in valuta equivalente gli interessi e gli ammortamenti dei debiti contratti all’estero, per la guerra, che salgono a circa 20 miliardi. Non abbiamo ancora dati sufficienti per conoscere se, e quanta parte di questi debiti all’estero potrà essere fronteggiata dalle indennità di guerra che dovrebbero pagare i popoli vinti.

Quanto alla circolazione monetaria, prima della guerra i biglietti degli istituti di emissione erano in media per 2200 milioni garantiti dalla riserva metallica nella misura stabilita dalla legge, e i biglietti di Stato non giungevano a mezzo miliardo; dopo la guerra la circolazione degli istituti di emissione salì a 13 miliardi, e quella dei biglietti di Stato crebbe di oltre un miliardo e mezzo, e ciò senza che sia cresciuta la riserva metallica (commenti).

La svalutazione della nostra moneta prodotta da queste cause reca danni gravissimi specialmente alle classi meno agiate. Non vi è forse imposta che le colpisca più duramente. I prezzi di tutti i generi crescono automaticamente nella stessa proporzione in cui la moneta è svalutata; cosicché tale svalutazione equivale ad una corrispondente riduzione dei salari, degli stipendi e di tutti i redditi fissi; i provvedimenti che il governo prende a favore dei suoi dipendenti sono resi inutili per il continuo aumento del costo della vita. Il commercio è profondamente turbato per la invariabilità e la incertezza del valore della moneta. Ne è pure grandemente danneggiato il bilancio dello Stato, poiché le imposte si riscuotono in moneta svalutata, mentre gli acquisti che lo Stato fa all’interno deve pagarli a valore reale, cioè aumentando i prezzi di una somma corrispondente alla svalutazione della moneta; e i pagamenti che deve fare all’estero deve farli in oro o in valuta corrispondente.

Quali sono i rimedi a così grave condizione di cose?

Negli ultimi mesi della guerra essendo i cambi saliti a grande altezza, il Governo riuscì ad abbassarli contraendo all’estero dei prestiti per pagare le somme che lo Stato doveva all’estero, e vietando ai privati di acquistare cambi senza l’autorizzazione del Governo, da concedersi solamente in casi eccezionali. Così, non comprando più cambi né lo Stato né i privati, si ebbe un grande ribasso.

Tali metodi però non possono costituire un rimedio permanente, perché se lo Stato continuasse a far debiti all’estero peggiorerebbe sempre più le condizioni della circolazione, aumentando la massa degli interessi da pagare in oro, e condurrebbe l’Italia alla servitù finanziaria verso l’estero; e, se mantenesse permanentemente il divieto ai privati di comprare cambi, ne sarebbe soppresso il commercio.

I metodi artificiali furono una necessità e un opportuno espediente in tempo di guerra, ma non rimediamo, anzi aggravano, il disordine della circolazione (approvazioni).

I rimedi effettivi non sono che due: ridurre la eccessiva circolazione cartacea; volgere a nostro favore la bilancia commerciale, aumentando l’esportazione e diminuendo l’importazione. La riduzione della circolazione potrà e dovrà farsi appena il Tesoro abbia i mezzi occorrenti; la bilancia commerciale si svolgerà a nostro favore se riusciremo ad accrescere di molto la produzione del paese.

 

Qui entriamo nell’esame delle riforme e dei provvedimenti che occorrono nel campo della pubblica economia.

L’Italia per il suo risorgimento economico deve fare assegnamento soprattutto sull’agricoltura, la quale solamente ci può mettere in grado di abbassare, in modo permanente il costo della vita, e ci può dare il maggiore concorso per diminuire le importazioni e accrescere le esportazioni.

Prima della guerra noi importavamo ogni anno in media un milione e duecentomila tonnellate di grano, con la spesa di circa 300 milioni. Ora invece, per la diminuita produzione interna, e per il grave aumento del prezzo del grano e del costo dei mezzi di trasporto, si tratta di una spesa di miliardi da pagare in oro. Questo tributo all’estero l’Italia non può e non deve pagare, poiché le terre italiane bene coltivate possono dare tutto il grano che ci occorre; il Governo non deve esitare ad adottare le più estreme misure per conseguire tale scopo. Nelle attuali condizioni del Paese, i grandi proprietari di terre che le lasciano incolte o male coltivate commettono un delitto contro la patria al quale non è certamente pena troppo grave la confisca delle terre (vive approvazioni).

L’importazione del cotone potremo ridurla molto sviluppandone su larga scala la coltivazione nelle colonie dell’Eritrea e del Benadir.

Con opere di irrigazione, grandi zone del territorio italiano raddoppierebbero la loro produzione. Le province meridionali soprattutto potrebbero dare un grande aumento alla produzione agricola, e in specie un largo contributo alla esportazione dei ricchi prodotti del loro suolo. Ma occorre intensificare dappertutto l’istruzione agraria pratica, in modo che ogni contadino, come impara a leggere, impari anche a coltivar bene la terra; è necessario inoltre perfezionare i prodotti destinati alla esportazione, ossia, in una parola, industrializzare la agricoltura.

Ma per raggiungere grandi progressi è necessario informare la legislazione al principio che la proprietà delle terre non dà solamente dei diritti, ma impone anche l’obbligo di coltivarle in modo da trarne tutto il prodotto che possono dare. I latifondi male coltivati devono scomparire.

Parallelo al progresso dell’agricoltura deve essere quello dell’industria, per dare lavoro bene retribuito alle classi operaie, per produrre in paese molti oggetti che ora acquistiamo all’esterno, e per aumentare in tutti i modi possibili la esportazione dei prodotti delle nostre industrie.

L’Italia ha grande scarsità di materie prime e grande abbondanza di mano d’opera; e quindi dovrà rivolgere la sua attività specialmente verso quelle industrie che impiegano poca materia prima e molto lavoro (Bene!).

Intanto il non avere pensato durante la guerra ad assicurare all’Italia le materie prime più necessarie, l’incertezza delle condizioni in cui si svolgerà il commercio internazionale, la mancanza di preparazione per trasformare le industrie di guerra e la mancanza d’una marina mercantile per l’importazione delle materie prime e per la esportazione dei prodotti, creano alle industrie gravi difficoltà, a superare le quali, più che sull’opera del governo, è da fare assegnamento sull’iniziativa e sull’attività degli industriali. L’opera del governo dovrà soprattutto essere volta a rimuovere gli ostacoli e specialmente quelli di carattere internazionale.

Uno dei più urgenti problemi da risolvere nel campo industriale è quello di utilizzare tutte le forze idrauliche per ridurre il consumo del carbon fossile. Il consumo annuale di questo prima della guerra saliva a più di undici milioni di tonnellate; ora, riguardo al carbone, siamo di fronte al pericolo di non poterne avere neppure la quantità strettamente necessaria, con la certezza di doverlo, in ogni caso, pagare quattro o cinque volte più caro che in passato. Onde la urgente necessità di utilizzare tutte le forze idrauliche.

La risoluzione di tale problema è così urgente che, se l’industria privata non vi provvedesse efficacemente, dovrebbe intervenire l’azione diretta dello Stato.

 

Ma per il risorgimento economico dell’Italia, per metterla in condizioni di sostenere la concorrenza dei popoli più progrediti, una riforma soprattutto si impone: la completa trasformazione dell’istruzione pubblica, che è fra tutte le nostre istituzioni quella che procede con maggior disordine e con minore efficacia, mentre non vi è pubblico servizio il cui disordine abbia effetti così deleteri dal punto di vista del valore di un popolo, poiché un popolo tanto vale quanto sa (approvazioni).

Da noi l’istruzione elementare è insufficiente; ciò che si impara in tre anni non basta alle più limitate esigenze, e, dopo abbandonata la scuola, si dimentica quasi interamente.

Molto peggio ancora procede l’istruzione media, quella forse che esercita la maggiore influenza sull’indirizzo generale del Paese. La scuola classica è ancora la parte principale dell’insegnamento medio; ma è una scuola in piena decadenza; gli allievi, ad esempio, studiano il latino per otto anni, e, dopo così lungo studio, tranne rarissime eccezioni, non sono neppure in grado di leggere e capire gli autori classici; e allo stesso livello circa è il profitto nelle altre parti dell’insegnamento. La scuola tecnica non ha di tecnico che il nome, ed è per la massima parte un duplicato della scuola classica, sostituendo al latino e al greco alcune lingue moderne, insegnate in modo così imperfetto che gli allievi, tranne rare eccezioni, non imparano né a parlarle né a scriverle (si ride).

In Italia, più che a perfezionare le scuole medie dello Stato si è pensato a sopprimere ogni concorrenza alle medesime, e questa fu causa non ultima della loro decadenza. Questo modo scolastico, vecchio, chiuso, arretrato, va aperto largamente al sole della libertà, la più efficace delle spinte al progresso (applausi).

Il fatto stesso dei meschinissimi risultati della scuola classica è indizio che essa non corrisponde più che in piccola parte alle esigenze dei tempi attuali e dovrebbe quindi essere riservata ad una minoranza scelta che continui le migliori tradizioni letterarie italiane; ma nel mondo moderno, nel quale non vi dovrebbe più essere posto per chi non lavora, la parte principale dell’insegnamento di Stato dovrebbe, in tutti i gradi, essere l’istruzione veramente pratica, sapientemente specializzata, alla testa della quale l’alta istruzione tecnico-scientifica, industriale ed agricola, con larghi mezzi di studio e di esperimenti, diretta a scopi veramente pratici, così che vi si interessi e vi contribuisca l’alta industria, e organizzata in modo da attrarre all’insegnamento le migliori intelligenze del paese, e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente della scienza.

L’alta scienza tecnica, e in specie la fisica, la chimica, l’elettronica, la meccanica, progrediscono rapidamente; il professore che non si tiene al corrente di ogni nuovo passo della scienza diventa un ostacolo al progresso del Paese e deve essere messo a riposo. A tal fine non esiterei a stabilire che queste cattedre si rimettano ogni dieci anni a concorso (Bene!).

Solo così l’Italia può mettersi in condizione di sopportare a vincere la concorrenza dei popolo più progrediti.

E questa organizzazione dell’alta istruzione tecnica dovrebbe essere coordinata con la sostituzione a molte delle attuali scuole medie di una vasta rete di scuole pratiche e specializzate di agricoltura e di arti e mestieri. Così si avrebbe in paese un rapido progresso agricolo e industriale, e quelli dei nostri lavoratori che dovessero cercare lavoro all’estero vi andrebbero in condizioni moralmente ed economicamente superiori.

Queste che ho accennate sono le quistioni che bisogna risolvere d’urgenza, se non si vuole che il nostro paese resti accasciato sotto il peso delle conseguenze della guerra, e possa quindi riprendere il cammino ascendente che la guerra interruppe.

 

Altre e gravi riforme si dovranno in séguito affrontare, e un nuovo spirito vivificatore occorrerà che ispiri l’azione del governo e del Parlamento in tutta l’opera legislativa, e in specie nelle riforme sociali, dirette non solamente a migliorare le condizioni morali ed economiche del proletariato, ma anche ad interessare direttamente la classe operaia all’aumento e al perfezionamento della produzione; nel porre i codici civile, commerciale e penale in armonia con le mutate condizioni sociali; nell’organizzare una giustizia molto più sicura e più pronta; nel semplificare e decentrare molti pubblici servizi; nel dare la più ampia autonomia alle Province ed ai Comuni, sostituendo alla tutela governativa una larga applicazione del referendum popolare; e nell’imprimere a tutti i pubblici poteri un indirizzo più moderno, più libero (approvazioni).

Governo e Parlamento dovranno dire sempre al Paese la rude verità, abbandonando la vuota retorica la quale, ponendo sotto falsa luce fatti e apprezzamenti, costituisce una delle forme più insidiose di menzogne (approvazioni).

Occorre ricordare che i governi sono fatti per i popoli, non per dominarli, non per condurli dove desiderano di andare (applausi).

Occorre soprattutto ricordare sempre che la sola fonte sicura di ricchezza, di prosperità e anche di vera gloria per un popolo è il lavoro (approvazioni).

Purtroppo lo spirito conservatore più ristretto, l’avversione ad ogni novità, sono ancora da noi profondamente radicati. Ci vollero anni ed anni per far comprendere alle classi agiate che lo sfruttamento dei lavoratori con salari insufficienti a vivere, oltre ad essere una iniquità, era il maggiore degli ostacoli al progresso dell’agricoltura e dell’industria. Al suffragio universale non si osò fare aperta opposizione, ma lo spirito reazionario se ne vendicò diffamando il Parlamento che ne è il rappresentante; ed è facile prevedere che le proposte dirette ad imporre alle classi agiate i sacrifici necessari per restaurare la finanza dello Stato, come quelle dirette ad evitare nuove guerre e a ridurre le spese militari, incontreranno negli stessi elementi decisa opposizione (Voci: È molto probabile!).

Le tendenze reazionarie però non potranno più prevalere, poiché l’immane conflitto, se impose alle classi popolari i maggiori sacrifici, diede in compenso alle medesime la coscienza dei loro diritti e della loro forza; e le classi privilegiate della società, che condussero l’umanità al disastro, più non possono essere le sole dirigenti del mondo, i cui destini saranno d’ora innanzi nelle mani dei popoli (approvazioni).

Questa profonda trasformazione delle forze dirigenti del mondo avrà una grande e benefica ripercussione sulla politica estera, alla quale i popoli daranno un indirizzo nuovo, mirando come scopo supremo, all’abolizione della guerra, che per l’umanità sarà un progresso non meno grande di quello che è stato l’abolizione della schiavitù (vivi applausi).

 

Il voto, che in questo inizio di un nuovo periodo storico, gli elettori stanno per dare segnerà la via per la quale sarà incamminato il nostro paese, e avrà una decisiva influenza sul suo avvenire. Se il Paese, lasciandosi addormentare da quella vuota retorica che tanto danno ha già recato all’Italia, non si renderà conto delle vere sue condizioni, seguirà la facile via degli sperperi e dei debiti, non reagirà energicamente contro lo spirito imperialista, non inizierà una forte politica di lavoro e di sacrificio, andrà incontro al fallimento dello Stato, al discredito nel mondo, alla rovina economica e politica. Se, invece, seguendo la via del dovere, guarderà arditamente alla realtà, affronterà energicamente le gravi difficoltà della situazione, e dimostrerà in pace quella magnifica resistenza, quel mirabile spirito di sacrificio che in guerra lo portarono alla vittoria, esso vincerà anche le difficoltà presenti, riprenderà la via del progresso, e i nostri figli avranno una patria prospera, rispettata, gloriosa.

Il forte popolo subalpino sceglierà certamente la gloriosa via del dovere.

 

(Da «La Stampa » del 13 ottobre 1919)



[1] Fu pronunziato a Dronero.