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Salvemini. La questione meridionale e la costruzione dello Stato nazionale democratico

Written by Luigi Masella Friday, 15 July 2011 13:35 Print

Nell’intervento di Gaetano Salvemini al X Congresso del Partito Socialista Italiano, che qui riproponiamo, il Mezzogiorno diventava per la prima volta nella storia della «questione meridionale» non fondamento recriminatorio di domande di risarcimento per ingiustizie subite, ma il terreno decisivo su cui si giocava un destino effettivamente nazionale del partito, la possibilità di garantire un fondamento effettivamente democratico e nazionale al paese, l’opportunità di costruire un progetto politico improntato a un effettivo riformismo.

 

Al X Congresso del Partito Socialista Italiano, celebrato a Firenze nel settembre del 1908, la componente riformista ottenne di nuovo la maggioranza dei consensi, emarginando la corrente sindacalista e soreliana. Vi intervenne per i riformisti anche Gaetano Salvemini, che parlò a nome «della maggioranza dei delegati delle sezioni meridionali». Nel suo discorso, franco e spesso aspro e sarcastico, come era nel suo stile, il Mezzogiorno diventava per la prima volta nella storia della «questione meridionale» non fondamento recriminatorio di domande di risarcimento per ingiustizie subite, ma il terreno decisivo su cui si giocava un destino effettivamente nazionale del partito, la possibilità di garantire un fondamento effettivamente democratico e nazionale al paese, l’opportunità di costruire un progetto politico improntato a un effettivo riformismo.

Il programma politico del partito a direzione riformista, secondo Salvemini, si identificava ormai con la domanda di leggi sociali avanzata dalla Confederazione Generale del Lavoro; ma queste, nonostante la loro valenza generale, rispondevano nei fatti soprattutto alle istante della classe operaia settentrionale, molto più alfabetizzata e in grado di rivendicare salari mediamente più alti. L’indubbia migliore condizione economica e sociale degli operai del Nord consentiva loro di rientrare nei requisiti previsti dalla legge elettorale vigente, fortemente restrittiva nei riguardi degli analfabeti e dei percettori di redditi molto bassi, e per questo li induceva a considerare non rilevante né urgente l’introduzione del suffragio universale, nei fatti ormai effettivo in gran parte dell’Italia settentrionale, ancorché limitato alla componente maschile. Un interesse senz’altro maggiore era invece rivolto dagli operai settentrionali e dalle loro rappresentanze politiche e sindacali alla richiesta di abolire il dazio sul grano, indipendentemente dall’analoga abolizione dei dazi sullo zucchero o sull’industria pesante, nella prospettiva di un ribasso del prezzo del pane e di altri generi alimentari, senza tener conto degli effetti peggiorativi sulle condizioni di vita dei contadini meridionali.

Tuttavia la denunzia di quella che più tardi Salvemini avrebbe definito una «deviazione oligarchica» del partito socialista non derivava solo dalla contestazione delle permanenti condizioni di arretratezza e di miseria del mondo rurale meridionale. La novità dell’intervento di Salvemini, invece, risiede anche nel collegare una proposta di intervento riformatore con il richiamo ai cambiamenti intervenuti nel Mezzogiorno. Il predominio del latifondo assenteista, infatti, stava cominciando a conoscere una possibile, anche se ancora embrionale, alternativa in una crescita del reddito contadino. Tra gli effetti del doloroso fenomeno migratorio, avviato sin dagli ultimi due decenni dell’Ottocento, Salvemini individuava infatti la crescita del risparmio e delle rimesse degli emigranti, che tornati più tardi in patria, lo investivano nella quasi totalità in piccoli e medi appezzamenti di terre incolte, acquistati a prezzi elevati dai grandi proprietari. Questo risultato, probabilmente sopravalutato secondo la storiografia più recente, dimostrava tuttavia secondo Salvemini che erano possibili un ricambio sociale e la nascita conseguente di una nuova classe dirigente anche nel Mezzogiorno. L’aiuto di cui in questo caso ci sarebbe stato bisogno non sarebbe consistito in crescenti trasferimenti di risorse, ma in interventi legislativi che avrebbero potuto consentire a un nuovo ceto di contadini (gli «americani») di non perdere quanto essi avevano realizzato, dopo che ignoranza tecnica, indebitamento, emarginazione, isolamento dai mercati per l’assenza di infrastrutture e di credito agrario e condizioni di illegalità impunita li avevano costretti a rivendere la terra ormai ben coltivata «per il decimo del prezzo d’acquisto». «È evidente che, per mettere un freno a questa ingiustizia, occorre che lo Stato modifichi i sistemi tributari e doganali, organizzi la istruzione tecnica, curi intensamente la viabilità, il rimboschimento, il riordinamento delle linee fluviali, e così di seguito. E nei nuovi alvei così costituiti proromperà ben presto la forza operosa della nostra gente; e, rinnovando i paesi nostri, porterà un prezioso contributo alla grandezza di tutta l’Italia».

Un simile indirizzo politico presupponeva però un radicale ricambio delle basi sociali dello Stato liberale e questo sarebbe stato possibile solo attraverso una riforma elettorale e l’introduzione del suffragio universale. In questa prospettiva, allora, il riformismo salveminiano si differenziava in maniera radicale dall’interpretazione che ne dava la maggioranza socialista, appiattita su rivendicazioni sostanzialmente corporative e territorialmente delimitate. Il suffragio universale diventava invece per Salvemini l’unico strumento efficace per avviare una effettiva nazionalizzazione delle masse e completare in questo modo l’unificazione italiana e in prospettiva la saldatura politica tra Nord e Sud. La costruzione di uno Stato nazionale democratico non poteva che fondarsi, cioè, su un riformismo vero, ed esso non poteva essere quello «rassegnato» a progressive transazioni di transazioni; per questo non si potrà non partire da un progetto di preliminare cambiamento del quadro politico, al quale, solo successivamente, potranno seguire i concreti e più particolari interventi riformatori.

Discorso di Gaetano Salvemini al X Congresso nazionale del Partito Socialista Italiano (1908)


Le riforme immediate

PRESIDENTE. La parola al compagno Salvemini.

SALVEMINI. Il Congresso è chiamato a decidere su tre questioni. La prima è duplice: rapporti fra Partito socialista ed organizzazioni, e dichiarazione dei principî; la seconda riguarda il programma di riforme immediate che deve chiedere il Partito; la terza riguarda la tattica.

La prima questione, secondo me, dal punto di vista riformista (a cui aderisco senza condizioni) è stata esaurita dal Rigola e dal Chiesa, e non dirò parola su questo argomento; anzi, auguro che tutti coloro che sono d’accordo con Rigola e Chiesa, invece di ripetere quello che essi hanno detto con tanta autorità e con quella forza di convinzione che nessuno potrà superare, abbiano il coraggio di starsene zitti e di non seccarci (Approvazioni).

Per quanto riguarda la cosiddetta dichiarazione dei principî… (i principî del nostro Partito debbono essere molto male in gambe, perché ad ogni Congresso sentiamo il bisogno di dichiararli) siccome una dichiarazione è necessaria, io dichiaro che dichiarerò i principî della Confederazione del lavoro, firmati da Rigola, Cabrini, Turati, ecc. ; e spero che nella Valle di Giosafat si terrà conto di questo sacrificio che faccio, di votare in questo Congresso una dichiarazione dei principî, che poi mi toccherà al Congresso futuro di modificare.

Il programma di riforme immediate, invece, se siamo seriamente riformisti, merita una seria discussione. È ora di finirla di parlare sempre di riformismo astratto, e mai di riforme concrete.

Su questo punto ho avuto incarico di parlare da parecchi compagni dell’Italia meridionale. Non so se siamo l’unanimità, certamente siamo la grandissima maggioranza. E mentre su tutti gli altri argomenti, che si discutono in questo Congresso, noi meridionali siamo discordi, nella critica del programma di riforme immediate e nella controproposta siamo pienamente d’accordo; e voi vedrete sotto l’ordine del giorno, da noi proposto, accanto alla mia firma, che mi sono spellato le mani ad applaudire Chiesa, quella di altri che lo avrebbero magari fatto a pezzi.

Voci: No, no!

SALVEMINI. È una metafora. Il fatto è caratteristico, e per questo richiamo la vostra attenzione su di esso. I socialisti meridionali che non vanno mai di accordo fra loro, e spesso avviene che uno non sia neppure d’accordo con sé stesso… (Ilarità) si trovano completamente d’accordo su questo punto.

 

Il dazio sul grano e i dazi industriali

Nel vostro programma di riforme immediate, voi parlate di leggi sociali, di abolizione del dazio sul grano, della riforma della scuola, della lotta contro l’aumento delle spese militari, ecc. ecc., ed infine del suffragio universale. Nella formulazione di queste singole domande vi sono però delle differenze di forma, di espressione, che hanno una grandissima importanza e che perciò meritano di essere segnalate, perché rivelano il vostro stato d’animo.

Voi chiedete l’abolizione del dazio sul grano. Va bene, assolutamente bene! Io solamente avrei desiderato che voi vi foste ricordati che, in Italia, non solo il grano costa caro, ma tutti i prodotti industriali costano il 25 % in media più del prezzo normale, in grazia del protezionismo industriale.  Comprendo i motivi per cui non avete toccato questo tasto. Voi ben sapete che l’abolizione, sia pur graduale, del protezionismo industriale, determinerebbe  delle crisi di produzione, utili a lunga scadenza, ma dannose e certo dolorose provvisoriamente, in cui si troverebbero impegnati gli operai delle vostre organizzazioni, e perciò esitate a lanciare il proletariato, ancora immaturo, che deve fare le proprie ossa, all’assalto di un problema così grave. Non che vi dichiariate protezionisti! Ma… però… sebbene… quantunque… siamo libero-scambisti… se ne parlerà quando dio vorrà! Capisco, e vi giustifico.

Però vi faccio osservare che l’abolizione del dazio sul grano, che chiedete senza restrizione, determinerà in molti luoghi del Mezzogiorno, dove proprietari e proletari vivono esclusivamente del prodotto del grano, delle crisi di produzione, le quali alla fine riesciranno utili al paese, ma intanto saranno dolorose per noi quanto sarebbero dolorose per voi le crisi industriali, che lederebbero gl’interessi immediati dei vostri organizzatori settentrionali. Queste crisi agrarie non debbono far dimenticare a noi, socialisti meridionali, il dovere di chiedere l’abolizione del dazio sul grano, perché gl’interessi generali devono prevalere sempre sugl’interessi speciali; e il socialismo non è il socialismo del Sud o del Nord, ma deve essere il socialismo di tutti. E i singoli gruppi di lavoratori debbono avere la forza di subordinare gli interessi propri a quelli di tutti.

Ma quest’abnegazione che noi meridionali dobbiamo avere per il dazio sul grano, dovreste averla anche voi settentrionali per i dazi industriali. Di questi, invece, vi siete del tutto dimenticati; e solo il dazio sul grano assalite senza riguardi. Però, quei riguardi che non avete avuto sulla questione del dazio sul grano, li avete messi fuori a proposito del suffragio universale.

 

Il suffragio universale

Il suffragio universale – siamo franchi, credo che nessuno di voi negherà quello che affermo – voi lo avete messo nel programma perché c’è stato qualche rompiscatole che ve lo ha ricordato, ma non è una domanda alla quale proprio ci tenete. Non solo l’avete regalata all’ultimo posto, ma l’avete incartata in una quantità di restrizioni e di transazioni. Perché questa è un’altra delle abilità del nostro riformismo di rassegnati e di smidollati: che quando chiediamo qualche cosa, abbiamo sempre cura di dire che ci accontenteremmo anche della metà e anche del quarto, e anche dell’ottavo; e le rinunzie, che sono necessarie quando si scende dalla teoria alla pratica, dalla propaganda all’azione, noi le facciamo sin dal momento stesso in cui bisogna fare la pura teoria;  e così, quando arriviamo alla pratica, noi facciamo non una transazione, ma la transazione di una transazione della transazione (Qualche applauso – Ilarità – Commenti).

Dunque, il dazio sul grano l’avete fornito di scarpe ferrate, che debbono andare avanti senza preoccuparsi di quello che schiacciano; il suffragio universale ce lo avete dato con le pantofole. E sareste stati più sinceri se non ne aveste parlato affatto. Perché, è inutile che continuiamo ad illuderci con buone parole, il centro del vostro pensiero, quindi della vostra attività, voi non l’avete nell’ultimo numero del programma; voi non direte mai una sola parola per il suffragio universale; per l’azione pratica, quello che vi interessa, quello a cui volete e dovete dare la vostra attività, non è l’ultimo numero del programma, ma sono i primi. E sono sicuro che nessuno di voi lealmente mi potrà smentire.

Una voce: Bisogna parlare al Congresso.

SALVEMINI. Il suffragio universale l’avete messo nell’ordine del giorno per parata; ma alla vostra firma, in questo caso, date il valore che danno i creditori dell’Avanti! alla firma di quelle cambialette di cui abbiamo inteso parlare ieri (Viva ilarità). Ed è naturale che sia così; né ve ne accuso; errerei se ve ne accusassi.

Rigola aveva perfettamente ragione quando diceva: per noi, molto più del suffragio universale, vale l’indennità ai deputati. Nei paesi dove egli lavora, nel Biellese, per esempio, il suffragio universale esiste. Nell’Italia del Nord il primo passo è fatto; e ora si deve fare il secondo con la indennità ai deputati.

Io, se fossi stato in lui, molto probabilmente non avrei detto: vale più l’indennità; ma avrei detto: vale solo l’indennità. Perché non si può far paragone tra quello che vale, e quello che non vale più perché è posseduto.

Nel Nord sanno leggere e scrivere, se non tutti, quasi tutti i lavoratori. E non appena un operaio è entrato nella lega e ha cominciato ad avere il senso dei proprio interessi, fa presto a farsi iscrivere nella liste elettorali.

 

Suffragio universale e Mezzogiorno

Invece nell’Italia, con rispetto parlando, meridionale (Si ride) le cose sono molto diverse. Siccome legalmente il diritto elettorale è subordinato al saper leggere e scrivere, nell’Italia meridionale, dove l’enorme maggioranza dei lavoratori, dei contadini, non sa leggere e scrivere, il diritto elettorale è ristrettissimo; e la massa dei lavoratori è esclusa dalla legge elettorale attuale da ogni influenza politica.

Vi parlo di una questione che apparentemente non interessa voi, perché, come ho detto poco fa, ognuno sente i soli mali propri. Ma cerco di elevarvi al di sopra dei vostri interessi immediati; e vi richiamo ad osservare un problema che, in fondo, come vi spiegherò in seguito, è di interesse, non solo nostro, ma anche vostro.

Non solo da noi il diritto elettorale è ristrettissimo; ma in questi ultimi tempi sono diminuiti gli elettori. Perché la legge sullo sgravio delle imposte nella province meridionali, la quale ha diminuito di un terzo la tassa fondiaria ad ha abolito alcune tasse locali, ha prodotto per effetto che molti che prima erano elettori, perché pagavano 5 lire di imposta locale e 19 di imposta di Stato, pagando da ora in poi una tassa minore, hanno perduto il diritto elettorale. Cioè, mentre prima per essere elettori dovevano firmare una domanda stesa davanti al notaio, ora devono fare l’esame del componimento e del problema; quelli che erano iscritti nelle liste sono stati cancellati d’ufficio.

E cosi abbiamo che mentre nel Nord, in una città di 20.000 abitanti avete 2.000 elettori, nel Sud ne avremo al massimo 800, e mentre nel Nord voi vedete deputati eletti con 4 o 5.000 voti, del Sud ne vedrete di quelli eletti con 800 voti.

Una voce: Insegnate loro a scrivere! (Interruzioni)

SALVEMINI. Voi capite quale sia la posizione di una città dove ci sono pochissimi elettori, o di un collegio elettorale con pochi elettori.

Qualunque sia il numero di elettori, avete sempre nel corpo elettorale un certo numero di persone strettamente legate ad un partito, per convinzione, per interesse, per tanti altri motivi che comprendete, senza bisogno di spiegazioni; ed un altro certo numero strettamente legato, per le stesse ragioni, al partito contrario. Tra queste due masse salde, che nulla potrà scuotere – perchè non potete andare a dire ad uno: il vostro partito ha torto, quel partito che vi ha dato l’impiego che vi frutta sessanta lire al mese! – tra queste due masse stabili, compatte, che si fondano sulla convinzione sincera e sull’interesse personale, c’è la massa intermedia; ed è questo il terreno su cui lavorano i vari partiti per spostare la maggioranza. Quando la massa intermedia è scarsa, quando è di 150, di 200 elettori, la corruzione è facilissima. E facilissima diventa anche la prepotenza del Governo contro i partiti d’opposizione.

Nel momento delle elezioni, il Governo scatena la mala vita contro chi non vota per il deputato ministeriale; distribuisce favori ad impieghi; concede le grazie sovrane; largisce i porti d’arme; commette le più grandi infamie. E quella massa intermedia di 150 o 200 persone, nella quale basta spostarne una settantina per spostare la maggioranza, finisce sempre col passare dalla parte del Governo. Per questo vengono dal Mezzogiorno sempre deputati ministeriali! (Approvazioni).

Voi vantate, e noi vi invidiamo, le elezioni-protesta di Turati del 1898, del 1899 e del 1900. Ma in quel collegio c’erano 10.000 elettori, che non si potevano nè tutti corrompere, nè tutti intimidire, nè tutti irreggimentare. Se nel collegio di Turati ci fossero stati soli 1.000 elettori, iscritti, il Governo avrebbe lasciato votare liberamente i soli conservatori, avrebbe comprato un paio di centinaia di voti, avrebbe intimidito qualche centinaio di elettori socialisti; e le elezioni-protesta non sarebbero avvenute (Bene!).

Noi vi ammiriamo, noi vi invidiamo per la resistenza meravigliosa che hanno fatto i cittadini di Alessandria contro le prepotenze del commissario regio. Ma ad Alessandria non so quanti elettori ci siano; sono molti; là c’è una massa enorme…

Una voce: Sono quindici mila.

SALVEMINI… e in questa massa enorme di elettori il commissario regio può avere corrotte o intimidite cento, duecento, magari mille persone… (Interruzione) ma una massa di dieci mila non si può corrompere né intimidire tutta. Quei dieci, quei dodici mila elettori, che saranno sempre fuori di ogni possibile pressione, quelli, nel giorno delle elezioni, scenderanno in massa alle urne e sconvolgeranno ogni manovra di corruzione giolittiana!

Una voce: Ma via! qualche cosa c’è stato anche nell’Italia meridionale!

Altra voce: E ad Ariano?

SALVEMINI. Sento da un compagno meridionale che ad Ariano hanno saputo resistere. Ma da noi per resistere al Governo è necessario sprecare una quantità di energia molto maggiore che non nei paesi settentrionali; e le nostre vittorie sono rare e di breve durata.

E questo vi spiega quell’odio, direi quasi personale, che hanno i meridionali, non solo i socialisti, ma anche tutte le persone oneste, contro il Giolitti. Dal ’60 ad oggi abbiamo avuto molti ministri che hanno calpestato, corrotto l’Italia meridionale; ma nessuno ha così sistematicamente e cinicamente calpestato il nostro onore e la nostra dignità! (Benissimo! – Applausi).

Voi comprendete come, in questa condizione di cose, cioè con un Governo il quale fa le elezioni come gli pare e piace in grazia del ristretto suffragio, si formi quella catena di camorre che soffoca l’Italia meridionale; perché il deputato governativo fa proteggere dal prefetto la propria clientela nel Comune; la clientela del Comune fa eleggere il deputato governativo nelle elezioni; e il deputato, cosi eletto, va alla Camera a fare l’eterno ascaro ministeriale (Benissimo! – Applausi).

Una voce: Lo sapevamo!

SALVEMINI. Lo sapevate, ma non lo sentivate come lo sentiamo noi. E questo avviene indipendentemente dai partiti politici, e dalla bandiera sotto cui avvengono le elezioni.

Oggi avete camorristi monarchici, conservatori, giolittiani. Non nego che fra i deputati meridionali ci sia un certo numero di galantuomini…

Una voce: Ma sono molto pochi!

SALVEMINI. Domani avreste camorristi radicali, socialisti, repubblicani. Quando vi lamentate che dall’Italia meridionale non vengono deputati socialisti, avete torto! È una fortuna che non vengano; perché se venissero, da un ambiente come il nostro, vuol dire che nove volte su dieci avrebbero avuto bisogno di ottenere l’aiuto o la tolleranza del Governo. Non sarebbero perciò liberi nella loro azione, e discrediterebbero il Partito. E per questo bastano i deputati socialisti del Nord! (Viva Ilarità – Approvazioni).

Voi comprendete da questa spiegazione molto rapida, come chiunque voglia nell’Italia meridionale fare opera di rinnovamento, debba avvedersi ben presto che gli manca il terreno sotto i piedi, gli manca l’aria per respirare. In un paese, dove la classe proletaria non può esercitare nessuna influenza politica, essa si trova inceppata in tutte le maniere anche nell’azione economica.

Voi non potete fondare una lega di resistenza senza che il delegato, invitato dai proprietari e dal deputato, vi dia una quantità infinita di piccole noie. Non potete fondare una cooperativa di consumo, senza che gli esercenti incomincino subito, protetti dal deputato, a crearvi difficoltà, contravvenzioni, spreco di carta bollata, ecc. ecc. Non potete metter su una cooperativa di lavoro, senza urtare contro gli appaltatori e i gabellotti, cioè contro il deputato ed il delegato.

Solo il suffragio universale ci permetterà di introdurre nella vita politica e amministrativa la grande massa dei contadini, che non può aspirare agl’impieghi come l’avvocato, il medico, il professore, che vive nel proprio lavoro, giorno per giorno, e che diventando una forza politica, darà a noi il punto d’appoggio per lavorare. Fino a che non avremo il suffragio universale, tutti i nostri sforzi per rinnovare i nostri passi saranno assolutamente vani.

Una voce: Ma il suffragio universale già c’è (Interruzioni).

SALVEMINI. C’è sulla carta. E fino a quando non sarà divenuta una realtà, lo stesso scrutinio di lista, che il nostro amico Giolitti ci vuol regalare, sarà per noi un male. Perché esso spingerebbe le singole camorre collegiali a federarsi in leghe provinciali o interprovinciali, che si appoggerebbero a vicenda nelle elezioni e si scambierebbero i voti con una lista comune. E non si potrebbe più colpire una camorra senza che accorressero in suo aiuto le altre.

Noi meridionali non godiamo fra voi di buona fama. Se mettiamo da parte la retorica unitaria, cretina e umiliante per noi, è un fatto che voi poco ci stimate. I nostri paesi, però, non mancano di ottimi elementi; e quando noi siamo buoni, siamo buoni per davvero e sappiamo essere anche migliori di voi! (Ilarità). Solamente questi ottimi elementi, messi in un ambiente mefitico, sotto la campana pneumatica del suffragio ristretto, intristiscono e muoiono asfissiati.

Mettete un uomo della migliore volontà di questo mondo in ambiente disgraziato, circondato da difficoltà di ogni genere; egli lotterà per due anni, per tre anni; ma la vittoria sempre gli sfugge; alla fine l’esperienza gli dimostra che la vittoria è impossibile. Come volete che quest’uomo alla fine non si perda di coraggio? Bisognerebbe essere santi per vivere tutta una vita di sacrifici disperati; e anche il santo, alla fine, abbandona la vita del suo tempo e se ne va nel deserto. Ma chi deve rimanere nella vita civile, ben presto si scoraggia, e dallo scoramento alla depressione, e dalla depressione al tradimento è breve il passo (Vive approvazioni).

Voci: Ma no, ma no!

SALVENIMI. Io sono molto contento che in questo Congresso ci sia una grande quantità di gente che è sicura di non scoraggiarsi mai! (Si ride). Della necessità della conquista del suffragio universale, finora, il proletariato meridionale non si era reso conto esatto. Siccome non sono venuto qui a vedervi del fumo, così devo dire questa verità (Interruzioni).

Queste interruzioni sono assai sintomatiche e dimostrano che anche nel Partito socialista vi sono due Italie (Approvazioni).

A parole, facciamo sempre un grande spreco di solidarietà; ma quando la parte dell’Italia più misera, più sfinita, quella più degna di simpatia e di aiuto, chiede un atto di vera solidarietà, allora non trova che scherno e ostilità (Bene!).

Di chiedere il diritto di voto, ripeto, il proletariato finora non si è mai occupato. Posso dirlo io che da dieci anni sto battendo sul chiodo del suffragio universale, e fino a pochi anni fa non ho conchiuso nulla. E gli stessi socialisti meridionali non capivano neanche essi la importanza del suffragio universale. Però da qualche anno a questa parte le condizioni si sono profondamente mutate, assolutamente rivoluzionate (Breve ilarità). Vi riuscirà nuovo questo che vi dico, perché non conoscete l’Italia meridionale; di qui gli equivoci e quegli scoppi di ilarità inopportuni, dei quali si vergognerebbero quelli che li fanno, dopo conosciuto il vero stato delle cose (Bene!).

Dicevo, dunque, che in questi ultimi anni le condizioni si sono assolutamente rivoluzionate. Dopo svariati tentativi e molti brancolamenti nel vuoto, dei quali è inutile parlare, in alcuni regioni han cominciato a venir su organizzazioni di resistenza e di cooperazione.

Ed allora si ha questo fenomeno: che a Scaccia, per esempio, su 1500 contadini iscritti alla lega, se ne hanno soli 25 iscritti nelle liste elettorali. E questa lega – la quale economicamente è una potenza, la quale può esercitare una pressione immensa a cui nulla si può opporre, perché i contadini meridionali non sono come quelli del Nord sparpagliati per la campagna, ma vivono tutti agglomerati nei paesi e sono fuori della pressione e della influenza del prete che non li conosce neanche di nome, sono fuori della pressione diretta del padrone, che li assolda giorno per giorno, e hanno molti elementi psicologici comuni col proletariato industriale – questa massa di contadini, che può essere onnipotente, è esclusa dal voto politico e amministrativo; è sfruttata dalle camorre locali in quelle maniere, contro cui hanno protestato gli stessi conservatori settentrionali; è impedita nelle organizzazioni economiche; ha contro di sé tutti i poteri pubblici asserviti al deputato, il quale deputato è incrollabile (Interruzioni). Eh, sì! Il deputato è incrollabile e non ha paura di noi! Nel Nord il deputato conservatore è obbligato ad avere una certa prudenza; molte volte si  mette anche la maschera del democratico; si dà l’aria di esservi amico; ha paura delle elezioni. Ma il deputato meridionale, nelle elezioni, non ha paura che del Governo: i contadini, che non hanno voto, egli li mette sotto i piedi, li schiaccia e passa avanti. Questa è la situazione delle cose! (Commenti animati).

 

I beneficî dell’emigrazione

Dove non è ancora nata l’organizzazione economica, c’è un altro fatto, che negli ultimi anni ha sconvolto il vecchio ambiente: ed è l’emigrazione. Noi continuiamo a parlare dell’Italia meridionale, quale era quindici anni fa; mentre l’Italia meridionale di oggi è tutt’altra. Il contadino meridionale che va in America, negli Stati Uniti, e non ci va sempre, ma solo per pochi mesi e poi ritorna, là, nell’ambiente democratico degli Stati Uniti, non solo guadagna fior di quattrini, ma acquista una coscienza di cittadino, che prima non aveva. La prima cosa che fa il contadino meridionale è di scrivere alla moglie di mandare i figli alla scuola, perché capisce che cosa vuol dire saper leggere e scrivere. E ritorna a casa pieno di energia e con un senso di dignità che prima non aveva. Diceva un capitano di transatlantico, ed il discordo è caratteristico: dei vostri cittadini, quando vanno in America per la prima volta, ne facciamo quello che vogliamo; al ritorno non li tiene nessuno!

E noi abbiamo avuto in questi ultimi mesi il fenomeno veramente inaudito, incredibile, e di cui non hanno parlato i giornali, che il ministro Lacava, nel viaggio che sperava fosse trionfale fatto nelle Calabrie, è stato fischiato per tutti paesi ed è stato fischiato dagli «americani». È della gente che si è completamente trasformata. Ora questa gente vede il suo nemico; lo vede nel sindaco, nel Consiglio comunale, nel deputato; e lo vede tanto più facilmente in quanto nei nostri paesi il contadino nasce quasi con la coscienza di appartenere a una classe oppressa e sfruttata. Ebbene, questa gente non ha nessun modo per farsi sentire, perché è analfabeta e perciò priva del delitto elettorale.

Voi capite la situazione in cui si trova nel Mezzodì chi voglia iniziare un lavoro di rinnovamento legale; in cui si trovano in modo speciale i riformisti, cari al tuo cuore, o Turati! Noi dobbiamo parlare di riforme da conquistarsi con i mezzi legali, a della gente che non ha nessun mezzo legale per conquistarle! (Vivissime approvazioni).

E questo è il segreto del rivoluzionarismo dei socialisti meridionali. Non avendo altro da fare, fanno delle chiacchiere rivoluzionarie! (Bene! Bravo! – Interruzioni – Ilarietà).

Intendiamoci bene. Io vi ho detto che parlavo a nome dei socialisti meridionali; ma vi ho detto anche che i socialisti di tutte le tendenze si sono riuniti per darmi quest’incarico. Io parlo a nome di tutti, solo nelle linee fondamentali del mio discorso. Gli sviluppi secondari sono miei. Quando dico delle verità, è loro il merito; se dico delle sciocchezze, sono mie (Vivissima ilarità – Approvazioni).

Per noi meridionali, dunque, la conquista del suffragio universale è questione di vita o di morte. Voi direte che io esagero; ma nelle Puglie siamo forse alla vigilia di fatti gravissimi. Perché i contadini che si sono organizzati, questi contadini che hanno cominciato a muoversi, devono ben fare qualche cosa; sul terreno economico essi urtano molte volte contro proprietari che sono più miserabili di loro; sul terreno politico sono paralizzati del tutto dalla mancanza del voto; e noi non possiamo dare ad essi un obbiettivo preciso verso cui volgere i loro sforzi. Alla fine, perdono la pazienza, non ascoltano più nessuno, e ci travolgono. Vorrei essere falso profeta; ma temo che si sia alla vigilia di fatti molto gravi. Con questa differenza: che nel ’94, quando ci furono i moti di Sicilia, eravamo un po’ tutti sindacalisti, e applaudivamo a quelli che facevano gli sbarazzini, e mandammo ad essi la parola di solidarietà, e li difendemmo e li aiutammo; oggi siamo diventati, e dico siamo perché lo sono anche io, pratici; cominciamo a mettere pancia; diciamo che non bisogna scendere per le strade; e se nel Mezzodì avverrà qualche cosa, i nostri contadini non avranno neanche la consolazione di essere compatiti. Ma a questa classe rurale proletaria, che segue anche da noi quell’impulso facondo che spinge in tutto il mondo il proletariato rurale a prender posto accanto al proletariato industriale, a questa gente che vuol muoversi, ma non ha nessuna via legale di azione politica, come potete impedire di fare la sola azione politica che è possibile, dove non è possibile nessuna azione legale, di fare cioè la rivolta pazza, brutale, cieca, sciocca, imbecille, chiamatela come volete, ma che non può essere altrimenti che così? (Bene! – Bravo!).

Questo vi spiega perché per noi la questione del suffragio universale è fondamentale.

Il suffragio universale poteva essere un sogno teorico dieci anni fa; oggi è una necessità; e se non risolviamo questo problema, siamo sicuri che tutto il lavoro fatto finora andrà in isfacelo.

Ma voi questa questione non la sentite. Non è colpa vostra e noi non abbiamo motivo di accusarvene. L’ha detto anche Marx, che non è il nostro modo di pensare che determina il modo di essere, ma il modo di essere che determina il modo di pensare. Sono le condizioni in cui viviamo che determinano la nostra mentalità; e le vostre condizioni sono troppo diverse delle nostre perché voi possiate facilmente comprendere la nostra mentalità.

 

Per ottenere le riforme

Voi ci tenete ad essere uomini pratici. È avvenuto in voi un fenomeno curiosissimo: per reazione, contro il bagolonismo frasaiuolo dei rivoluzionari – qui parla il riformista, non il rappresentante dei meridionali – voi, che avete nel vostro cuore una fonte immensa di idealità e tutta la vostra vita testimonia per voi, voi siete passati ad un eccesso contrario. Le belle parole e i bei gesti vi trovano sospettosi e scettici. Quando vi si invita a un’opera buona, voi v’impennate: volete prima fare il conto, volete prima sapere quanto ci guadagnerà il proletariato! Così le vostre parole molte volte vi incatenano, e vi impediscono di guardare fuori di voi stessi. E credete così di essere pratici. Permettetemi un’insolenza amichevole: non siete pratici, amici miei, siete miopi (Ilarità vivissima).

Perché non credo che voi le riforme del vostro programma speriate di ottenerle per decreto reale, dopo fatta una visitina a Sua Maestà! Suppongo che voi le riforme le volete chiedere al Parlamento; e perché il Parlamento voti una riforma, è necessario che la maggioranza sia favorevole alle vostre idee. Ora, come sperate avere nel Parlamento una maggioranza su cui possiate influire, fino a quando contro la massa democratica settentrionale ci sarà la permanente coalizione dei conservatori del Nord e dei deputati meridionali?

Voi avete una palla di piombo al piede, che vi impedisce di camminare. Fino a quando l’Italia meridionale non manderà alla Camera che deputati conservatori e ministeriali, voi sarete come il gatto che cerca di acchiappare la propria coda, e gira attorno a sé stesso e non l’acchiappa mai! (Viva ilarità).

CHIESA. Qualche volta si!

SALVEMINI. Si, ma subito dopo la perde!

Voi volete l’abolizione del dazio sul grano. Ma quest’abolizione non sarà combattuta solo dai latifondisti meridionali e dai deputati agenti dei latifondisti meridionali, che formano quasi la metà della Camera. Essa sarà combattuta anche dagli industriali settentrionali. C’è un contratto tra latifondisti del Sud e industriali del Nord! Gli industriali del Nord danno ai meridionali il dazio sul grano; e questi permettono a quelli di mungere l’altra mammella del proletariato, col protezionismo industriale.

Come sperate di rompere questa catena? Anche ammesso che voi nel Nord abbiate la maggioranza, e resti contro voi nei vostri paesi una minoranza conservatrice, questa minoranza vostra, unità all’unanimità reazionaria dei nostri deputati, riescirà sempre a schiacciarvi. Come romperete questo blocco immane? Come le farete le riforme? Sperate forse che i deputati conservatori del Settentrione e del Mezzogiorno, intenerito dall’amico Giolitti, facciano una nuova notte del 4 agosto e rinuncino ai loro privilegi? In questo caso io vi pregherei, per essere conseguenti, a voler mettere sotto aceto la formula della lotta di classe. Oppure, non volendo abbandonare in nessun modo il metodo della lotta di classe, che è il nucleo del marxismo, il centro del socialismo, ma vedendo la sterilità della lotta legale, nelle condizioni attuali, intendete accettare gli scioperi generali, l’azione diretta, la ginnastica rivoluzionaria?

In questo senso, caro Turati, il riformismo, l’evoluzionismo, il perbenismo, me li saluta lei? (Ilarità vivissima e prolungata).

E lo stesso potrei dire per le riforme scolastiche, per le riforme sociali, per tutte le altre riforme da voi domandate. Nello stato attuale delle cose, non c’è nulla che voi possiate seriamente ottenere. E se è vero che le conquiste le deve fare il proletariato con le sue forze, come potete sperare di compiere queste conquiste in un paese dove una buona parte del proletariato è esclusa da ogni diritto elettorale? (Interruzioni).

Mi affretto alla conclusione. Desidero fare agli amici della Confederazione del lavoro una domanda molto precisa, a cui spero daranno precisa risposta. Io leggo nel vostro ordine del giorno che volete la riforma scolastica. Cabrini saprà bene che ci vogliono 60 milioni di aumento del bilancio.

Una voce: Meno.

SALVEMINI. Se dite di meno, vuol dire che non ve ne intendete! Voi volete anche abolire il dazio sul grano; sono, per lo meno, 30 milioni all’anno di diminuzione di entrate.

Una voce: Di più.

SALVEMINI. Molti di più! Non importa. E arriviamo a 90 milioni. Volete anche altre riforme, che richiederanno altri quattrini. Ora io spero che gli amici della Confederazione del lavoro e del Partito socialista, che hanno aderito al loro ordine del giorno, mi spieghino dove sperano di trovare tanti denari. La Camera attuale ha già votato delle spese militari e tante altre ne ha impegnate per l’avvenire, che non solo non c’è più nessun avanzo di bilancio, ma, come dichiarano ormai tutti gli economisti, anche i più ottimisti, noi andiamo incontro al disavanzo.

Voi parlate della necessità di combattere ogni aumento di spese militari. Ma avete chiuso la stalla dopo scappati i buoi! Parlare di non aumentare le spese militari, ora non serve a nulla, per il semplice fatto che già sono state aumentate, e già si è determinato il disavanzo. E, anche quando voi correggeste questa parte del vostro ordine del giorno, affermando la necessità di chiedere la diminuzione delle spese militari, il problema rimarrebbe sempre molto grave, andrebbe impostato diversamente che sul vecchio antimilitarismo equivoco e frasaiolo; e ci vorrebbe molto tempo per vincere questa battaglia, almeno tanto quanto ce ne vorrebbe per conquistare il suffragio universale.

Ora, con quali intenzioni voi parlate di riforme? Promettete agli operai riforme della cui possibilità pratica siete sicuri? Oppure parlare di riforme solo per fare proseliti, per tener caldo l’ambiente, per avere una piattaforma elettorale? Non vi pare che sia giunta l’ora di metterci finalmente sul serio a fare i riformisti, cioè a non promettere riforme che non si possono attuare?

Questa domanda io la faccio precisa e netta a te, Turati. Tu, che hai sempre dato esempio di sincerità, spero che risponderai chiaramente su questo punto, salvo il caso che, da quando sei stato ribattezzato e cresimato e riammesso nel Partito, insieme ai tuoi Gruppi autonomi, tu non sia diventato euguale a tutti gli altri… (Si ride – Qualche applauso).

Voci: Basta, basta!Taglia, taglia!

SALVEMINI. Termino il mio discorso. Ma se dopo di me verrà qui della gente a portare argomenti contro il suffragio universale, sarà questo un vero e proprio atto di slealtà, dopo che si è impedito a me di mostrare che quegli argomenti non hanno base.

Voci: Parli, parli!

SALVEMINI. Mi preme solo fare due dichiarazioni. Anzitutto, voglio smentire quel giornale che ha stampato che nell’adunanza dei socialisti meridionali fu deliberato di fare dell’ostruzionismo contro qualunque proposta non fosse quella del suffragio universale. Forse il giornalista non ha capito le informazioni avute. Può anche essere che l’informatore abbia capito male quel che si disse nell’adunanza. Di gente che non capisce ce n’è sempre, anche tra i meridionali (Si ride – Interruzioni).

Una voce: Finisci il discorso. Non sciupare l’effetto.

SALVEMINI. Io non sono venuto qui a cercare l’effetto, ma a sostenere una tesi di verità! (Bravissimo! – Applausi). Avete perduto tanto tempo a dire corbellerie sull’Avanti!, mentre ci volevano quattrini: ora avete il dovere di ascoltare me (Interruzioni – Rumori vivissimi).

L’altra dichiarazione che sento il dovere di fare è che noi non vi promettiamo che, appena ottenuto il suffragio universale, l’Italia meridionale da un momento all’altro si rinnoverà. Il suffragio universale non sarà che il principio del cambiamento. Se lo conquistiamo oggi, il cambiamento sarà completo tra venti anni; se lo conquistiamo tra venti anni, il cambiamento sarà completo tra quaranta.

È questo il solo aiuto che noi vi chiediamo. Non ve ne chiediamo altri. Finora, nei nostri congressi, abbiamo assistito spesso a spettacoli che a me, meridionale, hanno fatto umiliazione e dolore. Sono stati continui e noiosi i lamenti dei meridionali perché i socialisti del Settentrione non si occupavano di loro. Io spero che i meridionali non ripeteranno più queste lamentele! Quando i socialisti del Settentrione cominciarono a costituire il Partito socialista, non andarono a chiedere l’aiuto dei tedeschi o dei giapponesi; fecero da sé. E anche noi dobbiamo fare da noi! (Rumori vivissimi).

Una voce: Le condizioni sono differenti.

SALVEMINI. Le condizioni sono sempre uguali, quando si ha voglia di lavorare e il senso geloso della propria dignità.

Noi speriamo di non chiedervi più quattrini, perché è umiliante questo dover chiedere, questo dover pitoccare. Ma vi chiediamo una solidarietà che avete il dovere di darci, che vi costerà qualche sacrificio, che vi obbligherà, lo riconosciamo, ad andar dai vostri operai a dir loro: abbiate pazienza, aspettate, non è questo il momento per chiedere la soddisfazione dei vostri bisogni immediati. Ma questo sacrificio avere il dovere di farlo; perché siete socialisti; perché per voi non deve esistere solo la parte del proletariato più evoluta e più potente; deve esistere anche la parte più arretrata, quella che ha bisogno del vostro aiuto! Questa solidarietà voi potete darcela, voi dovete darcela. Ed è il solo aiuto degno di uomini liberi: aiutateci a diventar liberi; il resto lo faremo noi! (Bene! Bravo! – Applausi vivissimi).

E così ho finito. E dichiaro che presenterò un ordine del giorno in questo senso, il quale è firmato da trentaquattro compagni meridionali. Erano trentatré, ma il numero non mi piaceva, ed ho chiesto un’altra firma… (Si ride).

La tattica elettorale

Ed ora vi prego di consentirmi un altro minuto solo perché possa dire una parola sulla tattica. Noi ci troviamo di fronte a tre proposte: quella dei blocchi, quella d’intransigenza assoluta, e quella dell’autonomia. Per me, tanto la proposta dei blocchi quanto quella dell’intransigenza non rispondono bene alla necessità del Partito, perché entrambe assolute. Come sarebbe una sciocchezza e forse una cattiva azione rompere il blocco a Firenze, è stata una cattiva azione farlo a Roma. Però io credo che la semplice affermazione dell’autonomia non basti. Al principio dell’autonomia è necessario aggiungere non un obbligo, non un impegno assoluto, ma un consiglio a molti che sono incerti. E il consiglio dev’essere, che, oggi come oggi, quando non vi sieno argomenti sicuri, veramente chiari, evidenti, per fare il blocco, è bene seguire la tattica intransigente. Oggi come oggi, l’intransigenza deve essere la regola; la transigenza, l’eccezione. Troppo a lungo ci siamo confusi con gli altri. Ci è necessario un periodo di raccoglimento per ritrovare un poco noi stessi, dopo tanti sbalzi, dopo tanti errori, dopo tante aberrazioni.

Avrei parlato anche più a lungo se mi aveste lasciato parlare. Non vi ringrazio perciò se mi avete ascoltato a lungo. Siamo pari (Ilarità – Benissimo! Bravo! – Applausi vivissimi e prolungati).

 

Seguito alla discussione generale sulla direttiva politica ed economica del Partito

 

SALVEMINI. È una dichiarazione, che credo indispensabile e che avrei fatto ieri nel mio discorso sviluppandola largamente, ma che faccio invece oggi, non potendone fare a meno. Vedo qui, in uno degli ordini del giorno, che è fatto obbligo alla Direzione d’iniziare subito un’agitazione per il suffragio universale, coordinando tutte le altre agitazioni speciali che via via crederà necessarie. Questo punto fondamentale contiene una pregiudiziale. In altri termini, vuol dire questo: teniamo immensamente all’agitazione per il suffragio universale, ma non crediamo con questo che si debbano trascurare le altre agitazioni economiche e politiche che sono energicamente richieste dalle condizioni del Nord.

Bisogna tener desta questa agitazione e non bisogna dimenticare di far conoscere agli operai che tutte le riforme, come quella della scuola, l’abolizione del dazio sul grano, ecc., non potranno conseguirsi, o molto difficilmente, se non si ha il suffragio universale. Insomma ci divideremo il lavoro in questo modo: Voi parlate, per esempio, dell’abolizione del dazio sul grano e del suffragio universale; noi del Mezzogiorno parleremo del suffragio universale.. (Rumori – Interruzioni)

PRESIDENTE. Prima volete che parlino, poi non volete ascoltarli. Se si fa così fin da adesso, che cosa succederà più tardi?

Voci: Se lo ha detto già ieri!