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Cavour. La centralità del parlamento nel nascente sistema politico italiano

Written by Fulvio Cammarano Tuesday, 29 March 2011 15:47 Print
L’intervento di Cavour del 2 ottobre 1860 aveva l’obiettivo di spingere la Camera ad approvare la decisione del governo di annettere tutte le provincie «dell’Italia centrale e meridionale» che, liberatesi dei loro governi, avessero manifestato, con i plebisciti, l’intenzione di entrare a far parte «della nostra Monarchia costituzionale».

 

Si trattava di scongiurare la prospettiva, avanzata dal «partito d’azione», di sospendere ogni annessione sino a quando non fossero state risolte le questioni del Veneto e di Roma. In realtà, con questo discorso Cavour colse l’occasione non solo per fare il punto della magmatica evoluzione degli accadimenti ma soprattutto per andare ad una definitiva resa dei conti con la componente democratico-garibaldina. Non era dunque in gioco la semplice approvazione di una legge: per lui era giunto il momento di verificare se godesse o meno della fiducia di quel Parlamento che rappresentava 11 milioni di abitanti, prima di formarne un altro che ne avrebbe rappresentati 22 milioni. D’altronde, il consenso di quell’istituzione non era per Cavour solo un espediente formale, ma il centro dell’intero edificio costituzionale, garanzia di protezione dalle frequenti intromissioni regie e dalle pressioni della piazza, illegittime anche se avvalorate dalla patriottica aureola di Garibaldi. Questo breve ma intenso discorso ci mostra dunque, direttamente o in controluce, gran parte delle convinzioni ideali e delle manovre politiche con cui il “grande tessitore” intendeva governare il momento culminante della lunga impresa unitaria, così densa di variabili impreviste. Un intreccio, quello di idealismo e cinico pragmatismo, che rivela l’essenza dell’azione pubblica di Cavour, come dimostra la sua abilità nel tenere insieme le diverse anime del Risorgimento: il merito di un «così stupendo rivolgimento» andava condiviso tra il suo «Ministero» e il «genio iniziatore dei popoli», che per quanto riguardava la liberazione del Meridione, aveva preso le sembianze dell’ardimento di Garibaldi e dei suoi volontari. Riconosciuto il ruolo decisivo giocato dall’esercito popolare, Cavour volle subito precisare che tutti quegli straordinari accadimenti non ci sarebbero stati o comunque non avrebbero assunto carattere nazionale senza l’investimento politico dei Savoia, a cominciare da Carlo Alberto. L’Italia libera era dunque ormai un dato di fatto, con l’eccezione di Venezia e Roma, ma il loro ricongiungimento all’Italia non avrebbe potuto essere posto all’ordine del giorno senza mettere in pericolo l’impresa appena compiuta. In entrambi i casi Cavour riteneva fondamentale evitare improbabili dichiarazioni di guerra o irresponsabili colpi di mano e affidarsi invece ad una paziente ma certo non rinunciataria politica di rafforzamento del Regno appena sorto, in modo da garantirsi l’immagine di nuova e affidabile potenza all’interno del Concerto europeo. Cavour confidava nei tempi più o meno lunghi perché credeva nella forza dell’opinione pubblica internazionale, il cui interesse era spegnere ogni focolaio di tensione in Europa e che di conseguenza si sarebbe mostrata favorevole ad accontentare le legittime aspirazioni nazionali di un paese che non fomentava disordini. Se il «sapere aspettare» era una virtù patriottica, lo era ancora di più nel caso di Roma. In questo caso Cavour si richiamava a ragioni d’opportunità «pratica» ma anche morale per non essere accusati d’ingratitudine nei confronti dei francesi che a Roma c’erano già anche quando combattevano a fianco dei piemontesi contro l’Austria. Ma attendere tempi migliori per Venezia e Roma non significava dover congelare il processo di unificazione con le altre parti d’Italia già libere. A questo proposito Cavour insistette sull’importanza, per gli altri paesi europei, dell’ordine e della temperanza, confermando come la vicenda italiana dovesse comunque collocarsi e fare i conti con il contesto internazionale. Per tale ragione sarebbe stato pericoloso abbandonare le popolazioni dell’Italia meridionale nell’incertezza del provvisorio, permettendo così all’anarchia di avere la meglio e consegnando di fatto quelle terre non all’approdo costituzionale ma al fanatismo populista e settario. In conclusione, Cavour, chiedendo la fiducia della Camera – tanto più decisiva in un frangente come quello in cui Garibaldi, forte del fresco prestigio guadagnato con l’impresa dei Mille, aveva esplicitamente domandato al Re l’allontanamento del presidente del Consiglio – rivendicava consapevolmente la superiorità delle istituzioni liberali sopra ogni altro tipo di pressione o influenza, per quanto gloriosa. Solo il Parlamento, in un sistema costituzionale, poteva togliere la fiducia ad un governo, non approvandone le scelte. Una conclusione di grande rilevanza politica e simbolica che, mettendo di fatto ai margini del processo decisionale Garibaldi e Vittorio Emanuele, sino a quel momento al centro della scena rivoluzionaria e militare del Risorgimento, poneva le basi per il futuro consolidamento dell’interpretazione parlamentare del nascente sistema politico italiano.

 

Roma, Venezia e i problemi dell’unificazione


Il 2 ottobre prese avvio il secondo periodo della sessione parlamentare 1860. In quella occasione Cavour presentò il disegno di legge, in un unico articolo, accordante al governo la facoltà di accettare e stabilire per mezzo di regi decreti l’annessione al regno di altre province. Il conte colse allora l’opportunità per presentare alla Camera, con un ampio discorso, la situazione del processo di unificazione nazionale e i problemi che ancora rimanevano aperti.[1]


[…] Signori! Or sono tre mesi il Parlamento, prima di prorogare le sue tornate, concedeva al Governo del Re le somme richieste per provvedere alle esigenze dello Stato e promuovere nuovi progressi nella causa nazionale.

Votando, con quasi unanime deliberazione, un prestito bastevole non solo alle necessità del presente, ma eziandio a meno prossime eventualità, le due Camere, mentre rifornivano il tesoro pubblico, infondevano nel Ministero quella forza morale che non meno dei sussidi pecuniari è occorrente per governare in tempi procellosi un popolo libero.

Con tale efficace sostegno il Governo del Re poté non fallire all’assunto di secondare la fortuna d’Italia, e compiere ardite imprese che segneranno un’orma profonda nella storia del risorgimento nazionale.

Gli apparecchi militari proseguiti con alacrità, nonostante il gravissimo spendio che traggono seco, contribuirono a far rispettare in Italia il principio del non intervento; principio proclamato solennemente dall’imperatore Napoleone a Villafranca, e propugnato dal Governo britannico, come conforme nel tempo stesso ai nostri diritti ed ai veri interessi d’Europa.

Cotesti militari apparecchi ci posero del pari in grado di liberare prontamente l’Umbria e le Marche dal ferreo giogo di mercenari stranieri senza troppo affievolire la difesa dei nostri confini.

Ponendo mente ai risultati ottenuti in questo breve periodo di tempo, il Ministero ha fede di aver corrisposto alla fiducia del Re e della nazione. All’aprirsi della Sessione attuale i rappresentanti di undici milioni d’Italiani si adunavano intorno al Monarca da essi unanimemente acclamato. Ora, dopo trascorsi appena sei mesi, altri undici milioni d’Italiani hanno infrante le loro catene, e sonosi fatti arbitri di scegliere quel Governo ch’ei reputeranno più convenevole ai sentimenti ed agli interessi loro. (Sensazione.)

Il Ministero è al tutto alieno dall’attribuire unicamente a se stesso il merito di sì mirabili eventi. Egli non disconosce, ma proclama invece altamente che al genio iniziatore dei popoli è sovratutto da attribuire un così stupendo rivolgimento. A rispetto poi di Napoli e della Sicilia, esso è dovuto senza dubbio al concorso generoso dei volontari; e più che ad altra cagione, al magnanimo ardire dell’illustre loro capo, al generale Garibaldi. (Vivissimi applausi dalla Camera e dalle tribune.)

Il ministero si ristringe pertanto a notare che questi memorandi casi furono conseguenza necessaria della politica già iniziata da Carlo Alberto, e proseguita per dodici anni dal Governo del Re. (Segni d’approvazione.) Certo, se tale politica fosse stata messa in disparte, ovvero se ne fossero multati od alterati i principii direttivi, le cause surriferite sarebbero tornate impotenti a compiere la liberazione di tanta parte d’Italia.

Quindi, non per essergli subitamente mancata la fede nell’efficacia di tali principii, il Ministero stimò suo debito di far più sollecita dell’usato la riunione del Parlamento. A ciò lo indusse, in prima, la persuasione che le presenti emergenze, non prevedute nei giorni della votazione del prestito, imponevangli lo stretto obbligo di accertarsi che non gli sia venuto meno quel concorso efficace delle due Camere dal quale emerge la maggiore delle forze governative. Egli pensò, inoltre, con una schietta esposizione dei prorpii intendimenti mettere i rappresentanti della nazione in grado di pronunziare solenne giudizio sul sistema politico da lui proseguito.

Io non credo necessario di ricordare gli avvenimenti testè compiuti. Essi sono tanto noti e così recenti da non bisognare d’alcuna menzione. D’altra parte non trattasi qui di discutere sul passato, bensì di deliberare intorno al da farsi attualmente.

L’Italia è ormai libera. Sola e dolorosa eccezione fa la Venezia. E rispetto a questa provincia nobilissima della penisola il Parlamento conosce il nostro pensiero, il quale fu espresso chiaramente in un documento diplomatico divenuto, or non è molto, di ragione pubblica. Noi giudichiamo che non debbiasi rompere guerra all’Austria contro il volere quasi unanime delle potenze europee.

Tale improvvida impresa farebbe sorgere ai nostri danni una formidabile coalizione e porrebbe a gran repentaglio non solo l’Italia ma la causa della libertà nel continente europeo. Perocchè quel tentativo temerario ci porrebbe in ostilità colle potenze che non riconoscono i principii difesi da noi, e ci alienerebbe la simpatia di quegli Stati che informano la loro politica a più liberali intendimenti.

Noi, spettatori quotidiani, e certo non indifferenti, dei dolori dei popoli veneti, non poniamo in oblio la loro causa, ma reputiamo di servirla nel modo maggiormente efficace costituendo una Italia forte. Dappoichè stimiamo con sicurezza che on appena cotesto gran fine verrà raggiunto l’opinione generale delle nazioni e dei gabinetti, la quale oggi è contraria ad una impresa arrischiata, si mostrerà favorevole a quel solo scioglimento della questione italiana che chiuderà per sempre nel mezzogiorno d’Europa l’era delle guerre e delle rivoluzioni. (Vivi applausi.)

Del pari noi siamo convinti che ragioni supreme impongano l’obbligo di rispettare la città dove ha sede i sommo Gerarca. La questione di Roma non è di quelle che possono sciogliersi colla sola spada. Ella incontra sulla sua via ostacoli morali, che le sole forze morali possono vincere. Ed abbiamo fede che presto o tardi quelle forze indurranno nelle sorti della insigne metropoli una mutazione consentanea coi desiderii del suo popolo, con le aspirazioni di tutti i buoni italiani, coi veri principii e i durevoli interessi del cattolicismo.

È consiglio da savii e da patrioti il sapere aspettare un mutamento così salutare dalla virtù del tempo e dallo influsso grande ed incalcolabile che l’Italia rigenerata eserciterà sui pareri e giudizi del mondo cattolico. Ma, quand’anche questo nostro pensiero fosse erroneo, la sola presenza delle truppe francesi a Roma dovrebbe bastare a farci desistere da qualunque disegno eziandio remoto di schierarci colle armi in pugno innanzi a quella città.

Nelle condizioni nostre attuali il metterci a fronte dei soldati di Francia sarebbe, più che follia inaudita, fallo e colpa gravissima. V’ha infatti delle follie generose, le quali, benchè divengano sorgente di enormi sacrifici e dolori, non traggono seco la rovina d’una nazione. Invece tornerebbe a ruina d’Italia qualunque intenzione di combattere contro le truppe francesi. (Sensazioni.) Una ingratitudine tanto mostruosa che segnerebbe sulle fronte della nostra patria tale macchia, che lunghi secoli di patimenti non varrebbero a cancellare. (Vivi applausi.)

I soldati di Francia occupavano Roma quando altri soldati di quella nazione, guidati dal loro generoso imperatore, combatterono per noi a Magenta ed a Solferino. (Bravo! Bene!)

Se riputavasi la loro presenza in quella città incompatibile al tutto coi veri interessi d’Italia, non dovevamo nè chiedere nè accettare il concorso della potente nostra vicina per conquistare libertà e indipendenza. Oggi il rivolgere contro di lei le armi medesime che le sue vittorie hanno posto nelle mani di tanti Italiani sarebbe tale atto da cui certo rifugge l’animo d’ognuno di noi che non sia pienamente sedotto e dominato dallo spirito di setta. (Applausi.)

Ma se per ora non siamo in condizione d’adoperarci a favore di Venezia e di Roma, non va così per le altre parti d’Italia, le quali, sebbene già rivendicate a libertà, sentono l’uopo d’immediati ed efficacissimi provvedimenti.

Signori, se la causa italiana si procacciò finalmente la simpatia universale d’Europa, se la mente delle nazioni più culte ed educate le si dimostra favorevole, ciò è specialmente da attribuirsi alla mirabile temperanza d’idee, alla compostezza dei modi serbati dalle varie provincie della penisola, tostochè riuscirono a liberarsi dal reggimento che lo straniero aveva loro imposto. Quelle provincie porsero la prova più solenne di quanto sia vera e profonda la civiltà del popolo italiano, sradicando immediatamente ogni germe di anarchia, ordinandosi senza indugio in conformità dei principii che prevalgono appo le nazioni più provette nell’esercito della libertà, manifestando infine la ferma volontà loro di uscire dal provvisorio e di veder istituito un Governo nazionale e libero, ma forte ad un tempo e impaziente d’ogni maniera di accessi.

Con questa moderazione e concordia degli animi, con questa fermezza incrollabile di proposito i popoli della Toscana e dell’Emilia pervennero da ultimo a persuadere la diplomazia che gl’Italiani sono capaci di costruire un vasto regno fondato ed ordinato sovra principii ed istituzioni largamente liberali.

Le cose debbono procedere in egual modo nell’Italia meridionale. Guai se quei popoli avessero a durar lungamente nella incertezza del provvisorio; le perturbazioni e l’anarchia che poco tarderebbero a scoppiare diverrebbero cagione di danno immenso e di immenso disdoro alla patria comune. Il gran moto nazionale, uscendo dall’orbita regolare e meravigliosa che ha trascorsa finora, farebbe correre supremi pericoli così alle provincie testè emancipate quanto a quelle che sono da oltre un anno fatte libere ed indipendenti. (Sensazione.) Ciò non deve succedere. Il Re, il Parlamento non vi possono acconsentire. […]

Dopo tutto quello che d’impensato e d’insperato avvenne nella penisola, ognuno indovina che noi non siamo federalisti. Né tampoco vogliamo essere accentratori, e lo dimostrano i pensieri espressi da noi intorno all’ordinamento amministrativo dello Stato. Nullameno non esiteremmo a preferire il sistema federale, o quello del compiuto accentramento, ad un assetto politico per cui le provincie, benché unite sotto il medesimo scettro, permanessero, nelle più importanti materie legislative, autorità indipendenti dal Parlamento e dalla nazione.

È però da avvertire che, se tutti coloro, i quali hanno contribuito al trionfo della causa nazionale, accettano in massima il concetto dell’annessione dell’Italia meridionale, nondimeno alcuni, di cui non è dubbioso l’amore di patria, nè la devozione alla sacra persona del Re, stimano doversi quell’atto di annessione indugiare sino ad opera compiuta, cioè sino a che non siano sciolte del tutto le quistioni di Venezia e di Roma.

Noi crediamo che tale disegno, ove fosse attuato, trarrebbe con sè le conseguenze più funeste. Perchè mantenere Napoli e Sicilia in uno stato anormale? Un solo motivo può essere addotto di ciò, quello di valersi dell’opera rivoluzionaria per compiere la liberazione d’Italia. Ora noi affermiamo risolutamente che questo sarebbe un errore gravissimo. Nel termine in cui siamo giunti, e quando è in nostra facoltà di comporre uno Stato di 22 milioni d’Italiani, un Stato forte e concorde, il quale potrà disporre di innumerevoli specie di mezzi, così materiali come morali, l’era rivoluzionaria debb’essere chiusa per noi; l’Italia deve iniziare con gran franchezza il periodo suo di ordinamento e di organamento interiore. In altra guisa l’Europa avrebbe ragione di credere che per noi la rivoluzione non è un mezzo, ma un fine, e ci torrebbe a buon diritto la sua benevolenza. L’opinione pubblica, stataci insino al dì d’oggi tanto favorevole, dichiarerebbesi contro di noi e diverrebbe ausiliaria dei nostri nemici. Tutte le quali cose renderebbero senza dubbio non solo più malagevole, ma fors’anche impossibile il compimento dell’impresa italiana.

Rivoluzione e governo costituzionale non possono coesistere lungamente in Italia senza che la loro dualità non produca una opposizione e un conflitto il quale tornerebbe a solo profitto del nemico comune.

Facciasi permanente la rivoluzione a Napoli ed a Palermo, ed in breve tempo l’autorità e l’impero trapasseranno dalle mani gloriose di chi scriveva sul proprio vessillo: Italia e Vittorio Emanuele, in quelle di gente, che a tal formula pratica sostituisce il cupo e mistico simbolo dei settarii: Dio ed il popolo. (Applausi fragorosi.) […]

Il voto di fiducia che voi or fa pochi mesi concedeste al Ministero lo pose in grado si superare le difficoltà, nè poche, nè lievi, che ingombravano la sua via.

Ora, per proseguire a reggere con mano salda e vigorosa il timone dello Stato, è mestieri ch’egli sappia, e sappia l’Italia se gli atti e i portamenti di lui in questo intervallo furono tali da scemare la fiducia che in esso voi riponeste.

Ciò è tanto più necessario, o signori, dacchè una voce giustamente cara alle moltitudini palesò alla Corona e al paese la sua sfiducia verso di noi.

Certo tale dichiarazione ci commosse penosamente, ma non poteva rimuoverci in nulla dai nostri propositi.

Custodi fedeli dello Stato, del quale a noi più che ad altri incombe la esecuzione più scrupolosa, non crediamo che la parola d’un cittadino, per quanto segnalati siano i servigi da lui resi alla patria, possa prevalere alla autorità dei grandi poteri dello Stato. (Bene! Bravo!)

Però è debito assoluto dei ministri d’un Re costituzionale di non cedere innanzi a pretese poco legittime, anche quando sono avvalorate da una splendida aureola popolare e da una spada vittoriosa. (Segni d’assentimento.)

Ma se cedendo a quelle esigenze avremmo mancato a nostro debito, ci correva l’obbligo tuttavia d’interrogare il Parlamento onde sapere s’egli è disposto a sancire la sentenza profferita contro di noi.

Questo effetto uscir deve dalla discussione cui darà motivo la presente proposta di legge.

Qualunque esser possa la deliberazione vostra, noi l’accetteremo con animo tranquillo. Sicuri della rettitudine delle nostre intenzioni, noi siamo egualmente disposti a servire la patria come ministri o come privati cittadini, consacrando in qualunque caso tutte le nostre forze alla grand’opera di costituire l’Italia sotto la Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele. (Applaudi fragorosi e prolungati.)

Articolo unico. Il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per reali decreti l’annessione allo Stato di quelle provincie dell’Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte integrante della nostra Monarchia costituzionale.

 



[1] Seduta della Camera del 2 ottobre 1860 (C. Cavour, Discorsi parlamentari, XV, cit., pp. 365-70 e 372-76).