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La questione meridionale: “problema fondamentale di tutto il nostro avvenire”

Written by Giampaolo D’Andrea Thursday, 28 July 2011 17:22 Print

Nella premessa, che qui riproponiamo, alla raccolta dei discorsi politici da lui pronunciati tra il 1880 e il 1910, Giustino Fortunato ripercorre, in maniera straordinariamente efficace, il filo conduttore della sua riflessione sul Mezzogiorno.


Nella nota premessa alla raccolta dei discorsi pronunciati in un trentennio di vita parlamentare, pubblicata in due volumi presso l’editore Laterza nel 1911, Giustino Fortunato ripercorre, attraverso una sintesi di straordinaria efficacia, il filo conduttore della sua riflessione sul Mezzogiorno e ne rilancia con nettezza la natura di «problema fondamentale di tutto il nostro avvenire», «non essendo concepibile uno Stato e grande e prospero in una nazione per metà misera e rozza».

Anche nello stile, oltre che nella proposizione degli argomenti, il testo rivela, rispetto alle prime corrispondenze alla “Rassegna Settimanale” del Franchetti e ai suoi primi discorsi, la diversa consapevolezza maturata nel corso della lunga esperienza politico-parlamentare, che lo aveva visto criticamente partecipe delle diverse fasi della storia del giovane Regno a partire dal 1880. Attento sempre a non dismettere i panni dello studioso a beneficio di quelli del rappresentante del popolo e quindi pronto ad apprezzare gli elementi positivi, ma altrettanto severo nello stigmatizzare incertezze e inerzie e nel denunciare insufficienze ed errori, in quelle pagine traccia come un consuntivo di quarant’anni di analisi, dibattiti e confronti sulla «questione meridionale». Innanzitutto registra che essa «s’impone ogni giorno di più alla considerazione di chiunque abbia a cuore le sorti della patria» e che «il pregiudizio perde terreno», ma stenta a farsi strada quel «salutare movimento dello spirito pubblico verso una nuova più effettiva concezione della politica nazionale» da lui ripetutamente auspicato. Si è sicuramente imposta ormai l’idea – di cui era stato a lungo solitario interprete in controtendenza – che «l’Italia del mezzogiorno valga nell’insieme assai poco, per condizioni del tutto sfavorevoli di clima, di suolo, di struttura e posizione topografica». La sua insistenza su questo assunto gli aveva attirato l’accusa da parte del Croce, nelle “Considerazioni finali” della sua “Storia del Regno di Napoli”, «di aver sostituito alla storia degli uomini la storia della natura», e gli strali di tanti suoi colleghi, preoccupati che il prevalere di quella visione pessimistica indebolisse le ragioni a sostegno di una più decisa azione di governo e Parlamento in favore del Mezzogiorno. Ai suoi detrattori, come aveva più volte fatto in precedenza, replica anche qui, non senza una punta polemica, che «pessimista non è chi sente profondamente il male, sibbene colui che di fronte ad esso depone ogni arme». Confessa, però, di non credere più nella capacità dello Stato (sul quale tante volte in passato aveva dichiarato di fare affidamento) «di condurre tutto il popolo italiano su le vie della cultura, della morale, della pubblica ricchezza» e di essersi persuaso che in Italia sarebbe «vana impresa concepire una qualsiasi grande opera fuori o al di sopra delle libere energie individuali».

La nota reca la data del 27 marzo 1911. Le celebrazioni per il cinquantenario dell’Unità, in pieno svolgimento, lo inducono a riproporne il valore e il significato, sottolineando che «tanto avventuroso fu il punto da cui movemmo, tanto alta ed ardua la meta in breve raggiunta, che a chiunque abbia vissuto questo mezzo secolo di vita italiana non può non allargarsi il cuore» e che il processo unitario «piuttosto che il frutto dell’energia nazionale, fu una mirabile improvvisazione, sorretta solo dalla forza di un’idea». Resta dunque saldo nella sua radicata convinzione della straordinaria importanza «dell’Unità indissolubile della patria», al di fuori della quale cadrebbe ogni prospettiva di «suprema salvezza» anche della sua terra. L’adesione senza riserve all’Unità – per lui ancora «il maggior avvenimento politico del secolo decimo nono» – rappresenta un tratto comune della riflessione dei meridionalisti, sempre molto attenti a tener ferma quella irrinunciabile premessa del loro giudizio critico nei confronti delle scelte maturate nella fase postunitaria. Essa è sempre apparsa un elemento di chiarezza nei confronti non solo delle derive nostalgiche o neoborboniche di un certo Mezzogiorno, ma anche delle mai sopite polemiche di tanto in tanto riaffiorate nei territori padani, ispirate da un radicalismo autonomistico e localistico non scevro da tentazioni separatiste. Essa impedisce strumentalizzazioni antiunitarie di affermazioni relative al persistere dell’antinomia di «due Italie, non solo economicamente disuguali, ma moralmente diverse», tale da rendere fragile «la grande e geniale opera d’arte». Può così riaffermare, senza il rischio di fraintendimenti, che «la questione che ancora ci sovrasta, il problema che ancora ci resta da risolvere (…) è sempre quello della stessa unità» e che esso è di difficile soluzione proprio perché «deriva principalmente dalla geografia, cui è dovuto il vario arruffato corso di tutta la nostra storia».

Certo, dopo cinquant’anni di vita unitaria, la condizione generale dell’Italia evidenzia importanti positive novità, come il diffondersi della «coscienza della solidarietà nazionale», la nascita, con la nuova Italia politica, «di una nuova Italia economica», con una finanza pubblica divenuta («opera davvero ammirabile») finalmente solida, tanto da potersi considerare un ricordo ormai lontano lo «spaventoso disavanzo di mezzo miliardo» registrato nel 1862, e constatare che l’Italia e l’Inghilterra sono ormai i soli fra i grandi Stati europei «a non accrescere da più tempo il debito pubblico». Circostanza questa che, raffrontata con la situazione finanziaria europea di questi ultimi tempi, assume uno straordinario, quasi profetico significato.

Non mancano tuttavia elementi di preoccupazione e di inquietudine. «Se dovessi definire – ammette – il presente mio stato d’animo, fatto non so più se di gioia o di timore, sarei alquanto incerto». Quel che sembra turbarlo di più è la «precarietà politica» di un paese «che di fronte all’estero è tuttora in un regime di pace armata e nell’interno vive tuttora di libertà armata», che non ha coscienza dei suoi limiti, con bisogni individuali e collettivi che «crescono ogn’ora più presto dei mezzi per soddisfarli» e con velleitarie mire espansionistiche, «esuberante di braccia disoccupate», «roso da un’assai debole coscienza morale», «sovraccarico di un rude giogo fiscale». Una condizione generale che non può non riflettersi su quella del Mezzogiorno, con la parte democratica

«prevalentemente industriale nel nord, professionale nel sud, alleata con i radicali e i socialisti» che non mostra «di essere finalmente consapevole» della gravità della condizione meridionale, come d’altra parte la borghesia intellettuale del Mezzogiorno «che dice e sbraita, ma un giorno più dell’altro agisce non conforme ad essa».

Da due anni senatore del Regno, ormai fuori completamente dalla mischia politico-elettorale che per la verità lo aveva sempre condizionato molto poco, Don Giustino insiste sulla sua ricetta tradizionale: intervenire «non a scatti o a tentoni, ma con risoluta fermezza di propositi, seguendo un indirizzo di politica generale più conforme alla complessa realtà delle cose» e – prendendo finalmente atto, «dopo tante indagini accurate e minuziose», che «una metà quasi del territorio nazionale» risulta «di valore economico molto inferiore all’altra» – porre mano ad «una migliore più equa applicazione del regime doganale e del sistema tributario». La lucida percezione della natura non esclusivamente finanziaria del divario («non è una gara di appetiti attorno al bilancio dello stato», aveva sottolineato nel 1904)) lo rende scettico sulla capacità di sollecite ed efficaci risposte da parte di un sistema politico che mostra segni evidenti di stanchezza, se non di paralisi: i partiti («tanto i vecchi, quanto i nuovi») «sono ciechi e la loro corsa verso l’ignoto pare irrefrenabile». Ma non gli sfugge che l’imminente introduzione del suffragio universale (a favore del quale si era dichiarato sin dal 1881, come rimedio alla limitata legittimazione dello Stato liberale) può sollecitare finalmente il risveglio dei «lavoratori della terra» del Mezzogiorno, anche se ci vorrà del tempo, ma soprattutto quello della «gioventù non ascritta alle chiese militanti». Ai giovani, destinatari naturali di altri suoi appelli, crede sia arrivato il momento di chiedere «di insorgere contro le insanie di una politica senza propositi, o con propositi ostinatamente contraddittori» reclamando «quella semplicità di vita nazionale, quella sua purificazione di tutti i privilegi, sian volti al basso o all’alto, onde solo sia possibile al Mezzogiorno diventare meno gramo».

Cento anni dopo, mentre registriamo il permanere di un divario profondo e insopportabile, può forse valere la pena di provare intanto a tener conto di questo suo monito.

Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano.
Discorsi politici (1880-1910).


A FEDERICO SEVERINI

 

Gaudiano (Lavello), 27 marzo 1911.

 

Pubblicare nuovamente i discorsi, fatti alla Camera e in un lontano collegio di Basilicata, negli ultimi trent’anni, da uno che non ebbe mai parte nel governo del paese, e il cui nome rimane poco meno che oscuro, quale e quanta prosunzione! Se la vita politica non è fra noi vigorosa, non è fulgida di frequenti splendori la nostra eloquenza ne’ comizi o nel Parlamento: di facili e arguti parlatori l’Italia può darsi vanto, di molti e grandi oratori no. Quanti de’ discorsi del maggior numero de’ nostri uomini politici, se anche opportuni ed efficaci ne’ giorni e nelle occasioni in cui furono pronunziati, meriterebbero una ristampa o per la profondità del pensiero o per lo splendore della forma? Non certo, a ogni modo, quelli d’un modesto studioso quale io mi sono.

Pure, mio buon amico, io oso tanto, e cedo alla tentazione di riunire non pochi de’ miei, pubblicandoli secondo il loro ordine cronologico, solo perché spero essi possano tuttavia riaver eco anche fuori dell’umile nostra terra natale, verso cui, nel profferirli, ebbi particolarmente rivolto il pensiero e l’animo. Se l’unità della grande patria italiana, il maggiore avvenimento politico del secolo decimonono, «parve miracolo e resterà una favola», perché piuttosto che il frutto della energia nazionale fu una mirabile improvvisazione, sorretta solo dalla forza di una idea; se essa, come tutti ci auguriamo, è chiamata ad atteggiare la penisola, fino a ieri ignota a sé medesima, in una nuova sembianza di vita, la quale valga a cancellare le disparità storiche, gli antagonismi regionali, i dissidi politici, le rivalità economiche, la varietà etnografiche, ossia, tutte le cause della millenaria impotenza nostra: la questione che ancora ci sovrasta, il problema che ancora ci resta da risolvere sotto pena di essere fatalmente respinti nella tragica fortuna del passato, è sempre quello della stessa unità. Un problema di assai difficile soluzione, perché deriva principalmente dalla geografia, cui è dovuto il vario arruffato corso di tutta la nostra storia, nel quale, per secoli, una parte della nazione visse e soffrì straniera all’altra, affatto dissimile ne’ sentimenti, nelle idee, ne’ costumi, negli ordini sociali. Certo, molto è il cammino già fatto, e la vecchia Italia è ormai lontana nella leggenda: tutto si è modificato, se non mutato, tutto si è scomposto e ricomposto davanti a noi; ma l’antinomia persiste, e la grande geniale opera d’arte pecca di fragilità. Vi sono ancora due Italie, per quanto suoni male la parola, che risuscita nell’orecchio l’eco delle canzoni francesi alla calata di Carlo VIII:

 

nous conquérons les Italies;

 

due Italie, non solo economicamente disuguali, ma moralmente diverse: questo il vero ostacolo alla formazione di una sicura compagine; di ciò dovremmo tutti finalmente convincerci, e dal convincimento trarre animosa volontà a comporre in armonia le due parti disgiunte, rafforzando su le ripe del baratro, che Roma pontificia fece più profondo, il ponte tra l’una e l’altra che nulla possa più né sovvertire né scuotere.

Dovremmo, non a scatti né a tentoni, ma con risoluta fermezza di propositi, seguendo un indirizzo di politica generale più conforme alla complessa realtà delle cose, se ormai le due Italie si conoscessero bene, se invece non accennassero, lungo la rischiosa via che battiamo, a conoscersi men bene che mai… Oggi, fortunatamente, non è più chi derida i non molti che primi vollero, fu detto, «regalare» allo Stato italiano una questione meridionale: essa, anzi, s’impone ogni giorno più alla considerazione di chiunque abbia a cuore le sorti della patria. Ma pochi ancora intuiscono, che non essendo concepibile uno Stato e grande e prospero in una nazione per metà misera e rozza, quello del Mezzogiorno è il problema fondamentale di tutto il nostro avvenire, perché solo dalla varia soluzione che si proponga di dargli sarà possibile avere norma e garanzia di tutto un diverso avviamento di governo della cosa pubblica. Il pregiudizio perde terreno, ma la verità stenta nel farsi strada nella coscienza del paese, non atta tuttavia a permettere che una benefica reazione incominci, mentre la piccola borghesia, troppo imbevuta del proprio egoismo di classe, e troppo aliena dal sentimento della comune utilità, sempre più si affretta, come in nessun altro paese di Europa, ad assumere la direzione dello Stato…

Ora, a cotesto salutare movimento dello spirito pubblico verso una nuova più effettiva concezione della politica nazionale, io ho sempre contribuito dentro e fuori la Camera, certo con opera modestissima, quale mi consentivano le poche forze, ma col maggiore disinteresse e la più fervida aspirazione dell’animo. Basterebbe ciò a farmi credere non spesa del tutto inutilmente la vita, se alcun frutto io sapessi averne raggiunto. Ho fatto quanto ho potuto, e che è significato e compreso ne’ presenti discorsi, a’ quali confido si vorrà almeno concedere quel tanto d’importanza, che ha pure ogni più semplice documento di sereno studio, di lunga equanime esperienza di uomini e di cose. Senza dubbio, i non pochi anni trascorsi e i tempi così frettolosamente mutati han tolto loro ogni freschezza di attualità: molte voci del giorno e molte speranze, che io raccolsi dentro di me o per combatterle o per sostenerle, non trovavo più eco, o assai fioca, presso i giovani; non poca parte intellettuale del mondo di ieri è spenta, non poche foglie dell’albero delle nostre illusioni sono cadute come le gemme che nascono avanti l’ora fiorita di primavera. Ma non tutto il passato è morto, e degli antichi contrasti ancora ardenti, in cui si agita l’anima della nazione, qualche suono giunge non più indistinto, come la romba di una grande città su le alture circostanti, al cuore delle moltitudini. Di una idea, sopra tutte, che sempre più si afferma nella confusa incerta preoccupazione del paese, io fui primo e, per alcun tempo, unico sostenitore, questa: che l’Italia del Mezzogiorno, contrariamente a ciò che molti ancora credono, valga nell’insieme assai poco per condizioni del tutto sfavorevoli di clima, di suolo, di struttura e posizione topografica; che le due metà della penisola, stentatamente riunite sotto il dominio di Roma pagana, non furono, dacchè sparve l’Impero, separate soltanto da un’arbitraria frontiera politica, ma da una vera linea naturale, formata dai monti dell’Abruzzo e dal deserto del Lazio, la quale divise non pure due zone, ma due stirpi diverse, affratellate da una unica lingua; che da allora ad oggi su la intera economia civile della regione meridionale pesò la dura fatalità, resa ognora più grave dalla umana ignoranza, de’ popoli costretti a vivere isolati in un paese essenzialmente povero… Esagerazioni, se non peggio, altri già disse queste mie ed altri forse ripeterà: esagerazioni di un pessimista così della storia come della politica. In quanto alle prime, io ho la coscienza assoluta di essere nel vero, siccome gli studi, tanto più progrediti, ogni giorno confermano; e in quanto alle seconde, pessimista non è chi sente profondamente il male, sibbene colui che di fronte ad esso depone ogni arme. Tutti i miei anni io ho vissuto nel Mezzogiorno e, posso dire, del Mezzogiorno: pensando ad esso e studiandone il passato con intenso desiderio di più fausto avvenire, la triste sua sorte è stata ognora viva in me come una tragedia spirituale, molto soffrendo di essere costretto a dire alcune cose che a me sembrò necessario di non tacere. E circa le relazioni dell’immane problema con la politica generale del nuovo Stato unitario, poco, in verità, ho mutato de’ giovanili miei convincimenti: invocai – sì – per tempo e a lungo, con intenzione aperta e chiara, con sicura fede dell’animo, uno Stato così forte di autorità e di mezzi da condurre esso tutto il popolo italiano su le vie della coltura, della morale, della pubblica ricchezza; assai penoso mi è stato il dovermi convincere, che quello era un sogno e nulla più, e vana impresa concepire una qualsisia grande opera fuori o al di sopra delle libere energie individuali, poi che la molta esperienza mi fece conoscere quanto sia ingannevole una politica, la quale speri poter in Italia affidare ultimamente allo Stato funzioni oltre quelle, che debbono essere le uniche sue sostanziali: rendere giustizia a tutti, e instaurare il regno della sicurezza personale. Certo, né per ingegno né per dottrina io presumo annoverarmi tra i personaggi rappresentativi della mia generazione, venuta subito dopo quella della Rivoluzione, e che se molto errò, molto sofferse nell’affannosa ricerca del vero. Nondimeno, per quello che mi toccò di essere, credo non infondata la fiducia che tutti insieme i mie discorsi, ne’ quali sono contenute in germe, e disperse, non poche di quelle idee riguardanti la questione meridionale, che più tardi io stesso ed altri più valenti di me svilupparono, allargarono e dedussero, possano suscitare, se non l’interesse, l’altrui curiosità; e la curiosità, se mai, venire dalle seguenti domande: Come un deputato del Mezzogiorno, con l’animo sempre teso alla dolente sua terra natale, di cui ebbe un concetto non conforme a quello degli altri, parlò – le poche volte che vinse sé stesso – alla Camera italiana? e come un deputato al Parlamento italiano, che la suprema salvezza della sua terra sempre ripose nella unità indissolubile della patria, parlò – il più spesso gli fu possibile – ad elettori meridionali? Perché mai un uomo ognora devoto al senso pratico, nemico delle nuvole e costantemente lontano dalle ire di parte, si trovò il più delle volte, ora nel Collegio ora nella Camera, ad andar contro corrente? fu suo il torto o degli altri?

Del resto, nell’ora che scrivo, mi si affaccia alla mente e mi attrae un fine più generale.

Oggi l’Italia celebra in Campidoglio il cinquantenario della sua unità e dell’acclamazione di Roma a sua capitale, il cinquantenario di quel giorno bene auspicato, cui finalmente spettò la gloria di poter rivolgere alla patria, con salda ragione, il fatidico verso di Gabriele Rossetti:

 

io son l’alba del nuovo tuo dì;

 

e tanto avventuroso fu allora il punto da cui movemmo, tanto alta ed ardua la metà in breve raggiunta, che a chiunque abbia vissuto questo mezzo secolo di vita italiana, non può non allargarsi il cuore. La memoria delle buie calamità, donde uscimmo dopo più di un millennio di servitù e di disunione, e il ricordo dello «sforzo titanico», secondo un’augusta parola, che poi occorse per condurre a bene l’ardua impresa «di cambiare le sorti di un volgo avvilito in quelle di un popolo libero», sono indubbiamente causa, nonché di conforto, di fiducia. È tramontata la rettorica, ma si è acuita e diffusa la coscienza della solidarietà nazionale; insieme con la nuova Italia politica è sorta una nuova Italia economica, e, frutto di sacrificio più singolare che raro, è nata la finanza. A dir solo di questa, che fu il più forte e lungo ostacolo al buon assetto del giovine Stato, il suo fiorire rimane opera davvero ammirabile. Appena dopo la costituzione del Regno, il primo bilancio unificato si apriva, nel ’62, con lo spaventoso disavanzo di mezzo miliardo; ma, pur osservando la fede pubblica e suscitando dal nulla l’esercito e l’armata, nel ’75 il pareggio era coraggiosamente raggiunto: e se questo, non senza colpa di tutti, si dileguò come nebbia dopo un sogno prematuro di prosperità e di grandezza, e nell’89 il deficit riapparve non meno minaccevole in ben 250 milioni, la dura lezione non andò perduta; ché prima di un decennio il conto veniva interamente saldato, restando poi sempre, ad onta del vertiginoso aumento delle spese, in avanzo. Se, unitamente con l’Inghilterra, siam ora i soli fra’ grandi popoli di Europa a non accrescere da più tempo il debito pubblico, quale più lieto auspicio di questo?

Pure, se dovessi definire il presente mio stato d’animo, fatto non so più se di gioia o di timore, sarei alquanto incerto. Sian gli anni, sia la solitudine di questa landa dell’Ofanto, che ancora si stende nuda alle porte della nostra Basilicata, – il cui indelebile aspetto di malinconia, sempre vivo nel mio cuore, ha or ora felicemente reso il Lipparini:

 

da le rupi e dal ciel pare una doglia
si esprima, grande come l’abbandono
della terra, che sì triste germoglia;

 

– nemmen oggi io riesco a liberarmi di un grave sospetto, che un giorno, rammento, balenò del pari al povero re Umberto, in un solenne suo discorso inaugurale: ossia, «che alla nuova Italia sembri troppo modesta la nuova fortuna della patria»… Troppo modesto, perché troppo ottimista, secondo l’ostinato mio parere, dura il comune giudizio intorno alla realtà che ci è sott’occhio! Un paese, in cui i bisogni individuali e collettivi crescono ognora più presto de’ mezzi per sodisfarli, e nel quale, se grande è lo sviluppo del lavoro, le fonti della ricchezza son tutte ipotecate; un paese, che sotto l’incubo di un oscuro pericolo di guerra, sovraccarico di un rude giogo fiscale, agitato da cupidigie capitalistiche e burocratiche, esuberante di braccia disoccupate, sempre più roso da una assai debole coscienza morale, cui ironicamente fa riscontro un vuoto anticlericalismo di parata, non ancora è libero dell’inganno di una vana dimostrazione di fasto, né ancora è scevro d’ogni spirito di avventure oltremonti e oltremari, certo perché dimentico de’ padri, che, più savi avventurieri, cominciarono dall’assicurarsi il pieno possesso della patria; un paese, insomma, che, di fronte all’esterno, è tuttora in un regime di pace armata, e, nell’interno, vive tuttora di libertà armata: può mai dirsi, io mi domando, in una situazione politica non precaria?

E altre fosche previsioni non mancano! La parte democratica, prevalentemente industriale nel nord, professionale nel sud, alleata con i radicali e i socialisti, ossia, avverte un sindacalista, «col dilagare del funzionarismo ozioso e de’ lavori pubblici improduttivi», l’uno e gli altri cause di maggiori imposte e di più estesa corruzione, dà forse indizio di savia resipiscenza o di provvida esitazione lungo la strada senza uscita, per cui si è incamminata, che è quella che mena diritto a un disastro finanziario non più riparabile? mostra forse, non in chiacchiere, ma co’ fatti, di essere finalmente consapevole della terribile efficienza della questione meridionale? ne è almeno cosciente la borghesia intellettuale del Mezzogiorno, che dice e sbraita, ma un giorno più dell’altro agisce non conforme ad essa, anzi in aspra ed aperta sua opposizione? Pari alla evidenza di un teorema euclideo, dopo tante indagini accurate e minuziose, è cotesta questione, se ormai è inconfutabilmente vero, che una metà quasi del territorio nazionale sia di valore economico molto inferiore all’altra; un assioma, da cui derivano, sinteticamente, due corollari: il primo d’ordine generale, che è quello di una cauta parsimoniosa regola di condotta politica; il secondo d’ordine speciale, che è riposto in una migliore più equa applicazione del regime doganale e del sistema tributario.

Ebbene, oggi appunto che una benefica latente rivoluzione, non per opera de’ Governi né per alcuna efficacia delle classi dirigenti, ma solo per virtù della stirpe, la eroica virtù migratoria di tanti umili suoi figli, accade nel Mezzogiorno, oggi appunto l’azione dello Stato italiano, nelle sue direttive né vere né concrete, dà segni manifesti di volgersi a maggiore suo danno, sia incrudelendo nel riscuotere sia largheggiando nello spendere, riabbattendo su di esso il flagello di nuovi monopoli così del ceto industriale come della classe operaia delle regioni più ricche… I nostri partiti, tanto i vecchi quanto i nuovi (e già i nuovi non meno asmatici de’ vecchi), sono ciechi, e la loro corsa verso l’ignoto pare irrefrenabile. Noi siamo alla vigilia di una grande riforma, la quale, è noto, risponde pure a un maturo mio convincimento, e un’altra idealità lungamente da me professata: il suffragio universale, che io ho sempre creduto valido mezzo per rafforzare la disciplina sociale in Italia, dov’essa è stata ed è così fiacca, avendo sempre tenuto per vero, che l’autorità delle leggi sia tanto maggiore quanto meglio venga loro conferita da Parlamenti, ne’ quali tutti gl’interessi abbiano voce e voto. Or quale speranza di sollecito e buono suo èsito possiam oggi nutrire, se oggi più che mai alla scarsa preparazione economica e civile del paese fa riscontro una così profonda disorganizzazione, un così esteso disordine logico de’ partiti? La riforma elettorale dell’82 non ha dato alla piccola borghesia tutto il potere che ora esercita, e assai più eserciterà di qui a poco, se non dopo oltre un ventennio: quanti anni non occorrono, perché anche i lavoratori della terra, quelli del Mezzogiorno in particolar modo, si facciano effettivamente valere, richiamando lo Stato a un senso meno lunatico e più austero della realtà? Certo, incominciare è bene, anzi è doveroso: così avessimo incominciato prima, poi che niente giova più a rendere un uomo consapevole del suo diritto quanto l’esercizio di questo! Ma, e nel frattempo, vorrà la buona stella d’Italia, – dacché le cose nostre più spesso si regolano dal caso che dal consiglio, – vegliare ancora su di noi, salvandoci per la terza volta dal correr rischio di fallire? Vorrà almeno la gioventù non ancora ascritta alle chiese militanti, e che io mi auguro non sorda alle voci ammonitrici, se anche deboli, perché amo crederla onestamente libera di giudizio e di coscienza, insorgere contro le insanie di una politica senza propositi, o con propositi ostinatamente cotraddittorî, e richiedere, prima d’ogni cosa, quella semplicità di vita nazionale, quella sua purificazione di tutti i privilegi, sian volti al basso od all’alto, onde solo sia possibile al Mezzogiorno diventare meno gramo?

Questi i motivi di vario genere, che mi fanno vincere ogni dubbiezza e superare ogni timidità, nel dar fuori la presente raccolta.

La quale, mio caro amico, spero non vi dispiaccia io intitoli al vostro nome. «Nessuno», lasciò scritto l’antico filosofo, «potrebbe avere amato una vita senza amici, anche se avesse posseduto tutti gli altri beni».

Or se io dovessi narrare la vita che prescelsi, e a cui diedi tutto me stesso, si vedrebbe quanto il ricordi di ogni tedio, di ogni più amato disinganno possa fasciarsi delle maggiori consolazioni, solo che un uomo abbia goduto al pari di me del benefizio incomparabile di una amicizia come la vostra.

Quanta bontà quanta forza quanto dolore, nell’oscuro quotidiano vostro sacrifizio alla comune terra natale, così spesso ingiusta con quelli tra i suoi figli, che meglio rifuggono dalle falsità e dalle imposture! Perché anche più di me, e, temo, specialmente a cagion mia voi provaste, ne’ tanti anni di assidua onesta nostra fratellanza, come affligga e tormenti la poca gratitudine de’ concittadini…  Dobbiamo forse accagionarne il cieco impulso di gente non più rassegnata ai lunghi suoi mali, o non piuttosto attribuirla, secondo il detto aristotelico, ad una causa puramente naturale, poi che coloro che ricevono sogliono amare assai meno di coloro che danno? L’una cosa e l’altra, io penso, sempre che a voi ricorra, memore e commosso, l’animo mio. A voi dunque vada questo libro del nostro passato, che poco importa se meritammo più lieto e sereno, e vi sia pubblico attestato della perenne affettuosa mia riconoscenza.