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Pubblicato sul n. 5/2010 di Italianieuropei



Il sogno di Silvio

Ero diventato un coniglio bianco. Ero proprio un coniglio bianco e una ragazzina mi rincorreva. Saltellavo e ogni tanto mi fermavo per farla avvicinare fino a quando mi infilavo in una cavità tra i cespugli e lei mi veniva dietro. A quel punto mi sono svegliato. Sono rimasto tra le lenzuola ascoltando la pioggia battere contro la finestra e poi, senza rendermene conto, ero di nuovo nella cavità tra i cespugli. La ragazzina era bionda e aveva tredici, al massimo quattordici anni. Io ero sempre questo coniglio bianco e sentivo il mio stesso pelo caldo, il mio odore selvatico. La ragazzina è strisciata nella cavità per raggiungermi e io continuavo a saltellare ed ero contento che lei mi seguisse perché la stavo portando in un mondo meraviglioso.

Il sogno di Silvio

Questa volta possiedo un buco nero. Un autentico buco nero. Nel sogno tutto è molto realistico, ricordo i dettagli della vita vera: so che nella mia villa ci sono sul serio i meteoriti provenienti dall’India, lo scheletro fossile di una balena, il labirinto nel parco, il giardino di cactus, l’orto botanico con la pianta ispirata al Tempio di Salomone, le tombe fenice e tutto il resto. Possiedo cose sensazionali. Perché non dovrei avere anche un buco nero? Sta in una stanza nel seminterrato, sporge dal pavimento: ha una massa semisferica, una superficie oleosa, nera ovviamente, e lunghi tentacoli che risalgono le pareti come i filamenti di un gigantesco neurone. Ecco, mi dico sentendomi intimorito, così è fatto un buco nero.
Mi sveglio un poco affannato sul divano e un paio di ragazze stanno ballando davanti a me, ridacchiando, dimenando i bacini. Non so da quanto tempo stavo sonnecchiando. Non so nemmeno che ora sia e da quanto dura con queste ragazze. Ho un buco nero nel seminterrato, dico con voce impastata. Loro continuano a ridacchiare e potrei scommettere che almeno una delle due ci crede.

Il sogno di Alessandra

Dunque, hanno clonato mio nonno in un laboratorio clandestino, usando i resti del suo cervello messi in vendita su internet. È un sogno assurdo però mi commuove.
Mio nonno scappa dal laboratorio, i passanti pensano a un semplice sosia del Duce. Vagabonda per Roma, la Roma di questi giorni, sconvolto e indispettito perché la città è sporca e piena di graffiti sui muri e i negozi hanno proprietari cinesi. Se fosse rimasto lui a comandare… Allora mi sento in colpa: per Roma, per tutto. In un televisore nella vetrina di un negozio vede un talk show e c’è una donna che gli somiglia: sono io, sua nipote, e lui prende la metro per venire a casa mia. Il vagone è pieno di maschi e femmine che ballano muovendo le natiche sotto il suo naso. Vanno alle audizioni di un grande musical. Nel mezzo del bordello mio nonno realizza di non avere il mio indirizzo e io vorrei aiutarlo e grido per farmi sentire ma sono fuori dalla scena, vedo tutto come in un film.
Si dirige in Vaticano perché ha sentito di questo papa tedesco. Le guardie svizzere non lo fanno passare e lui va a dormire su una panchina di Villa Torlonia. Un finocchio lo molesta e mio nonno si sposta e trova un gruppo di naziskin. Fa il saluto romano ma neppure loro credono alla sua identità e finisce che lo picchiano.

Il sogno di Gianfranco

All’inizio non capivo, ho impiegato del tempo a ricordare dov’ero. Sentivo di essere più giovane. Avevo quasi dieci anni di meno, il corpo era sensibilmente più leggero, meno denso. È così bello essere giovani, mi sono detto.
Era l’epoca della mia vicepresidenza. Era il 2001, era quel luglio famoso, faceva caldo e mi trovavo a Genova. Stavo nell’ufficio della questura. Un paio di mosche giravano sotto il lampadario disegnando invisibili mandala. Vede quell’apparecchio?, mi chiedeva il questore. Certo che lo vedevo. Provi a schiacciare il pulsante, mi invitava. E io l’ho schiacciato e da fuori, da una delle stanze accanto, si è sentito un grido. Ho ritirato la mano. Non si preoccupi, ha sorriso il questore. Ogni volta che lei schiaccia il pulsante, uno di quei teppisti che teniamo di là prende una scarica. Uno a caso. Come una roulette. Schiacci, mi invitava ancora, e io dicevo no, non possiamo risolvere in questo modo; però il pulsante era lì, lucido e invitante. Stavo sudando. Perché nei sogni è tutto così combattuto, e insieme così naturale? Ho schiacciato di nuovo. Qualcun altro ha gridato. Un’ondata di pelle d’oca mi è risalita lungo il braccio. E io ho continuato a schiacciare.

Il sogno di Stefano Cucchi
Avevo la febbre. Veniva mia madre a curarmi. Sentivo le sue mani fresche sulla fronte. Sentivo che tutto stava per mettersi a posto. Avevo fame, ero sfinito, e la febbre era sempre più alta. Però nel sogno mi sentivo a posto. Mi sentivo protetto e in pace con me stesso e con tutte le persone che finora mi avevano amato.

Il sogno di Carlo Giuliani

Anch’io sogno mia madre. Vado, suono alla porta. Lei apre e sorride. Credo sia questo sorriso a mancarmi davvero. Potrebbe essere una domenica mattina, o forse un sabato, la luce bianca dalle finestre, l’odore del pranzo quasi pronto. E poi vado in bagno a lavarmi le mani e al posto del rubinetto c’è un estintore rosso. È fuori posto, questo estintore: vorrei prenderlo e buttarlo dalla finestra, ma so che se lo solleverò tra le braccia, qualcosa di tremendo potrebbe accadere. Torno in cucina. Ho un groppo in gola. Lei capisce e mi abbraccia. Stiamo così, abbracciati, forse perché non c’è altro da fare, non c’è altro da dire.

Il sogno di Silvio
Sono di nuovo il coniglio bianco. Il mio pelo è morbido, non è male sentirmelo addosso. Mi infilo nella cavità tra i cespugli facendo attenzione a non sporcarmi. Sento il mio piccolo sesso di coniglio pulsare sotto il pelo… Presidente, sento chiamare. Presidente, dice la truccatrice che mi sta sistemando la faccia, ho finito con le palpebre, può riaprire gli occhi. Il pennello della cipria è morbido sulla pelle.
Il sogno ricomincia più tardi. Ricompare la ragazzina che mi rincorre. È vestita da infermiera, chissà perché. È molto graziosa vestita così. Mi accorgo che ha un foglio in mano… Presidente, cosa ne pensa?, mi stanno chiamando. Apro gli occhi, mi trovo in pieno Consiglio dei ministri. Ma certo, dico. Ma certo, ripeto soltanto. Un attimo dopo sono tornato nella cavità tra i cespugli e la ragazzina vestita da infermiera mi sta porgendo il foglio. E io, il coniglio bianco, anche se ho fretta di trascinarla nel mio mondo meraviglioso, mi fermo a guardare il foglio… Presidente, insistono. Ma certo, ripeto io. Bisogna finire la riunione con i ministri e poi di nuovo la truccatrice e poi una conferenza stampa e poi salirò su un elicottero per non ricordo dove. Torno nella cavità umida e calda da dove i ministri appaiono lontani, proprio come personaggi di un sogno. La ragazzina continua a porgermi il foglio. Ti porterò in un mondo meraviglioso, provo a dire con la mia voce da coniglio. Ha smesso di seguirmi e si limita a porgermi il foglio. Realizzo che è il referto di un esame clinico. C’è scritto il mio nome e c’è risultato del PSA. Sento avvizzire il pelo morbido e il mio piccolo sesso da coniglio pulsa di dolore mentre provo a fuggire. Faccio fatica a saltellare. Qualcuno insiste a chiamarmi: Presidente? Presidente?

Il sogno di Alessandra

Mio nonno si presenta al teatro di posa dove si fanno le audizioni per il musical. Il più grande musical di tutti i tempi.
Il regista è un finocchio inglese innamorato dell’Italia e la trama è tutta incentrata sui fatti storici del Novecento italiano. Duemila personaggi, migliaia di comparse, coreografie di massa e scenografie monumentali. Mio nonno partecipa alle audizioni e tutti pensano sia un sosia del Duce perfetto per la parte. La parte però è già affidata a me… Ci sono pochi ruoli femminili in un musical sulla storia italiana e alcuni ruoli maschili verranno affidati a donne: un’attrice femminista fa la parte di un papa. Io faccio il Duce. Mi sono fatta radere i capelli a zero. Sono desolata per il nonno e continuo a sentirmi in colpa. L’orchestra sta iniziando le prove e i colpi dei tamburi rimbombano nella volta del teatro e tutti sono eccitati e sarà bellissimo ballare e cantare in questo spettacolo. Mio nonno mi chiede i dettagli della trama del musical. Con imbarazzo, mi rendo conto che non sono in grado di raccontarla.

Il sogno di Licio

Nel sogno mi trovo in quel racconto di Dick - ens. Mi è sempre piaciuto il racconto sul vecchio avaro e i fantasmi che gli fanno visita – Scrooge si chiamava il vecchio avaro. Sarà stato qualcuno ai tempi della loggia, a farmelo leggere? Insomma, sono il fantasma del passato che va a casa di un vecchio bisognoso di redenzione. Abbiamo tutti bisogno di redenzione, ah ah. In verità credo di essere il fantasma del presente. O forse non so. Mi intrufolo nella casa e mi faccio strada silenzioso – mi trovo a Villa Certosa, di questo sono abbastanza certo. Arrivo presso il letto. Il padrone di casa dorme a bocca semiaperta.
Fratello, gli sussurro. È tempo di svegliarsi, gli dico nel sogno, e poi con disappunto sono io a svegliarmi.

Il sogno di Vladimir

Sto facendo un incontro di judo. Non so contro chi sto lottando, sento la sua spalla contro la spalla, il suo fiato contro la guancia. Siamo a petto nudo, tutti e due, anzi credo che siamo nudi, un uomo contro un altro uomo. Molto imbarazzante. Sento il calore del suo fiato, la stretta delle sue braccia. Poi la scena cambia. Dove mi trovo? Nella mia dacia sul Lago Valdai. Anzi no. Per qualche motivo so di essere in Italia e sono in un grande letto, un letto infinito di cui non vedo i bordi, nel buio: allungo le braccia e non trovo la fine, allungo le gambe e non la trovo. Penso al letto che tutti dicono avrei regalato all’amico presidente italiano. Mi rilasso, mi viene da ridere. Meglio qui che a lottare nudo con un uomo.

Il sogno degli operai morti della Thyssen

Anche ora siamo spesso insieme. L’olio bollente ci ha fuso la pelle. Molte volte restiamo a guardarci negli occhi, è l’attimo prima dello scoppio, facciamo durare quest’attimo prima della fiammata. Ci guardiamo. È incredibile il numero di cose che vediamo gli uni negli occhi degli altri. Lo spruzzo sta per investirci. Oppure sogniamo gli estintori. Ci sono questi estintori e noi li teniamo in mano e sono leggerissimi, sappiamo che non funzioneranno, ce li tiriamo come fossero grossi palloni sgonfi. Ridiamo e scuotiamo la testa. È sempre bello sognare di ridere.

Il sogno di Silvio

Sono nel seminterrato. Non capisco perché mi interessa tanto guardare questo buco nero. Sarò il solo uomo al mondo a possederne uno? Sembra più grande dell’altra volta. Mi chiedo cosa succederebbe se mi ci buttassi. Chissà cosa succede a passarci attraverso.
Poi sono sul divano e c’è il solito festino in corso, e alcune delle ragazze, mentre dormivo, mi hanno infilato un paio di scarpe da donna. Ridono dello scherzo e corrono in gruppo verso la piscina, le ragazze con i culetti sodi, con le gambe lunghe. Cerco di seguirle. Non riesco a camminare con queste scarpe da donna. I tacchi sono alti e sottili e ho l’impressione – mi viene un vuoto allo stomaco – di aver visto queste scarpe una volta addosso a mia moglie… Mi sveglio. Anche le scarpe erano un sogno. Fuori è ancora buio, non ho idea di che stagione sia. Una ragazza con i capelli scuri mi dorme accanto. Annuso i suoi capelli ma non sanno di niente.

Il sogno di Silvio

Questa volta sono io il ragazzino. Avrò quattordici anni, ho appena i peli sulle gambe. Credo che mia madre mi stia chiamando, da qualche parte, ma io corro lungo un prato, corro e corro e poi mi accorgo, a un tratto, del motivo per cui lo faccio. Sto inseguendo un coniglio bianco.
Il coniglio si infila in una cavità tra i cespugli. Sapevo che lo avrebbe fatto. E allora lo seguo e striscio nella cavità e quando sbuco di là, dall’altra parte, mi trovo nel parco di una villa favolosa. C’è un labirinto in questo parco. Ci sono dei dolmen, un anfiteatro, diverse piscine, un orto botanico, un giardino di cactus, cerchi di pietre misteriose… Dentro la villa c’è lo scheletro fossile di una balena. Mi aggiro per la dimora chiedendomi chi abbia collezionato tante meraviglie. Tremo, sopraffatto dall’ammirazione. E insieme dalla paura. Giù, nel seminterrato, spingo una porta e vedo la massa nera. Sembra pulsare leggermente. Nel sogno, cerco di dire al me stesso quattordicenne di stare lontano. Vattene, cerco di dirmi, vattene, vattene! Invece mi avvicino. Anche se ho solo quattordici anni, capisco che cosa è questo. Anche se sono giovane, so quello che voglio. Vorrei piangere per la mia innocenza. È come buttarsi dentro un fuoco. Fare un passo dopo l’altro, fino a entrare nel buco nero.