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La “rivoluzione passiva”: sul ruolo delle masse nel moto risorgimentale

Written by Giuseppe Vacca Tuesday, 19 April 2011 15:46 Print

Lo scritto di Togliatti che pubblichiamo qui di seguito è il testo, riveduto dall’autore, di una conferenza tenuta a Torino per un ciclo di sette lezioni intitolate “Il Risorgimento e noi”, organizzato dal Circolo della Resistenza, dall’Unione culturale (Amici del Museo del Risorgimento) e da La Consulta.

Per la miglior intelligenza del testo, può essere utile tener presente il contesto dell’intero ciclo, così come fu concepito dalle tre associazioni culturali che ne presero l’iniziativa. Nel presentare il programma del corso, Franco Antonicelli, allora presidente del Circolo della Resistenza, proponeva di tornare, dopo le celebrazioni del Centenario dell’Unità, a rivolgere lo sguardo al Risorgimento «con animo “politico” e con riflessione “storica”», «perché – diceva – lì sappiamo di trovare l’origine di molti problemi che ancora ci assillano e attendono risposte e soluzioni». I temi che venivano proposti ai conferenzieri erano stati scelti «come problemi che ci portano nel cuore dell’età presente» e così indicati: «Quale l’essenza dello Stato creato dal Risorgimento? Come venne formata una classe dirigente? E perché la differenza tra paese legale e paese reale? Come si attuò, e attraverso quale profonda crisi, il passaggio dallo Stato borghese allo Stato democratico? Quale peso hanno avuto nella nostra storia di cento anni i cattolici e le classi popolari, la cui presenza attiva nel Risorgimento è stata considerata scarsa, o incerta, o contrastare al moto generale?».

A Togliatti fu assegnato il tema Le classi popolari. La sua conferenza si sarebbe dovuta tenere il 12 marzo, ma fu invece rinviata per motivi vari e si tenne il 13 aprile 1962 a chiusura del ciclo. Costituendo una riflessione sul modo in cui s’era compiuta l’Unità d’Italia, lo scritto di Togliatti ci sembra fra i testi più alti sul nostro Risorgimento prodotti da un leader politico dell’Italia repubblicana.

La conferenza venne pubblicata da Ernesto Ragionieri nel numero 3 della rivista “Studi Storici”, nel 1964, subito dopo la morte di Togliatti.


Le classi popolari nel Risorgimento

Palmiro Togliatti

Debbo chiedere scusa, prima di tutto, se ben tre volte – ora, per le necessità del lavoro politico parlamentare, ora per condizioni di salute – sono stato costretto a spostare la data di questa mia conversazione. E voglio anche ringraziare, non soltanto chi mi ha così pazientemente atteso, ma soprattutto chi ha voluto affidare a me la trattazione di uno dei temi di questo corso sulla storia del nostro Risorgimento.

Ampio e non facile è l’argomento che mi è stato affidato e che riguarda la parte che nel Risorgimento spettò alle classi popolari. Non facile soprattutto per me. Io non sono, per professione, studioso di storia. Modestamente, nell’ambito delle lotte del giorno d’oggi e di un grande movimento democratico e popolare, sono soltanto un politico. Riflettendo, però, alla scelta che è stata fatta, sono giunto alla conclusione che forse proprio per questo motivo e forse anche non senza una certa malizia, l’attenzione dell’amico Antonicelli si sia fermata proprio sul mio nome.

L’argomento è di quelli che vengono detti, abitualmente, di fondo.

Investe la sostanza dei processi della storia. Nell’indagine di questi processi costringe a mettere in primo piano, obbligatoriamente, la situazione e il rapporto sociale. Il ricercatore si trova quindi faccia a faccia con i problemi non più soltanto, in generale, della ideologia e della lotta politica; ma del rapporto dell’uomo con i beni concreti di questa terra, e con i problemi della proprietà, dunque, della produzione e del modo di vivere, cioè del benessere e della miseria, della lotta per il pane e del permanente adoprarsi delle masse umane per vivere meglio, per viver come uomini, e non come bestie da soma, o come servi, o come automi davanti a una macchina. Problemi veramente di fondo, come si vede.

Ora sembra a me – ma è una osservazione generale che faccio, senza singoli riferimenti concreti – che agli specialisti della indagine e della esposizione storica riesce più facile, alle volte, eludere la sostanza di queste questioni, accumulando, – com’è loto dovere, del resto, – gli elementi descrittivi, la narrazione distesa degli avvenimenti di maggiore rilievo, – le battaglie, la diplomazia, i trattati, le Costituzioni – che sono così numerose e importanti quando si tratta di un secolo e più di storia, oppure fornendoci le più particolareggiate e interessanti documentazioni circa i pensieri e intendimenti degli uomini più in vista del movimento risorgimentale. Si ha così, come risultato, un grande quadro multicolore, talora persino di grande valore artistico, che ci mostra, a grandi linee, come sono andate le cose. Se però vi chiedete, alla fine, perché le cose sono andate proprio così e non in altro modo, non trovate una risposta che vi soddisfi, oppure trovate risposte parziali, inadeguate. I motivi di fondo dello sviluppo storico, quelli che hanno determinato la logica interna di questo sviluppo, non risultano evidenti. Sentite il bisogno di una ricerca nuova, che scenda più a fondo e che gli stessi propositi e le azioni dei grandi e ufficiali protagonisti della storia riesca a mettere in contatto con le spinte più elementari, che sono state sentite dalla massa degli uomini semplici e li hanno guidati, od ostacolati, o frenati nella azione. Se lo storico può, spesso, prescindere da questa ricerca o darla per scontata, il politico, invece, proprio queste cose chiede all’indagine storica.

L’interesse del politico è, quindi, per lo più, alquanto diverso da quello dello storico di professione; diverso il suo metodo di accostarsi ai fatti, di valutarne la natura e il senso, e quindi anche di collegarli gli uni con gli altri, secondo una logica che non sia ad essi estranea, ma interiore. È questo vale anche naturalmente, per il giudizio sugli uomini.

Ma quale è la fonte di questa diversità di posizioni? Credo debba cercarsi, se non esclusivamente, per lo meno quasi esclusivamente nel fatto che il politico, per la sua stessa natura, cerca sempre e non può non cercare nella storia del passato la storia, cioè la realtà, del presente. Soltanto per il politico ogni storia è sempre e veramente storia contemporanea. Per questo la sua mente è volta prevalentemente a comprendere i nessi di necessità storica, la logica interna degli avvenimenti. È volta a comprendere perché sono state compiute nel processo storico, da parte di coloro che lo hanno ispirato e diretto, determinate scelte; a comprendere il modo come queste scelte sono state decisive per gli sviluppi futuri e quindi come si trovino in esse le radici della nostra condizione attuale, dei problemi che urgono nel momento presente, che non sono ancora stati risolti, ma debbono esserlo e lo saranno, sulla base di scelte nuove, di nuovi movimenti, di nuove lotte, in cui si sostanzia il progresso delle società umane.

Né mi si obietti che secondo questa visione lo studio della storia perda il suo carattere obiettivo e scientifico per diventare pura ricerca pratica e polemica politica attuale. Ciò che importa è precisamente che la scoperta dei mezzi di necessità storica, delle scelte sociali e politiche e del loro manifestarsi e realizzarsi nell’azione sia fatta sulla base di fatti provati, non di induzioni che abbiano la loro radice esclusivamente o prevalentemente nella ideologia, nel pur legittimo desiderio di esaltare o criticare l’«opera dei padri», oppure di dare al presente e agli esponenti suoi quei quarti di nobiltà cui essi aspirano. Che poi da una considerazione dei fatti storici quale noi auspichiamo possano discendere e anzi inevitabilmente discendano indicazioni e motivi di azione attuali, è ciò che non si potrà mai evitare, a meno di voler negare ciò che è evidente per lo stesso senso comune, e cioè che nel presente è insito sempre il passato.


Se scrivere storia significa fare storia del presente, è grande libro di storia quello che nel presente aiuta le forze in isviluppo a divenire più consapevoli di se stesse e quindi più concretamente attive e fattive
[1].


Questo ci ha lasciato scritto Antonio Gramsci, e precisamente in un capitolo dell’opera sua dove egli conduce una efficacissima lotta su due fronti, da un lato contro la esaltazione agiografica, «untuosa», priva di senso critico, estrinseca e di parata del Risorgimento come preteso trionfo della concezione liberale dello Stato sul piano non soltanto nazionale, ma persino europeo; dall’altra parte contro le cosiddette interpretazioni, diciamo così, eretiche del moto risorgimentale. Anche queste egli le criticava e respingeva, nella sostanza, pur accogliendo gli elementi reali, di fatto, che alcune di esse ponevano in evidenza. E le respingeva per il prevalere in esse di una forzatura ideologica e politica, che non consentiva più di giudicare rettamente quali sono stati i compiti che le grandi correnti politiche del nostro Ottocento hanno avuto davanti a sé, si sono proposte e hanno cercato di realizzare e quale è stato, quindi, il positivo dell’azione loro, quali i limiti e quali i risultati veri.

Questa polemica sul Risorgimento ha riempito di sé, per decenni, la nostra storiografia. Essa si è anche riaccesa, di recente, in occasione delle celebrazioni che hanno avuto luogo negli ultimi anni. Accanto al revisionismo ora democratico ora nazionalistico della vecchia visione ed esaltazione agiografica è così venuto alla luce con maggiore baldanza che nel passato un revisionismo cattolico. Questo ha certamente contribuito a gettare maggior luce su alcuni problemi tutt’altro che privi di importanza, non è riuscito però a nasconder di essere la storiografia per lo meno di un tentativo di restaurazione clericale. Noi non ci addentreremo nei particolari di questo dibattito, dal quale però non possiamo del tutto prescindere, perché è assai strettamente legato al tema stesso che dobbiamo trattare.

Ci interessa anzitutto precisare la fonte di questa tendenza a rivedere e respingere i vecchi giudizi sul Risorgimento come grande rivoluzione nazionale, liberale, tendenzialmente democratica, persino. Essa è da cercare, semplicemente, nel modo come vengono alla luce e si affacciano e impongono alla attenzione e alla coscienza della nazione una serie di problemi nuovi. La evoluzione economica e il movimento delle masse operaie, contadine e del ceto medio rende acuti, a un certo momento, questi problemi, ma la riflessione critica agevolmente rivela che le radici del loro acutizzarsi debbono essere trovate nel passato più lontano, e precisamente in ciò che era avvenuto nel corso delle battaglie per l’unità e per l’indipendenza, nel modo come queste battaglie erano state impostate e condotte, e si erano risolte.

La vecchia agiografia risorgimentale, quale, secondo i miei ricordi, veniva insegnata nelle scuole attorno al 1900, non era cosa del tutto cattiva. Se si prescinde dai raccontini deamicisiani, dai motti storici, – mai pronunciati, del resto, – di Vittorio Emanuele e dai suoi baffi monumentali, essa conservava una tinta di anticlericalismo, che non guastava. Non è che insegnasse, per carità, a bestemmiare, ma inculcava nella coscienza del cittadino una nozione dello Stato, della vita civile e della loro autonomia, che era cosa positiva. Oggi, purtroppo, questa nozione si è per gran parte perduta. I problemi sociali, però, e la stessa considerazione delle condizioni di vita e di lavoro, di produzione e di benessere della grande massa dei cittadini, esulavano da qualsiasi considerazione. A chi affrontasse questi problemi, spingendo a fondo lo sguardo e l’indagine, lo Stato unitario e nazionale, di cui si affermavano la funzione storica e l’autonomia, appariva invece privo di vera unità, disarticolato, nel suo intimo, in una parte – il Settentrione – che era andata avanti e una parte – il Mezzogiorno e le Isole – che vegetava nella miseria e nell’abbandono. Appariva inoltre minacciato di continuo dalla negazione preconcetta di una massa clericale, da una parte, e dall’altra parte da una rivolta non sempre latente di plebi urbane e campagnuole e del proletariato di recente formazione.

Questa situazione profondamente contraddittoria esiste già nei primi decenni dopo la proclamazione, nel 1861, dell’unità, e il passaggio del potere dalla destra alla sinistra contribuisce a renderla anche più evidente e più sentita, per la delusione che a questo passaggio ha fatto seguito.


… Il marasma in cui si trova il Paese non è dovuto al regime parlamentare (che rende solo pubblico e notorio ciò che prima rimaneva nascosto o dava luogo a pubblicazioni clandestine libellistiche), ma alla debolezza e inconsistenza organica della classe dirigente e alla grande miseria e arretratezza del paese. Politicamente la situazione è assurda: a destra stanno i clericali, il partito del Sillabo, che nega in tronco tutta la civiltà moderna e boicotta lo Stato legale, non solo impedendo che si costituisca un vasto partito conservatore ma mantenendo il paese sotto l’impressione della precarietà e insicurezza del nuovo Stato unitario: nel centro stanno tutte le gamme liberali, dai moderati ai repubblicani, sui quali operano tutti i ricordi degli odi del tempo delle lotte e che si dilaniano implacabilmente; a sinistra il paese, misero, arretrato, analfabeta, esprime in forma sporadica, discontinua, isterica, una serie di tendenze sovversive-anarcoidi, senza consistenza e indirizzo politico concreto, che mantengono uno stato febbrile senza avvenire costruttivo
[2].


Da questa situazione oggettiva che si protrasse, senza troppi cambiamenti, sin dopo il 1900, la crisi della storiografia ufficiale doveva inevitabilmente sorgere e sorse, difatti, non appena, dopo alcuni decenni dileguò il pericolo di una restaurazione, mentre si formava ed estendeva la coscienza che il nuovo Stato era nazionale e indipendente, sì, come aggregato e unità etnica, ma gli mancavano le qualità di uno Stato che veramente, per l’adesione delle masse lavoratrici, potesse chiamarsi nazionale, popolare e democratico.

Piero Gobetti, partendo dalla concezione di quello che egli chiamava un liberalismo rivoluzionario, dette di questa critica la formulazione più incisiva, definendo il Risorgimento una rivoluzione fallita. Ora a me pare che questa definizione puramente negativa non possa venire accettata o, per lo meno, debba essere soggetta a un attento esame critico, per ricavarne quel tanto di verità che possa contenere. Lo stesso Gramsci non l’accettò mai. L’errore consiste nella contrapposizione astratta tra ciò che avvenne, in Italia, nel corso del secolo passato e che portò alla formazione dello Stato unitario, e ciò che sarebbe potuto o dovuto avvenire, secondo uno schema ideologico e storico preconcetto, di cui non si esamina se corrispondesse alla situazione di quel tempo, se ne esistessero le condizioni di realizzabilità nei rapporti oggettivi, nello stato della pubblica opinione e della coscienza anche solo di una consapevole avanguardia. È lo stesso errore che rende inaccettabile le considerazioni con le quali Alessandro Manzoni confrontava ciò che era avvenuto in Francia nel 1789 e negli anni successivi e ciò che era avvenuto in Italia nel 1859, per concludere che solo in Italia vi era stata una vera rivoluzione, mentre in Francia si erano calpestate le sacre norme tradizionali del diritto pubblico, si erano scatenate inammissibili passioni, e il risultato di quel grande movimento, quindi, doveva essere respinto.

Si compié dunque in Italia, nel corso del secolo decimonono, una rivoluzione oppure no? La risposta deve essere data tenendo conto di due elementi. Prima di tutto ed essenzialmente, del modo come si sono trasformati i rapporti economici oggettivi e i rapporti sociali foggiati sopra di essi. Parallelamente poi, occorre esaminare quale è stata e quale carattere ha avuto, nei diversi decenni, e particolarmente nei momenti di crisi acuta, la partecipazione al movimento della massa dei cittadini e in primo luogo dei lavoratori della città e delle campagne.

Orbene, non si può negare che abbiano pienamente ragione quegli storici i quali affermano che ebbe luogo in Italia, nell’Ottocento «un rivolgimento – cito da uno scritto di Corrado Barbagallo – degli interni rapporti politici e anche degli interni rapporti sociali». All’inizio del secolo era predominante, come forza economica, la proprietà terriera aristocratica e di tipo feudale. È vero che gli ordinamenti feudali avevano subìto forti menomazioni e rotture nell’età dei Comuni e delle Signorie; dal Cinquecento in poi, però, si era compiuto un opposto processo di ritorno ai rapporti più arretrati di proprietà e conduzione della terra. Nuclei di borghesia incominciavano appena a formarsi, nelle città e nelle campagne, prima dell’epoca napoleonica, e in misura e in forme diverse da una regione all’altra. Alla fine del processo di creazione dello Stato unitario il quadro è capovolto. L’aristocrazia terriera, già respinta indietro dalle riforme prenapoleoniche e poi particolarmente da quelle del periodo napoleonico e dallo sviluppo politico ed economico successivo, non è più il ceto dominante. Essa ha cercato con il ceto borghese, anche di tendenze avanzate, un accordo che le consentisse di conservare una posizione di predominio; ma questo accordo, tanto in Piemonte quanto in Lombardia e nel Mezzogiorno, ha subìto prima e durante il 1848, una seria crisi, mentre nei successivi decenni si creano le condizioni di nuovo blocco storico, alla base del quale vi è sempre un compromesso fra i ceti proprietari e conservatori sia della campagna che della città, ma la parte dirigente spetta in modo via via sempre più evidente alla classe borghese. Negare che questo mutamento, corrispondente a quello analogo compiutosi contemporaneamente in gran parte del resto dell’Europa, abbia un profondo contenuto di trasformazione economica e sociale, non si può.

A questo devesi aggiungere un’altra considerazione di grande importanza, ed è che per l’esistenza del blocco storico prerisorgimentale era determinante la presenza in Italia di una forza armata non nazionale, straniera. Questa circostanza portava inevitabilmente a dare una impronta non nazionale a tutti o quasi tutti i centri del potere e particolarmente a quelli che più direttamente poggiavano su questa forza straniera. Assumeva quindi una impronta nazionale e perciò, in una certa misura, anche popolare, qualsiasi movimento, qualsiasi corrente politica, qualsiasi iniziativa che portasse a una lotta contro questi centri di potere. Questo spiega perché poté diventare popolare la dinastia piemontese che non era di origine straniera, e perché la sua conquista di un regno italiano poté apparire impresa nazionale. Questo serve inoltre a spiegare perché vi poté essere in Italia, dopo la disfatta del 1848-49, una così potente ripresa del movimento, tanto che gli stessi sconfitti del Quarantotto e Quarantanove, poterono diventare gli «esecutori testamentari della rivoluzione». Il processo di formazione dello Stato unitario fu quindi profondamente diverso da quello che si ebbe in Germania, e diverso appunto per la evidente e insistente presenza di un momento di adesione e commozione popolare, di origine nazionale.

Una lunga esperienza storica e politica ci ha mostrato che il sentimento nazionale è sempre presente nell’animo dei popoli, anche nelle società economicamente arretrate. Da questo fatto non si deve mai prescindere nei giudizi sul Risorgimento. La presenza di un sentimento nazionale determina, nel corso di tutte le lotte risorgimentali, un certo grado di adesione delle masse popolari all’impresa che si stava compiendo. Furono piuttosto i gruppi dirigenti che non seppero in modo giusto far leva su questo sentimento nazionale e sull’odio per lo straniero per creare una unità di forze popolari assai più ampia, più profonda e più efficiente di quella che esistette nei diversi momenti della lotta per la creazione di uno Stato unitario e indipendente.

Se infatti, dopo avere constatato la realtà storica di una profonda trasformazione dei rapporti interni economici e politici, si cerca di rispondere alla seconda domanda, se cioè vi fu al movimento per l’indipendenza nazionale una tale adesione di masse popolari e in tali forme per cui quel movimento possa davvero essere considerato come una rivoluzione, la prima osservazione da farsi è che nessuno ha dimostrato né si può dimostrare che non esistesse questa possibilità. Al contrario, sono numerose le circostanze di fatto in base alle quali si può concludere che questa possibilità esisteva. Non era una fatalità della storia che il risorgimento nazionale si potesse operare solo per merito delle classi colte. La cosa diventò storicamente necessaria solo perché le classi colte italiane erano quelle particolari classi colte, avevano quelle particolari caratteristiche, che le resero incapaci di muoversi in modo diverso da come si mossero e quindi limitarono oppure resero vana la efficacia della loro azione.


Merito di una classe colta, perché sua funzione storica, è quello di dirigere le masse popolari e svilupparne gli elementi progressivi; se la classe colta non è stata capace di adempiere alla sua formazione, non deve parlarsi di merito, ma di demerito, cioè di immaturità e debolezza
[3].


Nel giudicare la parte che le masse popolari ebbero nel Risorgimento non bisogna quindi mai limitarsi alla narrazione dei fatti, ma considerarli secondo due visuali, una che va dal basso verso l’alto e una dall’alto verso il basso. Vi è cioè il momento della spontaneità e il momento della direzione, che si esprime, in forme dirette e in forme indirette, ora come stimolo e guida all’azione per obiettivi rivoluzionari, ora come remora o persino stimolo e guida a un’azione che va nella direzione precisamente opposta.

È evidente che uno scarsissimo valore deve essere attribuito, come indice di una adesione e partecipazione di masse al processo di creazione dello Stato unitario, ai plebisciti. Prima di tutto per lo scarsissimo numero dei votanti (nel 1860 gli iscritti nelle liste elettorali non erano più dell’1,92 per cento!); ma anche per altri motivi.

Nei plebisciti mancava, di fatto, l’alternativa. Che poteva significare il voto negativo, in Lombardia, per esempio, dopo la guerra e dopo Villafranca? E in Sicilia e nel Mezzogiorno, dopo le vittorie di Garibaldi e l’arrivo a Napoli del generale Cialdini? Tornare indietro non si poteva. Avevano già deciso le armi e la politica, e quanto a una terza via, di una Costituente o di una Repubblica, essa era esclusa dal modo stesso come si poneva il quesito.

Mi si consenta inoltre di fare un’altra osservazione, forse priva di valore, ma che ha un interesse per lo meno di curiosità.

Nella iconografia del Risorgimento è facile trovare le stampe che riproducono la scena del plebiscito, col popolo che accorre alle urne. E le urne sono sempre due, una per il «sì», l’altra per il «no». Vuol dire questo che il voto fu palese? La cosa non sarebbe strana, se si ricorda che al voto segreto si giunse molto tardi persino in Inghilterra; il valore del plebiscito ne risulterebbe però molto ridotto.

A questo punto, ciò che occorre, per conoscere quale fu veramente l’adesione delle classi popolari al moto risorgimentale, è di fissare l’attenzione su alcuni momenti culminanti nel corso del secolo in cui di fece l’unità, e attorno ad essi concentrare il ragionamento. E precisamente, i punti di interesse decisivo sono il periodo napoleonico, il Quarantotto e il Sessanta.

Per il periodo napoleonico, che è senz’altro da considerare una tappa del nostro Risorgimento, è opinione diffusa e anche documentata che le masse popolari resistettero e furono all’opposizione di quel tanto di progresso nazionale che in quel periodo si realizzò. Meglio però sarebbe dire che in quel periodo la società italiana subì una profonda frattura, nella quale già si ritrovano, ora in germe, ora ben manifesti, elementi opposti e contraddittori, che saranno caratteristici di tutto lo sviluppo successivo. E la frattura è così profonda che assume l’aspetto, in alcune regioni, particolarmente meridionali, di una vera guerra civile tra differenti strati e ceti sociali, e quindi tra città e città o tra città e campagne, a seconda della prevalenza dell’uno o dell’altro di questi ceti.

In generale, sappiamo che la masse popolari non fecero propri gli entusiasmi giacobini di una parte importante del ceto medio cittadino e non prestarono fede ai proclami di Napoleone e dei suoi generali. Ciò non vuol dire che non ci si adunasse e non si applaudisse quando si piantavano gli alberi della libertà e che non circolasse – nel Mezzogiorno, per esempio – la parola d’ordine «vogliamo fare come i francesi». Risulta, però, che la avanzata delle armate napoleoniche urtò contro una resistenza popolare, per la maggior parte diretta dal clero, e di cui si hanno esempi che impressionano.

A Pavia, nel maggio del 1796, una insurrezione popolare cittadina pose in gravi difficoltà le truppe francesi, che dovettero riconquistare la città casa per casa. Era a capo del movimento un maestro muratore. In Romagna, esplosioni di collera popolare contro queste truppe furono dirette da artigiani di varia qualifica. La sanguinosa rivolta della Pasqua, a Verona, vide scatenate le masse popolari, sotto la direzione di ecclesiastici e di gente semplice. In tutte le province del Centro e del Mezzogiorno, i rapporti dei comandanti francesi segnalano che le maggiori difficoltà vennero loro non dalle truppe regolari dei vecchi Stati, ma dalla resistenza spontanea od organizzata in forma primitiva da masse popolari, alla testa delle quali stavano sacerdoti, qualche aristocratico e improvvisati capipopolo. Anche in Piemonte, dopo la capitolazione della monarchia, la lotta continuò nelle valli di montagna, spontaneamente. A tutti è noto, infine, il grande episodio napoletano, quando il generale che guidava le truppe vittoriose di Napoleone fu tenuto in sacco dalla lotta armata dei più bassi strati popolari e costretto a trattar la pace col capo dell’insurrezione.

Quale giudizio dare di questo quadro di avvenimenti, caratteristici di un momento così importante della nostra storia? Non si può certamente considerare «nazionale» e «patriottico» l’animo dei popolani che presero le armi contro i francesi, e non patriottico l’atteggiamento di coloro che aderirono ai regimi repubblicani sorti dopo l’invasione; tanto più che nella lotta contro gli eserciti napoleonici furono schierati e gli inglesi di Nelson e i russi di Suvorov, che non erano certo forze nazionali italiane. La lotta delle masse popolari esprime in questo caso un momento di inerzia storica, di adesione non ragionata ai vecchi ordinamenti, di cui segnala una notevole capacità di resistenza. Per spezzare questa inerzia sarebbe stato necessario che fossero emersi, ad opera di un ceto intellettuale di avanguardia, problemi tali, per risolvere i quali le masse popolari fossero spinte a rompere le inveterate abitudini di soggezione e a cercare cose nuove. Né può stupire la parte avuta dai sacerdoti. Si deve ammettere che i preti erano, nella società italiana del Settecento, il solo ceto intellettuale, legato al popolo assai più di quanto non lo fossero gli scrittori illuministi o di tendenze riformatrici. I preti non somministravano soltanto i sacramenti. Insegnavano. Raccoglievano elemosine. Organizzavano quel tanto di assistenza che allora esisteva. Erano presenti negli ospedali. Talora prendevano la difesa del povero contro soprusi dei ricchi.

Per l’illuminismo italiano del Settecento il periodo napoleonico fu una prova d’esame, da cui risultò che assai scarse erano le sue radici nelle masse popolari. È giusto studiare a fondo e apprezzare le correnti del pensiero illuminista e riformatore di quel periodo. Non giusto però sarebbe ritenere che quel pensiero abbia avuto una grande efficacia per determinare negli strati popolari nuovi orientamenti ideali e pratici, per mettere in crisi nelle masse del popolo il vecchio tessuto ideologico della Controriforma. In questo la differenza tra il nostro Paese e la Francia fu assai profonda. È stato messo in luce come, nei decenni che precedettero la rivoluzione, gli scritti dei «philosophes» non erano soltanto diffusi nell’alta società dei letterati, ma in tutto il popolo, attraverso una strana rete di venditori ambulanti, che li portavano, talora in edizioni clandestine, città per città, villaggio per villaggio, quasi casa per casa. La letteratura illuministica italiana ebbe del resto sempre un carattere aristocratico, lontano dal suscitare immediate reazioni di sentimento popolare. Il punto di partenza è sempre molto astratto e il punto di arrivo è, in ultima analisi, l’ideale di un governo paternalistico, di un «retto governo», attuato da un «buon principe». Interminabile è il dibattito sul modo come la felicità comune e il bene pubblico possano o non possano risultare dalla somma del bene dei singoli. Puramente giuridica e filosofica è però la trattazione, di rado direttamente politica. Vi sono eccezioni notevoli e punte di pensiero avanzato. Si giunge (con Cesare Beccaria, con Melchiorre Gioia) ad affrontare l’esistenza di una «volontà generale» e anche di una «sovranità popolare»come diritto naturale inalienabile. Il Verri proclama la necessità di diminuire la miseria. Il Filangieri giunge a sostenere che ad ogni cittadino debbono essere assicurate, sempre, almeno alcune ore di lavoro giornaliero. D’altra parte, il legame tra l’ordine, le leggi e la proprietà è per tutti qualcosa di incrollabile: le leggi sono fatte, dirà il Cuoco, per difendere i proprietari.

Interessa però sottolineare come, in tutta questa elaborazione di pensiero, che per lo più è lontana dall’affrontare i problemi reali della vita economica e sociale di quel tempo, una questione, quella della terra, attiri l’attenzione di un gruppo di scrittori del Mezzogiorno. La decomposizione degli ordinamenti rendeva acuta questa questione in tutto il Paese: nel Nord, in Lombardia particolarmente, per l’inizio di trasformazioni che tendevano a dar vita a una proprietà di nuovo tipo, capitalistica; nel Sud perché il possesso della terra era la sola forma di ricchezza visibile. E dal gruppo di scrittori cui ho accennato (Filangieri, Genovesi, Longano, Palmieri, ecc.) sorge la precisa richiesta che la terra venga data ai contadini. Come mai gli agricoltori del nostro regno, – dice un opuscolo anonimo del periodo prenapoleonico, – possono coltivare e perfezionare l’agricoltura se non sono essi in veruna parte i proprietari della terra? «Date, o Sire, – è la conclusione, – le terre ai vostri popoli». «Si vuol migliorare la campagna? Facciamo prima che i contadini si persuadano di lavorare per sé e per i loro figli». «Si obblighi colui che misura il suo vasto dominio con l’orizzonte a farne partecipe qualche indigente che non sa dove impiegare le sue braccia». «Si restituisca una volta alla gente di campagna la campagna e si liberi delle vessazioni di uomini oziosi, avidi e inutili» [4].

Questo richiamo alla acutezza con cui si poneva e veniva veduto, alla fine del Settecento, il problema della terra, vale come argomento decisivo contro coloro i quali, in polemica contro le analisi marxiste e contro le posizioni sostenute da Antonio Gramsci, negano questa realtà. Attorno al problema della terra è accesa una lotta alla quale partecipano diversi gruppi sociali, le masse contadine miserabili, da un lato, dall’altro lato non soltanto la vecchia proprietà feudale coi suoi diritti e contratti tradizionali, ma una nuova proprietà non coltivatrice in formazione, a favore della quale giocano anche determinate misure legislative, fiscali, ecc. Di qui il carattere confuso e tumultuoso della lotta nelle campagne, dove la collera popolare contadina si scatena, in forme spesso sanguinose, ora contro la vecchia aristocrazia terriera, ora invece contro la proprietà del nuovo ceto dei «galantuomini», in una paradossale alleanza con il ceto reazionario feudale. La parola d’ordine del «fare come i francesi» non può, in queste condizioni, trovare una coerente applicazione lineare. Né questa è soltanto la situazione delle campagne meridionali. A Reggio Emilia, dove pure erano stati piantati tra l’entusiasmo popolare gli alberi della libertà e in una grande assemblea era nato il tricolore nostro nazionale, nel 1797 la municipalità avvertiva il Comitato di governo «che li contadini di Cavriago, Cella ed altre Ville si sono armati e uniti a centinaia… e che così ammutinati vanno reclutando per via onde portarsi a Reggio per ottenere con la forza della Municipalità la distruzione dei livelli e affitti» [5].

La questione agraria è all’ordine del giorno, e in primo piano, già in queste prime tappe del nostro Risorgimento.

Vorrei ora che brevemente vedessimo quale era, mentre si preparano ed aprono le tappe successive, la posizione del ceto più coltivato verso le classi popolari, che vivevano, allora, in uno stato di endemica miseria. Il quadro è serio e deludente. Rivela una frattura sociale profonda, che avrà una decisiva efficacia su tutti gli sviluppi politici.

Nel Settecento un poeta, forse il solo grande poeta popolare italiano, il Parini, conosce la vita dura del popolo, ne esprime la protesta contro la prepotenza dei signori. È un filone che non continua, che non riesce a rompere la inveterata altezzosità aristocratica. Ecco come parla del popolo, alla fine del periodo napoleonico, non so se per delusione o per disperazione, Ugo Foscolo: «Quanto alla plebe, – dice, – non accade parlarne; e in qualunque governo le basta un aratro o il modo d’aver del pane, un sacerdote, e un carnefice; e si deve lasciare in pace; perché, per quanto santa sia la ragione che la sommuove, ogni suo moto finisce in rapine, in sangue, in delitti; e com’ella si è avveduta della sua forza, è difficile renderla debole». Non parliamo dell’Alfieri, che tuona contro la «plebe viziosa ignuda, tremante serva e servilmente cruda», che «le corrotte cittadi ingombra e parte». E si tratta di due profeti del nostro Risorgimento. Certo è che essi esprimevano, con asprezza e violenza, se si vuole, una posizione spregiativa che era generale. «Nelle riunioni degli operai, – scrive Costanza d’Azeglio con una critica volta non ai reazionari, ma ai liberali e ai democratici, – non si sanno vedere che mani annerire e gente che si agita senza capire. Si crede che gridi per il gusto di gridare, ma è gente che sa avere educazione, pensieri generosi, parole sensate. Sono i nostri che non sanno vedere nulla»[6]. Anche nei gruppi più avanzati, che organizzavano le società segrete nazionali, era completa la diffidenza e preclusione verso gli uomini che venivano detti della plebe. Coi fratelli Bandiera vi era un solo popolano, il loro attendente. Nelle organizzazioni mazziniane, solo dopo il 1853 viene data la direttiva di far entrare un operaio in ogni gruppo clandestino.

Il problema dell’orientamento delle masse popolari è più sentito, e tanto più vivamente quanto più ci si avvicina al nodo del 1848. Ne fornisce la prova l’ondata, che si diffonde in tutto il Paese, di stampa rivolta al lavoratori, al popolo. Sorgono e si moltiplicano le letture «popolari», «di famiglia», i «musei popolari», gli almanacchi, le enciclopedie e numerosi giornali, alcuni con testate molto espressive (vi è «Il Facchino», «Il Povero», «Il Lavoratore» e così via) e diffusi in tutte le regioni. È il filone sul quale si innesterà, poi, la stampa popolare mazziniana. Il contenuto e il tono sono però esclusivamente filantropici e paternalistici. Angelo Brofferio protesterà contro questo tono, ma egli stesso non riuscirà a staccarsene. Un esempio gridante ci è dato dal primo numero dell’Operaio, giornale mazziniano che uscì a Milano nel 1848. «Cari fratelli del popolo, – si dice nella sua prima pagina, – educarvi alla moralità e alla eguaglianza è il nostro impegno». Forse che alla moralità e alla eguaglianza erano già educate le classi ricche? Vi è qui più che una traccia del vecchio dispregio per la plebe.

Via via che ci si avvicina al ’48 prende però sempre maggior parte, anche in questa stampa, la confutazione delle dottrine socialistiche e comunistiche. L’appello di Mazzini agli operai, del 1841, già ne è pieno. Si nota però, in questo campo, una evoluzione.

Un trattatelo Delle idee comuniste e dei mezzi di combatterne lo sviluppo venne scritto in francese, prima del ’48, dal marchese Gustavo di Cavour e pubblicato nel 1855, da un editore Galimberti di Cuneo, attribuendolo al fratello conte Camillo, che del resto non protestò mai contro la falsa paternità[7]. Lo scritto può leggersi ancora oggi con interesse. Parte della constatazione che esiste un conflitto tra il diritto di proprietà, sul quale riposa l’ordine sociale tutto intiero, e il diritto ai mezzi di esistenza, che non si debbano rifiutare a nessun uomo vivente. È un conflitto tra l’ordine sociale e un principio di moralità cristiana e anche aristotelica. Tutto il dibattito è sul modo come si possano conciliare questi due diritti. La conclusione è che la conciliazione è impossibile, perché se si cerca di dare soddisfazione al diritto all’esistenza, che tutti gli uomini hanno, si deve procedere a una profonda riforma dell’ordinamento sociale e questa profonda riforma fa crollare l’ordine costituito. Si giunge quindi a una confusione tra il fatto e il diritto, che è quella che i comunisti fanno, perché sono stati educati dalla filosofia hegeliana dell’identità. La soluzione che egli dà alla fine è che bisogna difendere l’ordine costituito, diffondendo sane dottrine morali, filosofiche, economiche e in pari tempo fare opera di filantropia. Come vedete, è un anticomunismo non ancora virulento. L’autore respinge apertamente l’idea che l’avanzata del socialismo sia da considerarsi una avanzata di barbari.

Nello stesso primo numero del «Risorgimento», in uno scritto dedicato a questi problemi, Camillo Cavour così si esprime: «Pronti a combattere tutto ciò che potrebbe sconvolgere l’ordine sociale dichiariamo però di considerare stretto dovere della società il consacrare parte delle ricchezze che si vanno accumulando col progredire del tempo al miglioramento delle condizioni morali e materiali delle classi inferiori». Dà come esempio l’Inghilterra, dove sarebbero «in gran pregio le sorti delle classi popolari… gran problema sociale che altri pretenderebbe sciogliere con sovversioni tremende e rovine spaventose».

Questo scritto è del dicembre 1847. Meno di un anno dopo, nel giugno ’48, dopo le giornate di sangue di Parigi, ben diverso è il tono nel quale lo stesso Cavour esalta la repressione feroce:


Si trattava infatti di salvare, – dice, – l’ordine sociale da una distruzione assoluta, di serbare intatti i sacrosanti princìpi della famiglia e della proprietà, minacciati dal socialismo e dall’anarchia; di preservare la civiltà moderna da una invasione i barbari. E non si trattava della Francia sola…


In realtà, un vero movimento socialista e comunista, in Italia, allora, non si può dire che esistesse. Vi era una influenza di idee sansimoniane, di un giacobinismo di sinistra e di un generico umanitarismo sociale, che si faceva sentire in alcuni centri, particolarmente della Toscana e in alcuni nuclei di società segrete. Vi erano alcuni scrittori e agitatori di sinistra che risentivano di questa influenza. Non risulta, però, che esistesse un nesso tra queste generiche tendenze a una riforma degli ordinamenti sociali e le proteste e i movimenti di lavoratori che scoppiarono numerosi, negli anni immediatamente precedenti il ’48, soprattutto in relazione con la crisi dell’economia, il crollo dei prezzi agrari, la chiusura di aziende industriali, la mancanza di lavoro e la cresciuta miseria.

Nel Mezzogiorno e in Sicilia, poi, è vero che si parlava generalmente di comunismo e di comunisti, ma in senso del tutto particolare.


Nei moti del 1848, – ci spiega Vincenzo Padula, – gli ufficiali del governo davano ai liberali il nome di teste riscaldate; ma i borbonici della mia provincia per crescerne le reità gli appellarono fochisti e comunisti. E io e mille altri con me fummo accusati e perseguitati come tali, e i comunisti vi erano davvero; ma (e veggasi di grazia la scellerata confusione di nomi e d’idee!) eglino non volevano altro che rivendicare ai Comuni le vaste tenute usurpate dai grandi proprietari, che non avevano lasciato all’infinita turba dei braccianti un palmo di terra che potessero coltivare.


Ciò non toglie che a partire dal ’48 la campagna anticomunista si scateni con incredibile asprezza. Modello degli scritti dedicati ad alimentarla si può considerare la nota Storia del comunismo o Confutazione istorica delle utopie socialiste scritta da Alfredo Sudre e premiata nel 1849 dall’Accademia di Francia[8]. È un miserevole ma presuntuoso libello, dove si pretende fare la storia delle idee comunistiche risalendo a lontane sette precristiane e alle più diverse eresie, e la polemica è condotta sul tono del truculento e del grottesco. Su una linea analoga si muove il Ragionamento del comunismo e del socialismo, di Antonio Rosmini, anch’esso insignito di premio, dall’Accademia dei Risorgenti di Osimo. Lo stesso Rosmini, però, verrà accusato di diffondere dottrine che portano ad aberrazioni di tipo comunista, in un voluminoso saggio intorno alle dottrine socialistiche, pubblicato a Torino nel 1851 e dovuto a un conte Emiliano Avogadro della Motta. E così si va avanti, sino a che il Sillabo di Pio IX condannerà insieme, nel suo paragrafo quarto, «Socialismo, Comunismo, Società secrete, Società bibliche e Società clerico-liberali». Non vi è uomo politico della destra che non si associ alla agitazione anticomunista e non mancano di associarvisi gli uomini della sinistra. Anche quando non si approfondisce la polemica, un motivo ritorna con insistenza, ed è che i comunisti vogliono una «legge agraria» per la spartizione delle terre. In questo modo viene a galla il problema di fondo di tutto quel periodo storico.

Una testimonianza preziosa, su questo nesso di problemi, ce la fornisce il più originale e tra i più grandi nostri scrittori dell’Ottocento, Ippolito Nievo. Egli è il solo dei combattenti per l’indipendenza che pone al centro, e con asprezza, il rapporto con le masse contadine. «Se ne togliete le poche popolazioni industriali (che sono eccezioni in Italia), – osserva – la grande maggioranza della nazione illetterata, il volgo campagnuolo segue svogliato il processo delle menti più elevate». Nel ’59, tra 60 mila volontari, poche decine i contadini. E non per ignoranza o dappocaggine, ché nel 1847 scendevano a dimostrare uniti campagnuoli e cittadini; né per colpa del «socialismo», perché «questa lebbra ultra-montana non ha ancora fatto breccia tra le popolazioni rurali italiane». Le cause sono più profonde e così egli le tratteggia:


Il popolo illetterato della campagne abborre da noi, popolo addottrinato delle città italiane, perché la nostra storia di guerre fratricide, di servitù continua e di gare municipali, gli vietò quell’assetto economico che risponde presso molte altre nazioni ai suoi più stretti bisogni. Esso diffida di noi perché ci vede solo vestiti coll’autorità del padrone, armati di diritti eccedenti, irragionevoli, spesso arbitrari e dannosi a noi stessi. Non crede a noi perché avvezzo a udire dalle nostre bocche accuse di malizia, di rapacia, che la sua coscienza sa essere false e ingiuste… Vendica con l’indifferenza alla nostra chiamata la nostra stessa indifferenza delle sue piaghe secolari. E quell’abborrimento, quella diffidenza, quella divisione d’interesse diventarono in lui e sono abitudine, secondo natura, mano a mano che nei nostri proverbi, nei nostri libri, nei nostri costumi si rassodavano, si maturavano quelle abitudini di sprezzo, di tirannia, di noncuranza per le sue credenze, pei suoi costumi, per la sua condizione. Vergogna per la nazione più esclusivamente agricola di tutta Europa, ch’ella abbia formulato contro la parte più vitale di se stessa il codice più ingiusto, la satira più violenta che si possa immaginare dal malvagio talento di un nemico.

 

Per riparare a questa situazione sarebbe stata necessaria una «fusione del volgo campagnuolo nel gran partito liberale». Allo scopo di ottenerla, le soluzioni che il Nievo propone sono le solite di tipo conservatore; alla soluzione rivoluzionaria, che era di affrontare la questione della terra e risolverla, dirà Gramsci, così come fecero i giacobini, egli non arriva [9].

La crisi del 1848-49, che è il secondo nodo storico sul quale bisogna fermare l’attenzione, si apre però, a differenza del periodo napoleonico, non con una frattura, ma con una grande unità di forze nazionali, che confluiscono in un movimento generale, pur essendo spinte da motivi e stimoli diversi. Le masse popolari non sono assenti, tutt’altro. Sono presenti, con la loro protesta per le dure condizioni economiche, tanto in centri cittadini, quanto nelle zone agricole, nella Lombardia, nel Modenese, in Romagna, in Toscana e giù giù fino al Mezzogiorno continentale e alla Sicilia. Si contano in tutti gli Stati parecchie decine di scioperi e tumulti. Si ha qualche caso di occupazione delle terre. Nel Cosentino si narra che un popolano venisse proclamato re, col compito di ripartire la terra. Dappertutto si grida «Abbasso i ricchi!», ma si aggiunge «Viva Pio IX! Viva l’Italia!» Si ha cioè, diremmo oggi, il quadro dell’inserirsi in un movimento nazionale di rivendicazioni economiche popolari. La reazione delle classi elevate è di paura, di panico e, quindi, di rottura dell’unità presentatasi all’inizio. Prevalgono motivi e interessi di ordine sociale, ideologico, dinastico, economico immediato: l’unità di sfalda. Le masse popolari, insoddisfatte e respinte, rifluiscono, particolarmente nelle campagne, verso posizioni reazionarie. Vi sono campagne lombarde dove si grida «Viva Radetzky!» Contadini del Veneto danno aiuto all’esercito austriaco contro quello piemontese. Le popolazioni agricole delle Marche sono, di fatto, ribelli alle autorità della Repubblica romana. Lo stesso Garibaldi, nella sua leggendaria marcia da Roma all’Adriatico, urta contro il malanimo e l’opposizione dei contadini. In questo modo operava la frattura apertasi, nel corso stesso del movimento, tra le masse popolari e i gruppi dirigenti.

Storicamente esatto è, in proposito, il giudizio di Antonio Gramsci:


«L’Italia farà da sé» fu la parola d’ordine piemontese del ’48, ma volle dire la sconfitta disastrosa. La politica incerta, ambigua, timida e nello stesso tempo avventata dei partiti di destra piemontesi fu la cagione principale della sconfitta; essi furono di una astuzia meschina, essi furono la causa del ritirarsi degli eserciti degli altri Stati italiani, napoletani e romani, per aver troppo presto mostrato di volere l’espansione piemontese e non una confederazione italiana; essi non favorirono, ma osteggiarono, il movimento dei volontari; essi, insomma, volevano che solo armati vittoriosi fossero i generali piemontesi inetti al comando di una guerra tanto difficile. L’assenza di una politica popolare fu disastrosa: i contadini lombardi e veneti arruolati dall’Austria furono uno degli strumenti più efficaci per soffocare la rivoluzione di Vienna e quindi anche italiana; per i contadini il moto del Lombardo-Veneto era una cosa di signori e di studenti come il moto viennese. Mentre i partiti nazionali avrebbero dovuto, con la loro politica, determinare o aiutare il disgregamento dell’impero austriaco, con la loro inerzia ottennero che i reggimenti italiani fossero uno dei migliori puntelli della reazione austriaca […] La politica della destra del ’48 ritardò la unificazione della penisola di alcuni decenni
[10].


Altrettanto caratteristiche, per la dimostrazione che sto perseguendo, sono le vicende del 1860. La manovra dinastica era stata spezzata, a Villafranca. La direzione del movimento si sposta e le forze democratiche prendono esse stesse, energicamente, la iniziativa, con la spedizione garibaldina. Al contenuto nazionale («Italia e Vittorio Emanuele») e radicale («Roma o morte») viene unito, dall’inizio, un elemento economico e sociale. I primi decreti di Garibaldi prevedono infatti la riduzione del dazio sul grano, la soppressione del macinato e la divisione delle terre demaniali. È un colpo di folgore. Il movimento contadino scoppia in tutta la Sicilia e prende forme radicali, violente, sanguinose. È la guerra dei «berretti» contro i «cappelli» che si scatena. Ippolito Nievo parla di «bande composte da briganti che fanno la guerra al governo per poterla fare ai proprietari». E aggiunge: «Noi dobbiamo farla da carabinieri contro i nostri alleati di ieri». Il panico si impadronisce del ceto borghese, che esige la repressione. E la repressione viene esercitata.

È noto l’episodio di Bronte, dove esisteva la famosa «ducea» dei Nelson, feudo concesso dai Borboni alla famiglia dell’ammiraglio inglese per i servizi da questo ricevuti. Tradizionale era la lotta tra i «comunisti», che rivendicavano la divisione delle terre comunali, e i ducali. Scoppia l’insurrezione, si incendiano gli archivi, sono distrutte alcune case, invase le terre, uccisi alcuni ducali. Garibaldi, su proposta di Crispi, invia Nino Bixio, che esercita una repressione spietata. Cinque fucilazioni, decine e decine di arresti e l’inizio di un processo, che si chiuderà nel ‘63 con 37 condannati all’ergastolo, tra i quali un prete.

La ducea di Bronte, è bene ricordare, affidata, sotto il fascismo, a un ente di riforma agraria, fu rivendicata dagli inglesi e restituita al loro sbarco in Sicilia. Essa esiste tuttora, perché il decreto di scorporo, che la colpì, anni or sono, è tuttora contestato davanti a un tribunale [11].

La repressione di Bronte segnò, naturalmente, una svolta. E la repressione fu accompagnata, prima in Sicilia, poi in Calabria, dalla insistente offensiva dei pretesti, dei cavilli, delle contestazioni giuridiche, ecc. per svuotare i decreti di Garibaldi, caso per caso, del loro contenuto e lasciare i contadini insoddisfatti, più malcontenti di prima.

Dopo questa grande fiammata siciliana il movimento contadino si spegne, oppure si riaccende nella forma ribellistica del brigantaggio, delle sporadiche violenze locali. Sembra spegnersi in tutto il Paese, in pari tempo, la partecipazione delle masse popolari agli ultimi episodi della lotta per l’unità. Non vi è reazione popolare ad Aspromonte. Il popolo di Roma non si muove mentre i garibaldini eroicamente si sacrificano a Villa Glori. Torino insorge, ma contro il governo, per non perdere il rango di capitale. Ritiratisi i francesi da Roma, si aspetta la liberazione e l’unificazione dal generale Cadorna e da Vittorio Emanuele.

L’ala democratica non disponeva né di uno Stato, né di una dinastia e nemmeno, quindi, di un esercito regolare. La forza, tanto politica quanto militare, poteva venirle solo da una generale adesione di masse popolari, tale che consentisse una «guerra di popolo». Ma guerra di popolo, secondo lo stesso Mazzini, doveva essere una guerra «nella quale si dica al popolo: la causa per che qui si combatte è la tua: tuo sarà il premio della vittoria; tuoi devono essere gli sforzi per ottenerla». Ma al popolo, e prima di tutto al lavoratori della terra che premevano per risolvere un solo fondamentale problema, chi era in grado di sostenere coi fatti questo discorso? Il sopravvento dei moderati era dunque nelle cose. La funzione avuta dal Piemonte si può ammettere che fu una «conquista». Fu però anche una necessità della storia.

Il Piemonte stesso, d’altra parte, non era una società priva di contraddizioni interne. Anch’esso aveva una classe subalterna misera, di contadini, da cui usciva la massa dei soldati. Piemontese e discendente di contadini poveri di zona montagnosa, non condivido, per giudizi che ho potuto raccogliere dalla bocca dei vecchi che rievocavano, nei loro racconti, le guerre dei Risorgimento, le opinioni correnti sugli entusiasmi dei soldati piemontesi. Le guerre erano maledette. Al campo, – lo dice la stessa D’Azeglio, – non si mangiava che polenta. Nelle file si cantava una canzone triste, strana:

 

Oh mi – diceva – che mal di stomi
Chi sa quando mi paserà

Mi paserà stasera
Al ciair de la candeila
Mi paserà domani
Davanti al capitani…

 

Lo stesso Duca di Genova, in un rapporto sulla prima guerra di indipendenza, confessa che «soldati e ufficiali andarono a combattere per una causa contraria del tutto ai principî nei quali erano stati allevati». Non è per un caso che un Giovanni Sabbione, della tendenza del Brofferio, proponesse al Parlamento subalpino che ai contadini che andavano a fare il soldato venissero distribuiti appezzamenti di terra tolti dai benefici dell’economato e dai fondi comunali.

Nei ceti dirigenti, ciò che ebbe importanza fu il graduale sopravvento dei gruppi borghesi sui vecchi gruppi di pura aristocrazia di corte. Nell’aver sollecitato e favorito questo spostamento sta la vera originalità della politica di Cavour. L’intuizione che la causa del Piemonte fosse legata agli eventi europei proveniva da vecchi motivi della politica sabauda. Anche del ritardo nell’aderire alla causa dell’unità non si può fare a Cavour, che fu l’uomo di questa politica, troppo grave carico. L’importante sta nell’aver compreso che il nuovo Stato, qualunque ne fosse poi la estensione, doveva sorgere su una struttura economica diversa, – su una struttura borghese. In questo sta l’unità vera del pensiero e dell’azione di Cavour, dallo scritto sulle ferrovie, alla sua politica commerciale, alle sue iniziative agricole e alle stesse sue speculazioni finanziarie. Egli è, in Italia, il primo ministro di una Stato borghese, il che lo distingue dai D’Azeglio, dai Balbo, e dai molti altri, in cui si avverte ancora il notabile di una decrepita corte di provincia. E il modello piemontese non poteva non imporsi a tutto il resto del Paese perché era un passo avanti, in sostanza, ma particolarmente perché offriva un terreno di collaborazione e di unità a tutti coloro che, fossero di destra o di sinistra, si erano decisamente opposti oppure si erano tirati indietro, di fronte alla necessità di affrontare i problemi che erano decisivi per un progresso economico delle grandi masse lavoratrici. Il conte di Cavour aveva previsto questa unità fin dal suo studio sulle ferrovie, che è del 1846:

 

Se l’ordine fosse veramente minacciato, – scrive, – se i grandi principî su cui esso riposa corressero un reale pericolo si vedrebbe – ne siamo persuasi – una gran parte dei ribelli più decisi, dei repubblicani più spinti presentarsi nelle file del partito conservatore.

 

Ci è ora aperta la via alla comprensione del pensiero di Antonio Gramsci circa la storia del nostro Risorgimento e la sua storiografia. La originalità di questo pensiero sta nel fatto che, posto al centro il problema del rapporto con le masse contadine, egli rivolge il fuoco della sua critica non contro l’ala moderata, ma contro i democratici e il partito d’azione. I moderati, bene o male, avevano raggiunto il loro obiettivo; i democratici avevano trascurato e respinto quella via seguendo la quale avrebbero conquistato una ben diversa posizione alla testa di tutto il movimento. Questo pensiero di Gramsci è stato travisato, secondo un metodo che è abituale nelle polemiche contro il marxismo. Lo si è ridotto a uno schema astratto, dicendo che per Gramsci tutto il Risorgimento non fu che una rivoluzione agraria mancata. Gramsci non poteva fare e non fece un’affermazione simile. Egli si limita a costatare quali erano i problemi sociali aperti e acuti; quali erano, di conseguenza, le possibilità di adesione delle masse al movimento nazionale e quale, invece, fu la realtà. Questa indagine lo guida a definire la natura e le funzioni dei gruppi dirigenti, sia moderati che democratici, e a determinare quindi con esattezza il carattere della formazione nazionale e statale che fu il risultato della loro azione. Egli stesso, del resto, indica quali erano le condizioni che in Francia avevano reso possibile la soluzione giacobina e come queste condizioni non esistessero più nell’Europa dell’Ottocento e in particolare in Italia. Le possibilità di un ampio moto contadino esistevano, però, e la mancata utilizzazione di esse dà una decisiva impronta a tutto il periodo storico e pesa in modo determinante su tutti gli sviluppi successivi.

Rosario Romeo, storico i valore, che ha esposto nel modo più ordinato queste critiche al pensiero di Gramsci, aggiunge un altro argomento, col quale cade però egli stesso in una sorta economicismo volgare e superficiale. La mancata soluzione del problema della terra sarebbe stato il solo mezzo che rendesse possibile, attraverso lo sfruttamento di sterminate masse contadine, una accumulazione e quindi lo sviluppo del capitalismo. In questo modo il fatto viene idealizzato e anche lo sviluppo economico diventa oleografico. Scompaiono i contrasti, le difficoltà e soprattutto scompare la scelta compiuta dai ceti dirigenti davanti alle questioni che sorgevano dalle necessità stesse di esistenza delle grandi masse lavoratrici.

Il pensiero di Gramsci ci guida invece a riconoscere quale fu la vera natura del blocco storico risorgimentale, fondamento del nuovo Stato, risultante della combinazione di una volontà (della destra) con una incapacità (della sinistra). In questa combinazione era latente una collaborazione, che si attuò, alla sommità del nuovo Stato, con la politica trasformista. Le due ali avevano agito entrambe, infatti, per fare del Risorgimento una «rivoluzione passiva», cioè una rivoluzione senza rivoluzione, senza quel decisivo e continuo apporto del movimento delle masse che non consente di fermarsi e spinge alle trasformazioni più profonde.

Il nuovo Stato sorse quindi con quella struttura che gli conosciamo, privo di unità interiore, spezzato in due per il contrasto drammatico tra il Settentrione e il Mezzogiorno, minacciato dalla rivolta delle masse, insidiato dalla esistenza di una radicale opposizione cattolica, minato alla base da un presistente diffuso pauperismo, privo di una reale partecipazione del popolo al governo dello Stato. Il Conte di Cavour non aveva soltanto invocato, morendo, la pace tra Chiesa e Stato, ma anche che non si governasse con gli stati d’assedio. E con gli stati d’assedio di governò, invece, almeno fino al 1900, prima contro il brigantaggio, poi, ripetutamente, in Sicilia, e contro i moti per la soppressione del macinato e, finalmente, contro il movimento socialista. Le masse lavoratrici, operaie e contadine, sono alla opposizione, guidate dai socialisti o dai cattolici, non, se non in piccola parte, da un movimento che continui l’opera della sinistra democratica degli anni del Risorgimento. Vero è che gli stessi socialisti ripetono con la loro politica una grande parte degli errori di questa sinistra. Aprono alle masse la strada della emancipazione politica e le guidano per questa strada; ignorano, però, o trascurano, le questioni più acute della vita nazionale, le questioni del Mezzogiorno, della terra, del suffragio universale, di una alleanza con le masse cattoliche, di una politica economica democratica. Sul tema della guerra, cioè dello sviluppo di un imperialismo e di una politica imperialistica aggressiva, il partito socialista si rompe, prima a proposito dell’impresa di Libia, poi nel 1914. Le masse accentuano la loro opposizione radicale: la presa del movimento sul ceto medio si affievolisce, invece, mentre già si creano le condizioni del crollo fascista.

Con l’avvento del fascismo, è tutto lo Stato creato con Risorgimento che crolla. Né faccio questa affermazione per dire che il fascismo fu, come talora si dice, «antirisorgimento». Fu antirisorgimento perché annientò quel poco di ordinamento democratico ch’era stato raggiunto. Nei rapporti con le masse lavoratrici e con i problemi reali del Paese, il fascismo portò sino a un punto di estrema esasperazione quella politica di conservazione sociale, di «difesa dell’ordine» borghese, che già durante il Risorgimento si può chiaramente individuare. Non per niente il partito risorgimentale classico, quello liberale, dette appoggio ai fascisti fino al 1925.

La ricostituzione di uno Stato nazionale e democratico fu e doveva essere opera di altre forze. Fu opera della Resistenza, la quale è giusto chiamare «Secondo Risorgimento» se ciò viene fatto allo scopo di sottolineare questa sua funzione, a patto però che non si dimentichi che essa fu cosa del tutto originale e nuova. Se si confrontano le due situazioni storiche, la conclusione cui si deve giungere, anzi, è che ci si trova di fronte a un vero arrovesciamento di posizioni. La iniziativa spetta infatti, nella Resistenza, a quelle forze popolari che durante il Risorgimento erano state ridotte a una funzione subalterna e talora persino battute, allo scopo di escluderle dalla direzione politica. Sono in prima linea, quindi, non le classi borghesi, inerti quasi sempre, quando non identificate col fascismo e con l’invasore straniero, ma gli operai, i contadini, il ceto medio lavoratore. Alla loro testa i comunisti, i socialisti, democratici radicali e cattolici d’avanguardia. È un blocco storico del tutto nuovo, che sancisce la vittoria sul fascismo, conquista una Costituzione repubblicana e democratica avanzata e apre la prospettiva di nuovi sviluppi progressivi. La Resistenza quindi, per questi aspetti politicamente e socialmente decisivi, non ha continuato, ma corretto il Risorgimento. Come questo abbia potuto avvenire, dovrebbe essere oggetto di altra indagine, che qui non intendiamo affrontare. Vorrei soltanto porre in guardia contro l’opinione che ciò sia avvenuto per un processo spontaneo e quasi obbligatorio. Non è vero. Ha potuto avvenire perché ha avuto luogo, dopo la grande crisi del primo dopoguerra e dopo la vittoria della prima rivoluzione socialista, nell’Ottobre 1917, tutta una elaborazione sia di dottrina, sia direttamente politica e pratica, attraverso la quale le avanguardie della classe operaia e delle altre classi popolari sono giunte a prendere coscienza della funzione nazionale, di guida, che a queste classi spetta negli attuali momenti della storia. Il progresso nell’azione fu preceduto, annunciato, accompagnato, da un progresso del pensiero. E l’opera di Antonio Gramsci, e in particolare la sua acuta critica del moto risorgimentale, non sono state le ultime molle di questo progresso.



[1] Gramsci, Il Risorgimento, Torino, Einaudi, 1954, p. 63.

[2] Gramsci, op. cit., p. 58.

[3] Gramsci, op. cit., p. 94.

[4] Si veda, per queste e analoghe citazioni il prezioso volume di Niccolò Rodolico, Il Popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale, Firenze, Le Monnier, 1926.

[5] Rodolico, op. cit., p. XVIII.

[6] Costanza D’Azeglio, Il giornale degli anni memorabili. A cura di M. Schettini, Milano, Del Duca, 1960, p. 190.

[7] Ouvrages politiques-économiques par le Comte Camille Benso de Cavour, Président du Conseil des Ministres et Ministre des Affaires Ètrangères de S. M. le Roi de Sardaigne. Coni, par B. Galimberti éditeur-libraire, 1855.

[8] Vi è una edizione italiana di Livorno, del 1852.

[9] Cfr. Franco Della Peruta, Ippolito Nievo e il problema dei contadini, in «Rinascita», a. IX, 1952, p. 354.

[10] Gramsci, op. cit., pp. 90-92.

[11] Alcuni mesi dopo la data di questa conferenza il decreto ha finalmente potuto essere applicato.