Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia è un’occasione per pensare a cosa siamo non solo per le contingenze politiche degli ultimi anni che, con l’affermarsi dei movimenti secessionisti e federalisti, hanno reso evidente il superamento del ciclo storico in cui è iscritto il nostro Risorgimento, ma per questioni più profonde su cui vale la pena riflettere.
La mancanza di efficaci politiche di integrazione culturale e la retorica xenofoba del discorso pubblico alimentano reazioni antagoniste nei giovani immigrati di seconda generazione, ostacolando la coesione sociale. Solo inclusione e cittadinizzazione possono evitare che simili sentimenti collettivi sfocino in conflittualità aperta.
Per vincere la sfida dell’integrazione, l’Italia deve superare i modelli tradizionali dell’assimilazionismo e del multiculturalismo comunitario, in favore di politiche di inclusione sociale e mediazione culturale. L’esperienza di altri paesi insegna che non c’è integrazione senza reciprocità e che per sviluppare un modello di integrazione inedito si deve partire dal presupposto che i giovani di seconda generazione vivono una doppia appartenenza culturale e che dunque il rispetto dell’altro e la disponibilità alla condivisione sono condizioni essenziali.
Giovedì 29 settembre Italianieuropei, l'Associazione Genemaghrebina e il Centro Studi Americani organizzano l'incontro "Giovani musulmani in Italia: un’integrazione possibile?". Alla tavola rotonda conclusiva interverranno Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Gianfranco Fini, Federico Ghizzoni, Giorgia Meloni, Maurizio Sacconi.
Si potrebbe partire da Garibaldi, come di prammatica. Per gettare luce sul presente, scrutare le mille facce di quell’eroica spedizione, in bilico tra messaggi di libertà e rivolte contadine soffocate nel sangue, tra slancio unitario e dono di terre colonizzate a un re sabaudo. O fare un salto di un altro centinaio d’anni, per interrogarsi su una spedizione un po’ più vicina, che nel 1972 fece scendere a Reggio Calabria i lavoratori di tutta Italia, a gridare «Nord, Sud, uniti nella lotta».
A occhio, il rapido avvicinarsi dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia avvierà ben presto a portare con sé, insieme alle celebrazioni, un carico assolutamente indesiderato e indesiderabile di polemica, pompa e retorica che arriverà a deviare l’attenzione e ad annoiare tutti molto prima che le italiane e gli italiani possano apprezzare l’importanza e il peso di questa straordinaria ricorrenza.
Si potrebbe partire da Garibaldi, come di prammatica. Per gettare luce sul presente, scrutare le mille facce di quell’eroica spedizione, in bilico tra messaggi di libertà e rivolte contadine soffocate nel sangue, tra slancio unitario e dono di terre colonizzate a un re sabaudo. O fare un salto di un altro centinaio d’anni, per interrogarsi su una spedizione un po’ più vicina, che nel 1972 fece scendere a Reggio Calabria i lavoratori di tutta Italia, a gridare «Nord, Sud, uniti nella lotta». | di Chiara Ingrao
Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia è un’occasione per pensare a cosa siamo non solo per le contingenze politiche degli ultimi anni che, con l’affermarsi dei movimenti secessionisti e federalisti, hanno reso evidente il superamento del ciclo storico in cui è iscritto il nostro Risorgimento, ma per questioni più profonde su cui vale la pena riflettere.