Eravamo arrivati a Bologna da tutte le province d’Italia. La maggior parte di noi proveniva dalle regioni del Sud: Puglia e Calabria in particolare; la minoranza invece si divideva tra Marche, Toscana, Veneto e chi, come me, aveva lasciato una provincia ai piedi delle Alpi che la crisi del tessile in pochi anni aveva spopolato.
Per vincere la sfida dell’integrazione, l’Italia deve superare i modelli tradizionali dell’assimilazionismo e del multiculturalismo comunitario, in favore di politiche di inclusione sociale e mediazione culturale. L’esperienza di altri paesi insegna che non c’è integrazione senza reciprocità e che per sviluppare un modello di integrazione inedito si deve partire dal presupposto che i giovani di seconda generazione vivono una doppia appartenenza culturale e che dunque il rispetto dell’altro e la disponibilità alla condivisione sono condizioni essenziali.
Il problema dei giovani in Italia, del futuro incerto e delle poche opportunità che il nostro paese offre loro, è una questione ormai talmente tanto vecchia, da indurre a pensare che forse sarebbe opportuno cambiare prospettiva. Ovvero chiedersi se per trovare risposte, non sia meglio riflettere di più sulle domande.
A occhio, il rapido avvicinarsi dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia avvierà ben presto a portare con sé, insieme alle celebrazioni, un carico assolutamente indesiderato e indesiderabile di polemica, pompa e retorica che arriverà a deviare l’attenzione e ad annoiare tutti molto prima che le italiane e gli italiani possano apprezzare l’importanza e il peso di questa straordinaria ricorrenza.
Edoardo Nesi, autore del romanzo “Storia della mia gente”, edito da Bompiani, ha vinto il Premio Strega 2011. In questa occasione pubblichiamo il suo racconto “L’Italia e i suoi giovani” apparso su Italianieuropei 5/2010.
Eravamo arrivati a Bologna da tutte le province d’Italia. La maggior parte di noi proveniva dalle regioni del Sud: Puglia e Calabria in particolare; la minoranza invece si divideva tra Marche, Toscana, Veneto e chi, come me, aveva lasciato una provincia ai piedi delle Alpi che la crisi del tessile in pochi anni aveva spopolato.
Alzi la mano chi è a favore del ricambio generazionale nel nostro paese. Alzino poi la mano quei giovani che credono che il potere debba essere conquistato e non ottenuto per gentile concessione. Alzino ora la mano quei giovani che hanno provato a conquistarsi il potere. Ecco che avremo una chiara idea del perché il nostro è oggi un paese immobile.